Il pranzo della SFIR

29 ottobre, 2011 § 2 commenti

Le ultime ore della settimana a scuola sono cariche di un’effervescenza faticosa ma piena di vita, da sabato del villaggio. Poi di pomeriggio vorrei stare tranquillo, in abbandono, e camminare fra le foschie del litorale mentre fa buio, prima e dopo l’ora del te. Ma di sabato si concentrano gli appuntamenti di chi si incontra all’inizio del week end e va a fare pranzi abbondanti o assiste a convegni mattutini prima della domenica sonnolenta. Così di sabato pomeriggio devo spesso rinunciare al paesaggio autunnale delle spiagge per raggiungere una destinazione dell’entroterra, dove trovo qualcuno seduto al tavolo di un convegno o in un ristorante, prima che sia troppo tardi.

Il signor Medri -il capufficio degli anni d’oro dello zucchero- con un messaggio sabato scorso mi invita  al pranzo degli ex lavoratori della sfir di Forlimpopoli, che di tanto in tanto si danno appuntamento in un ristorante delle prime colline forlivesi, ancora in vista delle torri e dei capannoni industriali della pianura sottostante.    Qualche anno fa era il raduno dei pensionati, ma dopo la dismissione degli zuccherifici siamo tutti ex lavoratori, giovani e vecchi senza distinzione, a parte un manipolo di addetti reimpiegati sotto il silo che troneggia nella pianura, ancor più gigante al centro dei nuovi progetti post-industriali.   Stavolta gli operai vogliono anche me e cercano con insistenza il mio contatto, tramite il signor Medri, che da qualche parte -in un’agenda o nella memoria di un vecchio telefonino- conserva il mio numero 347.  Io rispondo subito per dire: volentieri, ci sarò, ma non prima dell’ora del caffè, vista la lontananza della scuola che mi trattiene a distanza sulla linea di costa, fin verso l’una.  In omaggio alle abitudini della campagna romagnola, il pranzo comincia puntuale a mezzodì, mentre io devo trascorrere per intero l’ultima ora del sabato davanti agli alunni di prima media, prima di uscire allo scoperto nelle strade diritte della pianura che si inerpicano su un unico interminabile rettilineo, alle spalle di Forlì, fino al ristorante.

Il cielo grigio fa supporre un’imminente pioggia o soltanto le gocce di una nebbia alta e rarefatta, sullo sfondo delle tinte gialle dell’autunno. Mi sento appesantito dai ricordi scolastici della mattina e nella memoria non trovo abbastanza spazio per orientarmi. Così nelle colline mi perdo e ripercorro a zig zag la discesa e la salita più d’una volta, prima di imbattermi quasi per caso nel ristorante, inconfondibile, con quella fila interminabile di auto parcheggiate ai bordi della strada, come davanti ad una sagra paesana. E’ qui la festa?  Passo da una porta a vetri e chiedo dov’è il “gruppo”. Mi aspetto un tavolo con qualche decina di persone, ma nella sala da “pranzo della SFIR” gli invitati sono più di cento. E’ caldo e tutti parlano; la condensa opaca sulle vetrate aggiunge un altro tono di grigio al cielo che fuori non si vede.  Per fortuna sono arrivato in ritardo, non avrei avuto il coraggio di stare al gioco di un pranzo pantagruelico con tutta questa gente accaldata che parla e si agita con le maniche tirate su.  Rivedo facce note, ma con qualche anno in più. Una quieta arrendevolezza si fa largo fra i capelli bianchi, nelle stempiature e nelle rughe dei visi che ricordo più giovani e di altri che ho incontrato poche volte, appena prima della pensione, più di quindici anni fa. Tre generazioni di operai ed impiegati si sono dati appuntamento qui, schiacciati a questo tavolo da una prospettiva di eternità professionale, nei campi elisi dei tecnici dello zucchero.

Mi vedono entrare ed io mi lascio accogliere con entusiasmo, sono anch’io uno di loro.  Nel corso della vita interpretiamo identità diverse che si accumulano e adesso, davanti a questa parte considervole del mio passato che riappare, mi sento più vecchio, anch’io carico di anni.  Per la durata di un caffè, riapro un capitolo chiuso solo in apparenza, messo in soffitta dalle circostanze dissolutrici della contemporaneità. Nei campi elisi dello zucchero c’è un posto a sedere anche per me: posso mangiare il dolce oltre al caffè che non è stato ancora servito.  In tanti mi accolgono con calore, perchè dicono di aver letto le pagine di questo blog che parla a lungo della SFIR.  Non l’avevo comunicato a nessuno di loro, ma il passaparola dei link, di facebook e dei motori di ricerca ha il potere di innescare la comunicazione anche fra ex-operai senza una cultura propriamente informatica.  Qualcuno dice di avere riso a crepapelle, qualcun altro non è riuscito a trattenere le lacrime.  Mi ringraziano, per essermi fatto interprete di cose che avrebbero voluto dire in tanti: quello che ho scritto lo definiscono “un saggio” ma affermano che è anche “poetico” e “molto vero”, qualcosa a cui non siamo abituati. Mi rendo conto del peso morale di questa scrittura, che scava e dà voce anche a chi non ce l’ha. D’altronde la letteratura serve proprio a questo, ma il web aggiunge nuovi ingredienti: l’immaterialità, l’istantaneità di un prodotto che esiste già, ancor prima di essere stampato su carta.

