Nel golfo di Venezia

11 agosto, 2011 § 1 Commento

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I traghetti per la Grecia scendono l’Adriatico sulle rotte dell’antica Repubblica di Venezia. Fra i turtisti, gli autotrasportatori a lunga percorrenza lasciano trasportare se stessi a bordo nelle poltrone dei bar, mentre il carico dei loro camion gravita verso il fondo, nella pancia della nave, e non sembra così pesante. Gli italiani dicono d’essere un popolo di navigatori, ma i Greci lo sono ancora di più, non solo navigatori, ma popolo di “armatori”: le sponde dell’Adriatico e dello Ionio sono collegate da navi greche e il telegiornale delle TV a bordo non parla altre lingue, se non il greco, anche se siamo fermi nel porto di Venezia.  I camionisti in maglietta e ciabatte guardano i video assopiti, senza fiatare, come se stessero sorseggiando un consommè. Scorrono le immagini di una zecca che stampa cartamoneta. Banconote da cento e da cinquecento euro, raccolte in mazzi come in un tavolo da gioco, fanno da sfondo alla parola “crisi”, che  nella Grecia classica voleva dire “scelta” ma ora indica qualcosa che vien prima: l’incertezza, l’indecisione, l’incapacità di scegliere. Il significato della parola ha fatto un passo indietro, ma ormai senza scelta, marinai e camionisti continuano a macinare giornate di lavoro, non potendone fare a meno, anche se gli stipendi si assottigliano sotto la scure di aliquote rincarate e di tasse una tantum.

La nave si chiama Europa Palace, un palazzo con saloni, scantinati e sottoscala, dove i turisti hanno fretta di stendere a terra lenzuola e sacchi a pelo per fugare la noia del viaggio e farsi scudo con l’oblio del sonno.  Ad ogni pianerottolo si inciampa su qualcuno, in un’esercitazione collettiva di degrado sociale, durante le ventiquattr’ore del viaggio per mare. Il clochard che alberga nell’intimo degli europei arricchiti è libero di esprimersi, finalmente, l’Europa Palace glielo permette, come un teatro sperimentale che mette in scena le prove di un terzo mondo in embrione nei sottoscala del continente.

Sulla carta d’imbarco il prezzo asteriscato rende noto -senza scuse-  l’aumento imprevedibile che rincorre il costo del carburante.  A piedi col bagaglio a mano pago il traghetto come un volo Easyjet, per un giorno e una notte in mare da un estremo all’altro dell’Adriatico.  I motori divorano gasolio a trenta nodi; divaricano l’acqua sabbiosa dei fondali bassi e sfiorano il limite oltre il quale ti aspetti la magia di Mosè, per cui non c’era abbastanza acqua nel Mar Rosso e potevi attraversarlo anche a piedi.  L’esodo da Venezia a Corfù costeggia da vicino le isole della Dalmazia.  E’ la rotta naturale di chi apre le vele nell’alto Adriatico verso l’Oriente e perfino i motori poderosi dell’Europa Palace non hanno altra scelta.  La navigazione scivola giù lungo le isole della costa dalmata -o croata, come diciamo oggi- che si susseguono come pietre miliari e tengono per mano la navigazione.  La costa orientale dell’Adriatico è agli antipodi di quella occidentale, rispettivamente sorgente e foce della medesima entità terrestre che si accumula su una sponda e sprofonda nell’altra, lasciando al mare lo spazio di insinuarsi come una manica, dal Mediterraneo fino al cuore dell’Europa.

Nei porti antichi della Dalmazia affiorano i nomi di città veneziane che la lingua croata nasconde e trasforma, quasi per vendetta, in un coacervo impronunciabile di consonanti.  Se fosse prevalsa un’idea marittima, anzichè peninsulare, dell’Italia, sarebbe stato naturale porre qui i suoi confini: sulla sponda balcanica del Golfo di Venezia.  Le repubbliche marinare sono un antico laboratorio di unità nazionale.  Secoli prima delle contese risorgimentali, le rotte commerciali dei Veneziani e dei Genovesi assegnavano all’Italia ben più ampi confini, proprio in mare.   Gli affari si giocavano nell’Italia marittima.  Allora è un punto di vista distorto che riduce la storia d’Italia a quella della penisola, la quale acquista peso, di rimbalzo, soltanto tardi, come territorio di conquista, quando le rotte commerciali si allontanano dal Mediterraneo.  I moderni confini degli stati nazionali, che utilizzano le linee di costa per individuare una presunta unità nazionale, sono un’approssimazione della contemporaneità, sbilanciata sulla terra ferma, su connessioni coast to coast sempre più veloci, senza scali intermedi.

I Veneziani sono rimasti nell’isola di Corfù ininterrottamente per quattro secoli, fino all’occupazione napoleonica.  Arrivavano anche più giù, nelle altre isole del mar Ionio, ma l’isola di Creta era stata occupata dai Turchi nel 1645.  Dopo la perdita di Creta, Corfù doveva assolutamente resistere per proteggere le rotte veneziane verso l’Oriente: era il baluardo avanzato del Golfo di Venezia.  Poi arrivarono i Francesi, poi gli Inglesi, prima dell’unità nazionale greca. Ora può succedere di incontrare un signore di una certa età, coi baffi e la camicia a righe, per le vie di Corfù, che risponde volentieri  alle vostre domande.   Ma se siete Italiani, non parlategli in Inglese: vi chiederebbe perchè mai vi ostinate a parlare Inglese, voi che siete Italiani e si spiegherebbe educatamente in un Italiano di certo un po’ stentato, ma ancora pieno di dignità.

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