L’isola di Poseidone

30 agosto, 2011 § 2 commenti

Per colpa di Poseidone, Ulisse non riusciva a tornare a casa e senza la scorta dei Feaci non ce l’avrebbe fatta da solo a ritrovare Itaca.  Ora l’isola di Poseidone è qui davanti a noi, il suo profilo sfumato si vede appena contro il cielo azzurro: Paxos e, accanto, l’isolotto di Antipaxos, con le scogliere bianche ripiegate come le pagine sgualcite di un libro. E’ ripreso a soffiare il maestrale energico e sferzante. In direzione di Paxos il vento risucchia la barca a otto nodi di bolina e al timone è una lotta piacevolossima. Lucio grida: “fa’ vedere al vento chi comanda!”. La barca sbanda e pare d’essere in regata. Non abbiamo niente da temere, guardo Lucio in faccia e mi pare di vedere Poseidone… il dio del mare ce l’abbiamo in barca: è il nostro skipper!  L’isola di Paxos diventa grande in fretta, ma la foschia continua a mascherarla in una macchia di colore azzurro indefinito. Ulisse non è un personaggio moderno. I miti del nostro tempo sono diversi, sono l’opposto di Ulisse: gente che millanta identità sublimi per mettere a frutto doti primordiali, il più possibile al riparo dai rischi, facendosi scudo con la vita degli altri. Niente a che vedere col campione low profile, che si fa chiamare Nessuno e rischia in prima persona per il gusto di costruire una identità di sé autentica e profonda. Sarebbe interessante un sondaggio per misurare l’appeal della figura di Ulisse presso un pubblico di gente comune. Un personaggio così potrebbe essere liquidato come una maschera buffa, insieme a Polifemo, o come Pinocchio.

La rotta verso l’isola di Paxos è ostacolata dal maestrale che proviene proprio da quella parte e rischia di fare ritardare l’arrivo al porto di  Gaios, oltre l’ora in cui di solito si trova posto in bachina, al centro della baia, praticamente nella piazza del paese. E’ divino ormeggiare davanti a un bar del centro e farsi servire una birra fresca, con un semplice balzo fuori dalla barca. Ma siamo in ritardo e dobbiamo accettare un’altra sistemazione decisamente più selvatica. Lucio allarga le vele e distende la rotta al traverso, verso le scogliere bianche di una baia deserta dell’isola più piccola che sta davanti, Antipaxos. Per l’ormeggio fra gli scogli serve un tuffo al tramonto e sono io che raggiungo a nuoto la riva in una piccola spiaggia di sassi rotondi, dove assicuro una cima ad un enorme tronco relitto levigato dalle onde. Faccio un nodo purchessia (è incredibile, ma dimentico i nodi marinari proprio quando servono). Lucio chiede poi di guardare quant’acqua c’è sotto la chiglia: è appena mezzo metro, o poco più, quanto basta per non toccare il fondo con la bassa marea. La baia appare deserta, ma non lo è. Al calare della sera i topi di una razza selvatica di nuotatori si rincorrono sugli scogli. Uno di loro ha perfino il coraggio di raggiungerci, nuotando fino alla catena dell’ancora ed arrampicandosi su, in barca, come un equilibrista. Al buio si muove discreto sulla coperta e va nascondersi sotto il gommone, guardando fuori con occhietti neri e vivaci. Senza remore, l’equipaggio si dà da fare per farlo scendere.

Dopo una notte trascorsa al caldo, sigillati sotto coperta, la mattina ripartiamo fra una baia e l’altra verso il porto di Gaios, nell’isola di Paxos.  A metà pomeriggio ormeggiamo la barca in un tratto di banchina lasciata libera dai traghetti di linea, di poppa, col pozzetto che potrebbe funzionare da bancarella nella piazza del mercato.  Di sera il centro è affollato come se ci fosse una festa, con la passerella di gente a passeggio nelle vie veneziane e l’esibizione di barche attraccate sul lato marino della strada che cinge la baia urbana di Gaios.  All’indomani di buon’ora dobbiamo ripartire per lasciare posto all’ormeggio dei barconi turistici, che viaggiano intorno a Paxos carichi come il traghetto di Caronte. Affrontiamo un giorno di agile navigazione e circumnavighiamo quasi per intero l’isola. La costa occidentale, quella rivolta verso il mare Ionio, è la più spettacolare, con i faraglioni e le grotte che fanno da cornice al nascondiglio più probabile di Poseidone. Gettiamo l’ancora; c’è appena il tempo per una ricognizione veloce all’imboccatura delle grotte, ma il posto è preso d’assalto da barconi sovraccarichi di turisti che paiono clandestini.