(Le fotografie allegate al testo non sono state scattate in questa occasione, ma risalgono all’ultimo pranzo aziendale nei locali della mensa dello zuccherificio di Forlimpopoli, nel dicembre del 2005, tre mesi prima della cassa integrazione)

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L’ auto nuova

19 ottobre, 2011 § 4 commenti

Da quando ho comperato l’auto nuova, solo per il gusto di metterla alla prova, di domenica sento il desiderio di viaggiare senza meta.  Per esprimere fino in fondo l’indole dell’uomo medio romagnolo, di sabato pomeriggio comincerò a portarla all’autolavaggio e mi procurerò un set completo di cere protettive per l’inverno.  Non è stato facile scegliere quale auto comperare: non capisco gli stili dominanti che eccitano il mercato e, per di più,  la pubblicità di centinaia di auto apparentemente uguali mi annoia come le radiocronache calcistiche della domenica.  Non credo nei dettagli tecnici che ingombrano le pagine dei data sheet.  In un’auto mi interessano tre cose: la forma, il colore e i consumi.   Ovviamente mi interessa anche il prezzo, non occorre dirlo.  Consumi a parte,  io mi vedrei bene a bordo un’automobile americana degli anni Settanta, tipo Cadillac, ma è troppo larga per il cancello automatico di casa e poi automobili siffatte sono fuori moda.  Oggi chi ha i soldi preferisce simulare la guida di un trattore a bordo dei SUV, che montano i pneumatici da autoarticolato.  Nati per viaggiare nelle praterie, i SUV sono costretti a vivere in cattività nelle maglie strette della viabilità italiana.  Sono una risposta privata -non proprio inconscia- alle inadempienze dell’ANAS e ai buchi nell’asfalto: è più bello spendere pro auto propria anziche in tasse per la manutenzione pubblica delle strade.

Nella storia delle automobili, i SUV rappresentano il passaggio evolutivo verso il gigantismo, come i dinosauri alla fine del Cretaceo.  In attesa dell’evento KT (meteorite o catastrofe climatica) che condurrà i SUV all’estinzione, è meglio orientarsi  verso veicoli di altro genere, più compatti, leggeri e, per inciso, anche più belli.  Le anime della nostra società sono riflesse negli stili dei diversi concessionari, come se ciascuna marca di automobili si fosse fatta carico della rappresentazione di una categoria umana.  I venditori della Mercedes concedono se stessi come un privilegio e non hanno tempo da perdere, per loro è normale fare aspettare sei mesi l’auto dei sogni.  Ma in sei mesi io ho tutto il tempo di cambiare idea sei volte: vorrei comperare l’automobile come le triglie nel banco del pesce, appena la vedo, in un attimo se è fresca e se il prezzo è quello giusto.

Il concessionario Chrysler con gli occhiali alla moda, offre auto appariscenti in pronta consegna a giovani in là con gli anni, col cappellino e i pantaloni al ginocchio, che vivono a Forlì, ma potrebbero anche essere nati a Hong Kong.   Presso i concessionari Opel i venditori sono indaffaratissimi, devono rispondere al telefono ed anche alle richieste del personale dell’officina, però in un attimo riescono a firmare un preventivo nero su bianco, in un ufficio stretto fra carte penzolanti, come gli addetti alle esportazioni di una piccola impresa romagnola.  Nell’aria c’è il profumo dei detergenti ripassati velocemente per coprire l’odore biologico della vita intensa a cui allude il loro motto: Wir leben Autos.

La concessionaria Lancia non è visibile dalla strada, ma dietro ci sono alcune auto in vetrina, esposte su piedistalli.  Gli uffici restano nascosti al piano di sopra, mentre al piano terra sono ritagliati gli spazi per i venditori, tre in tutto.  Un tipo di una certa età e dall’aria casalinga -sembra un factotum- dà qualche ragguaglio sui modelli in mostra, senza scrivere una riga di preventivo.  La Delta sul piedistallo sembra nuova, ma è un usato con soli ottomila chilometri in vendita da sei mesi.  Mi pare troppo rossa, ma il prezzo è accattivante ed è lì, pronta per essere portata a casa, come le triglie in pescheria.  La settimana successiva torno a guardarla  e mi accoglie un vecchio elegante e profumatissimo, con qualche problema all’udito, in uno spazio silenzioso.  Vorrei parlare col venditore dell’altra volta.  “Cerca il ragazzo?” -dice lui- “è mio figlio, adesso non è qui”.  Mi fermo col vecchio e scopro che è il signor Versari, lo storico concessionario forlivese.  Per comperare la Delta rossa sul piedistallo, salgo i gradini degli uffici al piano di sopra, dove una ragazzina raggrinzita dagli anni fa la segretaria e mette i timbri e le firme sulle carte della mia compravendita, all’ingresso di quell’open space semiabbandonato, con le cose buttate qua e là.   Anch’io ho trovato qualcosa che assomiglia al mio passato, senza cercarlo veramente.

