Rievocazione di un confine

22 settembre, 2011 § Lascia un commento

Le vette delle piccole dolomiti si alzano all’improvviso in fondo alle valli vicentine e sembrano già un crinale di confine. Le dolomiti vere del Trentino sono ancora nascoste dietro l’orizzonte, ma le creste rocciose e frastagliate attorno al valico di Campogrosso annunciano già l’esistenza di torri e dirupi rocciosi, con le guglie spasimanti verso il cielo, apparentemente più alte dei duemila metri indicati dai numeri sulla carta.  La strada riconquista poi il fondovalle in direzione di Rovereto, attraverso la discesa della Vallarsa che è incassata fra le montagne come un canion.  Le Alpi cominciano più su e bisogna percorrere duecento chilometri per trovare lo spartiacque della Vetta d’Italia, oltre la quale i fiumi non scendono più verso l’Adriatico ma portano l’acqua dall’altra parte, nella valle danubiana verso il Mar Nero.

I prati di Campogrosso sono disseminati di cippi di confine, lungo una linea immaginaria che unisce le cime del primo crinale alpino, ancora in vista della Val Padana.   Scolpiti come piramidi arrotondate, hanno una bellezza architettonica evidente e riconoscibile a distanza: ogni cippo reca impresso il numero settecentesco di un anno, il 1751, che esprime una modernità già illuminista nel desiderio di stabilire limiti chiari e distinti fra una nazione e l’altra.

Quarant’anni prima della rivoluzione francese su questo valico c’era un confine che potrebbe di nuovo tornare utile, chissà, come recinto ai vaniloqui leghisti della padania indipendente. Duecentocinquanta anni fa questa linea immmaginaria separava l’Impero Asburgico dalla Repubblica di Venezia che si era allargata nell’entroterra fino alle montagne, prima di soccombere sotto il peso dell’artiglieria napoleonica.  Un confine sopravvissuto ai cambi di guardia di molti eserciti: meno importante dopo il 1815, quando Vienna controllava il Lombardo-Veneto; di nuovo caldo dopo il 1861, come frontiera della nuova Italia unita; poi infuocato, anzi esplosivo, allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1915.

Al valico di Campogrosso i resti delle trincee della Grande Guerra si intrecciano ancora fra i cippi settecenteschi dell’antico confine.  Le strade che giungono fin qui sono opera moderna di ingegneria militare, a tratti scavate nella roccia, tortuose ma regolari nella pendenza.  Sbarrata da anni e ormai priva di manutenzione, la viabilità da Campogrosso al Pasubio è interrotta a causa di una frana imponente, che impedisce il transito anche a piedi.  Per raggiungere l’ossario del Pasubio e il Pian delle Fugazze, occorre scendere e risalire un’altra valle.  Il paesaggio è movimentato dai tornanti che svoltano e si arrampicano nei boschi di abeti.  La strada militare delle cinquantadue gallerie parte da questa salita, prima della sommità, e cinge il monte Pasubio come il camminamento di ronda di un castello che è tanto grande quanto la montagna intera.  Si dice che la Grande Guerra fu la prima guerra moderna, ma ci si dimentica delle caverne in cui venne combattuta sulle cime più impervie d’Europa.  La difesa e l’attacco dei due eserciti si fronteggiavano sugli speroni rocciosi di montagne strategiche, da cui gli Austriaci sarebbero potuti scendere in un batter d’occhio nella pianura veneta, tagliando le retrovie del fronte italiano.

Armi da fuoco sempre più potenti imponevano nascondigli sempre più profondi, cunicoli scavati a forza di braccia o con l’aiuto delle mine attraverso la montagna.  Nessun ingegnere militare aveva progettato il Monte Pasubio: un castello della preistoria voluto così dalla natura e dalle forze dell’orogenesi alpina, a cui era necessario adattarsi, come uomini ancora primitivi dotati di armi sorprendenti.  La guerra di mine ingigantiva la tattica medievale di assedio, con cui le mura di un castello venivano fatte crollare insieme ai soldati al loro interno.  Enormi pezzi di montagna esplodevano con la forza delle mine e seppellivano i soldati rintanati nelle viscere della terra.  Alla fine della guerra il profilo del Monte Pasubio non era più lo stesso.  Tre anni di combattimenti avevano accelerato l’erosione dei pendii.  Per ottenere lo stesso effetto con le forze spontanee della natura, ci sarebbe voluto un milione d’anni.

Le battaglie del Pasubio sono una gloria dell’Italia.  La prima armata asserragliata in queste montagne non cede ai colpi dell’assedio austriaco che cerca un varco per dilagare nella pianura veneta.  Complici le nevicate di un inverno tardivo, nella primavera del 1916 gli Austriaci avanzano lentamente e gli Italiani hanno il tempo di rinforzare le difese.  I morti si contano a migliaia, come sempre nella Grande Guerra. L’ossario del Pasubio ricorda i loro nomi in una torre liberty, come un faro che svetta al di sopra dei pini fra le montagne.  E’ un edificio insolito, piuttosto unico nella forma alta e rastremata: potrebbe figurare come grattacielo nel film Metropolis di Fritz Lang.  Le pareti interne mostrano ancora le tempere di Tito Chini, datate 1926, con immagini e vetrate rievocative della guerra, che ereditano il gusto del rinascimento fiorentino.  Un soldato raffigurato al terzo piano, regge in mano la statua della vittoria, ma ha la testa reclinata e lo sguardo triste.  Non deve essere piaciuto ai primi fascisti di passaggio negli anni in cui la retorica della “Vittoria” doveva prevalere. Un altro stile era già in agguato dietro l’angolo.

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