Completiamo il periplo dell’isola con una navigazione sotto costa che risale per gioco ogni golfo ed ogni scogliera, tanto per manovrare un po’ le vele. Verso sera indirizziamo la rotta nella baia di Longos, la più piccola borgata di pescatori dell’isola, dove i bar sotto la pergola si affacciano sull’acqua del mare che è limpida a riva come un acquario. Sembra Portofino, ma qui è tutto ancora più piccolo. Sullo sfondo c’è il camino antico di una vecchia fabbrica dismessa di sapone. La baia è occupata da minuscole barche di pescatori: per il nostro ormeggio c’è spazio all’estremità di un molo corto, dove di notte si accende la luce di segnalazione del fanale rosso. Dopo di noi arrivano altri naviganti,  pochi a dire il vero. Il portolano riferisce che è pericoloso ormeggiare a Longos, a causa dei fondali insidiosi, ma Lucio dice che non è così. Non c’è niente di particolare, bisogna muoversi con destrezza e decisione, come sempre nella vita.

Maestro di destrezza, un navigatore solitario ormeggia da solo una barca di quindici metri, portando al molo una cima col gommone. Non più giovane, indossa un cappello ed un foulard.  Spedito, va a sedersi sotto la pergola del bar e comincia a parlare con una signora che porta un buffo paio di scarpe di gomma a forma di guanto per le dita dei piedi. Saluta anche noi e si presenta: è chiaro di carnagione, ha gli occhi azzurri e il mento sporgente. Dice di provenire dal Galles, dove ci sono ben altre scogliere e il clima è tutt’altro, rispetto al caldo secco di questa sera, all’ombra della pergola. Al lume di candela, di notte comincia una festa di compleanno. Al suono della fisarmonica si fa largo una tribù di anglosassoni, uomini e donne vestiti con drappi bianchi e fiori in testa. I sandali, i drappi ed i fiori delle acconciature preraffaellite fanno rivivere un mito nordico, ottocentesco, della Grecia mediterranea, nella luce che illumina l’acqua limpidissima sotto la pergola.

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L’ultima rotta di Ulisse

26 agosto, 2011 § 1 Commento

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Le coste della Grecia sembrano progettate su misura per la navigazione a vista da un promontorio all’altro.  D’estate, quando il vento fileggia appena, il ritmo annoiato delle onde descrive placide forme rotonde nel sottofondo uditivo della percezione che si allarga a tutto il corpo.  Su e giù, cullati dalle onde, anche a terra persiste la sensazione d’essere in mare.  E’ una ubriacatura leggera e disinvolta che si vorrebbe non finire mai.  Se ci sono scogli, il rumore dell’acqua riverbera ancora più sonoro, regolare come le battute di un canto e, quando la barca si avvicina a riva, le cicale esagerano l’accompagnamento musicale.  E’ normale farsi trarre in inganno e credere d’essere circondati da una presenza divina, dopotutto non tanto ultraterrena.  I giganti rintanati nelle grotte non vorrebbero essere disturbati e le cicale, prese in un lavoro sonoro di dimensioni industriali, sospendono all’unisono il canto se un rumore inatteso si impone all’improvviso dal mare.

Per condurre la sua eterna esistenza divina, Poseidone aveva scelto l’isola di Paxos, al largo della Grecia ionica.  Non era tanto spirituale il dio del mare, aveva una concretezza sfuggente, era materiale come possono esserlo le onde che si rompono a riva.  Se una tempesta si alzava all’improvviso o se una corrente ostinata impediva la rotta, sapevi che l’aveva deciso lui e non dovevi domandarti perchè.  Per ritrovare la strada di casa dovevi essere in pace con Poseidone.  Ulisse non era nelle grazie del dio, se dieci anni non gli bastarono per tornare a casa.  Itaca non è poi così lontana dal mare dove dondoliamo adesso con il nostro Sciarelli 50, fra l’Epiro e l’isola di Paxos, ed è nascosta dal profilo azzurro di Lefkas.  Se ci fosse il vento giusto, per arrivare ad Itaca basterebbe un giorno di navigazione.   Nel divagare fra una costa e l’altra, prima di tornare a casa, Ulisse era più o meno qui dove siamo noi adesso, guardava queste rive e si poneva forse un po’ troppe domande.

