Le facce della crisi

18 agosto, 2011 § Lascia un commento

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Sul traghetto per la Grecia sento parlare una lingua dell’est che ricorda il bulgaro, il moldavo, il russo. Non sono abituato ad ascoltare discorsi in lingua greca. L’adesione storica della Grecia al blocco atlantico, prima ancora che all’Unione Europea, ha allontanato questa punta meridionale dei Balcani dalla geografia dell’est, ma i pregiudizi sull’Europa orientale ex-comunista affiorano e restano in bilico nelle orecchie di chi ascolta i vocalizzi fitti e levantini della lingua dell’estremo sud balcanico.    Un alfabeto esotico si esibisce fra  le lingue dell’Unione Europea, che attingono ai caratteri latini con la sola eccezione della Grecia.  Per rispettare e valorizzare  le singole identità linguistiche dei paesi membri, la Banca Centrale scrive nelle banconote la parola “EYPO”, ma in modo sfumato, accanto all’importo in cifre, sotto la più evidente scritta EURO. Un codice doppio recalcitrante all’omologazione fa raddoppiare la lingua della moneta unica all’estremo sud della penisola balcanica.  I Greci sono avvezzi alla doppiezza, a partire dal bilinguismo dei cartelli stradali.  Negli anni successivi alla seconda guerra, l’influenza americana ha lasciato un segno profondo. Ma l’Inglese che parlano oggi i Greci non è migliore di quello di quarant’anni fa.  Da quando c’è l’Unione, è diventato più breve il viaggio verso la Germania.  I Greci risalgono i Balcani, imitando i vicini Turchi, ed occupano le scuole di specializzazione mediche,  o imparano a fare gli architetti, sui banchi delle università tedesche. Per le professioni in Grecia non c’è più posto per i prossimi dieci anni.  Undici milioni di abitanti saturano l’economia e mettono in crisi i modelli di sviluppo della crescita infinita.  Eppure ci sarebbe tanto spazio da colonizzare sui pendii imponenti dell’Epiro in discesa verso il mare.

Igoumenitsa è un’insenatura naturale coronata dal cemento di una banchina di due chilometri, distesa fra il porto vecchio ed il porto nuovo.  La semplicità della forma della baia non aiuta l’orientamento. La città è appiccicata dietro, sale sul pendio senza che lo sguardo sia guidato da una forma monumentale, da un viale o da un parco che si impongono come punti di riferimento. Le costruzioni del porto si distendono in disordine e sottendono un arco di possibilità del presente, fra le forme super-tecnologiche del progetto, realizzato solo in parte, e la sospensione spiazzante degli spazi vuoti, incompiuti, colonizzati da erbe, baracche, pilastri di cemento armato, dove il disegno super-tecnologico non riesce a trovare sfogo nella realtà.  Sulla costa dell’Epiro affiora spesso l’incompiutezza di luoghi costruiti a metà, come accade anche in certe regioni dell’Italia del sud.  Ma a differenza delle case grezze degli emigranti calabri, per i quali l’incompiutezza diventa un orizzonte triste e trasandato che invade anche lo spazio dei luoghi compiuti, i Greci sembrano destreggiarsi con eleganza nella doppiezza fra il finito e l’incompiuto.  Nella baia di Fanari c’è un albergo quattro stelle con i tondini di ferro del cemento armato che sbucano dal tetto orizzontale, in previsione di un piano aggiuntivo ancora da costruire.   Di sotto, ampie vetrate illuminano la strada con la luce limpida dei lampadari di cristallo.

Guardo nei volti i segni della crisi, come farei in casa di un malato cronico, o se ci fosse stato un lutto in famiglia.  Il personale al lavoro sul traghetto è stanco e scontroso -colpa dei turni di lavoro- mentre a terra le risposte sono rilassate, talora svogliate, ma sempre cordiali.  “La crisi non è affare mio” sembrano parole di discolpa: “perchè allora pagarla di persona?”   A Corfù non ci sono taxi, è sciopero: durerà ancora a lungo, forse un’altra settimana, è una serrata contro le liberalizzazioni.   Potrei andare a piedi, ma la strada è senza marciapiede e non voglio perdere tempo sotto il vento sferzante di maestrale che invita a prendere il largo. Chiedo informazioni ad una signora giovane che avvicina i turisti in arrivo sui marciapiedi del porto, per affittare le stanze di un residence, a giornata, come nelle capitali dell’est ex-comunista.  Alla fermata dell’autobus, l’autista strappa i biglietti e non si stanca di rispondere alle domande di chi cerca sempre le stesse direzioni, ma in lingue diverse.  La crisi sembra una malattia asintomatica e i Greci continuano a vivere come se non ci fosse.  Ma non sai cosa è nascosto sotto i sorrisi di circostanza dell’economia turistica.

Nel mercato di Plataria, la domenica mattina un vecchio contadino col furgone scarica i cocomeri dal pianale  e li pesa su una vecchia stadera.  I cocomeri sono scomodi da mangiare in barca, ma chiedo ugualmente: “quanto costa?”.  Risponde un marco e cinquanta.  “Un marco…?”  Il contadino guarda e ci mette un po’ per correggersi: “Un Euro e cinquanta!”  Grazie.  Gli leggo allora in faccia che per lui non è poi così diverso.  L’Euro è come il Marco, una moneta straniera, ed i Tedeschi la stanno usando per comperare la Grecia.

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