Cervelli in fuga

15 ottobre, 2011 § 1 Commento

Le stagioni al mare si susseguono anche dopo la fine dell’estate e potrebbero essere chiamate col nome delle triglie, abbondanti, rosa e grosse all’inizio dell’autunno,  o col nome delle seppie che ingombrano il negozio del pesce -ancora vive- all’inizio della primavera.  I quattro chilometri in bicicletta la mattina presto e a mezzogiorno, fra i pini ed i fabbricati delle ex-colonie lungo la costa, sono un esercizio vitale a cui non voglio più rinunciare.  Penso ai quattro chilometri di viaggio che diventano interminabili in città, alle attese in tangenziale a passo d’uomo, allo svincolo di Cinisello Balsamo: robe dell’altro mondo, non di quello che vedo, col cielo chiaro o col cielo cupo di nuvole bigie, e il rumore delle onde vicine, lontane e lontanissime che frastagliano l’orizzonte marino.  Alla fine della pineta, proprio a metà strada, il percorso scivola verso la spiaggia e diventa acquatico, sul ponte rialzato che attraversa il canale, d’inverno come d’estate.  Il mare visto da qui è un assaggio di infinito.  Le onde dell’alta marea risalgono questo canale e vanno ad irrorare i bacini interni, come suggeriva Leonardo Da Vinci cinque secoli fa, per difendere il litorale dall’acqua alta e sottrarre all’altro canale -quello del porto di Cesenatico- una parte del carico mareale che oggi cerchiamo di contenere con le chiuse, ma inutilmente, con costi enormi e scarsa efficacia.

L’Adriatico in bicicletta d’Autunno è come l’isola di Samsoe, nel mare della Danimarca,  dove il professor Jantzen vive senza automobile dopo essersi ritirato in anticipo dall’Università, a soli cinquant’anni, perchè era stanco degli obblighi d’ufficio e della vita a Copenhagen.  Ricordo di aver pedalato insieme a lui almeno una volta in quelle spiaggie del nord, dieci anni fa, ed ora  potrei ritrovare il suo spirito qui, nascosto dietro un pino fra Cervia e Cesenatico, o a metà strada, nel ponte di legno sul canale delle barene.

Durante la mattina ci può essere una pausa nel mestiere del professore, una di quelle che a scuola chiamano “ora di buco”.  Qualche giorno fa è passato a salutarmi Olivo, l’amico fisico dell’INGV che è rientrato da Roma e da Zurigo per vivere a Cesenatico.  E’ venuto in vespa, una PX gialla di trent’anni fa targata Roma.  Ero in vespa anch’io e ci siamo fatti un caffè al tavolo di un bar, nell’aria tiepida di un autunno ancora estivo, a Cesenatico.  Abbiamo smesso di rimpiangere la fortuna di chi è fuggito da giovane all’estero ed ora ha incarichi di prestigio in università straniere o in aziende di grido.  Anche noi siamo fuggiti dal marasma dell’Italia, in un modo più estroso e radicale: cervelli in fuga al mare… tutto l’anno

La scuola al mare

5 ottobre, 2011 § 2 commenti

La scuola cominciava il primo Ottobre con l’odore delle matite nell’astuccio di cuoio, il grembiule e le corse con la cartella su e giù per le scale. La scuola è cominciata anche quest’anno ed è così vicina che ci posso andare in bicicletta, la mattina presto, col sole luccicante davanti agli occhi.  L’Ottobre di quest’anno sembra preso in prestito da un’altra stagione e da un’altra latitudine: sembra un Agosto berlinese.  Vado in bicicletta nella pineta fino al ponte ciclabile sul canale, in riva al mare, poi a “Ponente” nella vastità delle colonie di Cesenatico, chiuse fuori stagione o abbandonate, fuori dal tempo.  Quattro chilometri o poco più, conducono lontano in uno spazio inedito della memoria che costruisce un altrove qui, in questo presente, sulle rive di un autunno ringiovanito dalla bella stagione.

La scuola media di “Ponente” è piccola e rimessa a nuovo, con le vernici così pulite da negare all’olfatto i piaceri evocativi della patina del tempo.  Ma almeno nelle forme e nei colori, ritrovo qui una familiarità ancestrale, che scavalca le esperienze di ieri  e ricongiunge questo presente alle scuole elementari di mio padre maestro: grandi edifici coi giardini alberati vicino al mare, coi banchi accatastati nei corridoi dopo gli esami, e le bidelle grasse e sorridenti, a pulire i pavimenti, nella penombra profumata dell’estate.

Dove sono?

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