La fortezza di Corfù

14 agosto, 2011 § Lascia un commento

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Corfù è riparata contro i venti del nord da una montagna che viene su dal mare e sembra un bastione naturale, rotonda alla base e alta novecento metri, che sfuma in una lingua sinuosa di colline verso sud, parallela alla linea di costa del continente, appena sotto il confine fra Grecia e Albania. In pianta ricorda il profilo della Puglia, una Puglia rinsecchita e staccata dall’Italia al largo della Grecia ionica, con il “Gargano” in testa ed una lingua monotona di terre più basse verso Scirocco. Corfù è un nome tardo di origine bizantina; per i Greci quest’isola è ancora Kérkyra, nel rispetto di più antiche ascendenze latine e corinte. Il capoluogo con lo stesso nome dell’isola sorge su un promontorio all’incirca a metà della costa orientale, che chiude il mare rotondeggiante fra il monte-bastione più a nord e le montagne dell’Epiro che scendono giù ripide dal continente, lasciando alle imbarcazioni un passaggio di tre chilometri, nel punto più stretto fra i Balcani e l’isola.   Le montagne disposte attorno a questo braccio di mare come i baluardi di una fortezza marittima, convergono al centro su un fuoco ideale, nel promontorio dov’è il capoluogo Kérkyra.   Sulle difese naturali del promontorio, la storia ha sedimentato una sequenza artificale di fortezze vecchie, nuove e ancora più nuove, al passo col progresso delle armi da fuoco e delle imbarcazioni dei nemici Turchi.   L’ingegneria militare dei Veneziani  ha levigato le scogliere, trasformandole in aguzze macchine da guerra, caparbiamente inespugnate nel corso dei secoli.  Oggi il tempo confonde le pietre e restituisce il predominio al paesaggio naturale delle scogliere, a cui le muraglie delle fortezze sembrano adeguarsi.  Ma ci fu un tempo in cui l’artificio militare doveva imporsi e fare paura come una macchina indecifrabile, non solo a chi arrivava dal mare, ma anche agli abitanti di Kérkyra, stretti fra le scarpate di costruzioni bellicose che via via risalivano il promontorio, con nuove muraglie e nuovi fossati, a difesa del serenissimo predominio di Venezia e, in ultima istanza, a difesa di se stesse, se i Turchi avessero avuto l’ardire di occupare l’isola.   A Creta, dopo l’invasione turca del 1645, i Veneziani resistettero asserragliati per ventitue anni nella fortezza di Candia, prima di abbandonare definitivamente l’isola.  I castelli di Corfù dovevano essere un deterrente più efficace di quelli di Creta, per togliere di testa ai Turchi certe idee.   Se anche fossero sbarcati sull’isola da un’altra parte, sarebbero rimasti lontani dal cuore pulsante dei commerci veneziani.  A metà del Seicento, il porto di Kérkyra era difeso verso l’entroterra da un labirinto di muraglie inespugnabili, trincee profonde, bastioni affusolati come bunker anti granata, che gli storici dell’architettura militare hanno retrodatato faticosamente solo recentemente, avendoli creduti, fino a poco tempo fa, opera moderna, ottocentesca, tutt’al più settecentesca, viste le forme lisce delle murature, le proporzioni enormi dei bastioni e delle trincee  che si susseguono come ostacoli contro gli assalti di un’artiglieria pesante che si suppone consapevole delle astuzie di una guerra tecnologicamente avanzata.  Di certo queste fortezze sono servite anche all’esercito napoleonico ed agli Inglesi, come caserme di guarnigione, ma la conquista e la perdita di Corfù, da parte dei Francesi, dei Turchi e degli Inglesi, dopo la scomparsa della Repubblica di Venezia,  sono frutto di accordi e di rese, non di contese sotto gli spalti inespugnabili della fortezza nuova.

A causa dei percorsi panoramici e movimentati sulla scogliera, le guide oggi privilegiano la fortezza vecchia che si eleva sulla punta del promontorio e la ritengono turisticamente più interessante della fortezza nuova, che è asciutta, bianca, spoglia come una caserma. Nell’esplorare la fortezza nuova mi sono lasciato guidare dall’enigma delle sue forme e per questo mi è apparsa molto più interessante, non sapendo ancora nulla delle sue antiche origini tardocinquecentesche.    La curvatura delle murature, l’ inclinazione dei merli nella direzione del fuoco, le feritoie tutte uguali e a distanza regolare, fanno supporre un progetto illuminista, consapevole dell’autonomia del disegno che determina le scelte del capomastro fin nei minimi dettagli.   La purezza delle linee ha un bel po’ di primitivo ed è al tempo stesso estremamente moderna.  Sembra uscita dagli stampi del cemento armato.  La vastità dei bastioni e dei rivellini trasforma il paesaggio circostante in uno spazio di archeologia militare, che non ha nulla di medievale o di cavalleresco: anticipa le casematte e le trincee del ventesimo secolo, in una forma monumentale sovradimensionata per le armi umane.  Più che una fortezza, è un esorcismo, l’arsenale nucleare di una guerra fredda d’altri tempi.

I castelli medievali piacciono agli amanti di belle arti, se hanno la forma di rovine romantiche, se parlano di guerre lontane, combattute con armi da taglio in duelli e scontri a cavallo.  Le fortezze medievali piacciono ancora di più se la storia successiva le ha trasformate in residenze nobili e se esibiscono un’idea romantica condivisa, nelle pitture e negli arredi delle stanze.  Nella storia dell’architettura militare il passato recente delle caserme austro-ungariche o delle fortezze di Vauban, sembra irrimediabilmente disgiunto dalle immagini dei castelli medievali, dalle città fortificate che si perdono nel tardo rinascimento, dall’immagine, per esempio, di Terra del Sole, che ha ancora l’ambizione d’essere una fortezza bella come i castelli delle fiabe.  Alla fine del Cinquecento fra Forlì e Firenze non c’erano nemici temibili come i mercenari Turchi.  L’avanguardia della tecnica, in fatto di architettura militare, è sempre stata sui confini caldi delle grandi potenze commerciale e, sulle rotte di Venezia, questa avanguardia tocca una sconcertante modernità.   Nella fortezza nuova di Corfù, come d’altronde a Palmanova in Friuli, sembra di sentire ancora l’aria pesante dei primi cannoni in batteria, l’odore acre dei lubrificanti, l’intonaco macchiato di vernice col numero dell’arsenale.  I veri antenati della linea Maginot si erano già emancipati quattro secoli fa dalle forme turrite del castello delle favole, sulle rotte della Serenissia Repubblica di Venezia.

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