La storia di Poseidone era evidentemente un pretesto da raccontare alla moglie rimasta ad aspettarlo per un tempo ben più lungo di quello ragionevolmente concesso ad un viaggio di ritorno da Troia.  Fra le scogliere, nel mare e sotto il cielo blu, chi glielo faceva fare di tornare a casa?  Che tipo…   Non voleva partire per la guerra di Troia, piuttosto si sarebbe fatto passare per matto. Poi gli era venuta l’idea del cavallo di legno, proprio un bel cavallo di Troia, visto che i suoi colleghi non riuscivano a farla finita con l’assedio alla città.  Dopo una prova di sè così prestigiosa non poteva rintanarsi di nuovo a Itaca a contare pecore, doveva esercitare le sue facoltà in uno spazio adeguato.   Siamo nell’età del Bronzo ed il mare Mediterraneo era dopotutto il posto giusto.  In mare la mente assume la stessa consistenza dell’acqua, diventa trasparente e prende la forma di quello che vede.   In mare è facile diventare Nessuno, senza un meta precisa, divorati da una curiosità apparentemente senza scopo, che chiede in cambio solo qualche garanzia per tornare a casa vivi.

La scogliera dell’Epiro si abbassa e lascia spazio ad un’ampia baia sabbiosa a sud di Parga, alla foce del fiume Acheron.   Nell’undicesimo canto dell’Odissea, Ulisse risale la foce di questo fiume e va incontro ai fantasmi dei suoi avi, mentre interpella il saggio Tiresia.   L’indovino fornisce indizi sulla fine di un viaggio apparentemente interminabile.  Ulisse tornerà a casa ma è destinato a ripartire per un viaggio ancora più lungo, ai confini dell’umanità.  Di quello che succede dopo il ritorno a Itaca, Omero non ne parla, ma l’inferno di Dante accoglie Ulisse e trova un posto per l’insaziabile ansia di conoscenza del navigante che giunge a sfidare perfino il Dio dei Cristiani.  Ripartire o restare: il poema Omerico trova ordine nella parola fine messa dopo il ritorno ad Itaca, ma un viaggio iniziatico non può che durare una vita intera.

L’Acheron sfocia in mare all’estremità di un promontorio, trattenuto al limite della baia di Fanari da una scogliera artificiale, senza la quale il fiume dilagherebbe ancora oggi in una palude, al posto della spiaggia a forma di falce dove frotte di camperisti piantano ombrelloni fai-da-te.   Lucio ci ha insegnato a chiamare Contessa il suo Sciarelli 50 e tutto l’equipaggio riconosce ormai la nobiltà dell’imbarcazione ormeggiata in rada, al centro della baia di Fanari.   E’ piuttosto grande e non permette di risalire il fiume Acheron oltre il piccolo porto di pescatori all’imboccatture del molo.  Così caliamo in acqua il gommone tender e ci saliamo in quattro: io, Maurizio ed i fratelli Di Pietro. Col motore fuori bordo, alla foce dell’Acheron ci si bagna un po’ il sedere con un’acqua a tratti salmastra, a tratti melmosa. La corrente spinge contro di noi e, per risalire il fiume, il motore fuori bordo deve rombare al massimo dei giri.   Con tutto questo chiasso non abbiamo speranza di incontrare l’indovino Tiresia.  Gli alberi scendono frondosi sui meandri, alcuni tronchi  spezzati ostacolano la risalita.  L’ambiente è magnifico, come certe foreste pluviali sudamericane o asiatiche.   Sul gommone scordiamoci Tiresia: col cappellino affondato in testa e con i Ray Ban a goccia, nel fracasso del motore fuori bordo potremmo cominciare a gridare contro i Viet Cong. Apocalipse Now: a certi eccessi Ulisse non ci era arrivato.

Le scogliere dell’Epiro

23 agosto, 2011 § Lascia un commento

Lo Sciarrelli 50 di Lucio è una goletta a due alberi, sagomata che è una bellezza, come le barche di quarant’anni fa. Sono l’ultimo a salire. In fondo al pontile L del porto di Gouvia, nell’isola di Corfù, Lucio ha fretta di partire, non vuole pagare un’altra notte all’ormeggio. Nella Grecia ionica è facile trovare approdi gratuiti nei porti di ex-pescatori che si sono adeguati alle esigenze turistiche, senza essere esosi. Col maestrale energico che ci spinge, possiamo raggiungere la costa dell’Epiro prima di cena. Il canale di Corfù  sembra fatto apposta per una scuola di vela, col maestrale al gran lasco la barca scivola sul mare sempre al limite della strambata. Sembra di volare. La costa dell’Epiro si avvicina come un monumento. Le  Scogliere brune spuntano dai promontori  e nascondono morbide insenature.  Le rocce disegnano altre onde, spinte terrestri ripegate in archi di sinclinale ed anticlinale confondono i monti e sulla costa fanno emergere i segni di una geografia sotterranea, portata allo scoperto dalla forza del mare.

Plataria è un posto più piccolo di Igoumenitsa, pochi chilometri più a sud. Al tramonto i promontori che cingono la baia di Plataria inquadrano la luce del sole come la scena finale di un film. Sulla spiaggia c’è anche una doccia gratuita con un tubo nero di gomma serpeggiante, che riscalda l’acqua alla luce del sole. Dietro la spiaggia, basta attraversare la strada e c’è l’imbarazzo delle scelta per quanto riguarda bar e ristoranti, che si aprono larghi, all’aperto e in soprannumero rispetto ai  turisti in arrivo dal mare e dall’entroterra. Non sembra esserci molta gente a Plataria, anche se è ormai alta stagione. La ricetta per cenare bene e a buon mercato in questi ristoranti, spendendo meno di dieci euro a testa, Lucio l’ha messa a punto nei viaggi precedenti: antipasto di melanzane e alici marinate, tatziki ed un assaggio di Mousaka. Col pane portato in abbondanza, la cena è tutt’altro che dietetica. Volendo, si possono aggiungere due fritture di pesce azzurro e, soltanto dopo aver chiesto il conto, Lucio dice: “Tsipouro per tutti!”  Lo Tsipouro è un distillato balcanico così vellutato da fare impallidire le grappe della migliore tradizione veneta. I camerieri accettano il gioco e lo portano volentieri dopo il conto. E’ una ricompensa per lo skipper che ha scelto ancora una volta il loro ristorante per la comitiva di passaggio, e lo skipper condivide generosamente questa ricompensa con la comitiva che ha con sè.  Lo tsipouro è un compagno di viaggio irrinunciabile anche a bordo e stimola i migliori progetti di navigazione.

Scendiamo la costa dell’Epiro alta e frastagliata di roccia tenera, a tratti tendente al giallo, cariata dal carsismo di grotte nere che la sgretolano. Nel mare blu non mi abbandona l’impressione d’essere davanti ad un’enorme rovina. Il paesaggio delle scogliere è spinto verso l’alto e si contorce per effetto di invisibili forze potenti e ricade di continuo sotto il mare, dissolvendosi per effetto di altre forze più familiari come le onde ed il vento.   L’essenza della scogliera è al massimo grado quella della rovina, forse anche di più: la rovina della rovina, dove il disegno originale delle forze tettoniche si perde nei grumi informi di roccia rimescolata.  Le spiagge di sabbia e ghiaia che si aprono di tanto in tanto nelle insenature fra le scogliere trasmettono una sensazione opposta, orizzontale, di riposo nel gioco tormentato della crosta terrestre.

Dopo un giorno di navigazione oziosa verso sud, gettiamo l’ancora in rada nella baia di Parga, che di sera è accogliente come un abbraccio. Scendiamo a terra, questa volta con il tender, per un’altra cena da manuale: melanzane, alici e tatziki, con tsipouro finale. Il centro di Parga è affollatissimo di  turisti e di negozi di chincaglieria, roba in stile sammarinese. I bagnanti della domenica riprendono le strade dell’entroterra e risalgono l’Epiro verso Ioannina, mentre la fisionomia di un turismo balneare più colto e, se volete, affascinante, emerge dai volti di gente straniera seduta ai tavoli dei bar.

Le facce della crisi

18 agosto, 2011 § Lascia un commento

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Sul traghetto per la Grecia sento parlare una lingua dell’est che ricorda il bulgaro, il moldavo, il russo. Non sono abituato ad ascoltare discorsi in lingua greca. L’adesione storica della Grecia al blocco atlantico, prima ancora che all’Unione Europea, ha allontanato questa punta meridionale dei Balcani dalla geografia dell’est, ma i pregiudizi sull’Europa orientale ex-comunista affiorano e restano in bilico nelle orecchie di chi ascolta i vocalizzi fitti e levantini della lingua dell’estremo sud balcanico.    Un alfabeto esotico si esibisce fra  le lingue dell’Unione Europea, che attingono ai caratteri latini con la sola eccezione della Grecia.  Per rispettare e valorizzare  le singole identità linguistiche dei paesi membri, la Banca Centrale scrive nelle banconote la parola “EYPO”, ma in modo sfumato, accanto all’importo in cifre, sotto la più evidente scritta EURO. Un codice doppio recalcitrante all’omologazione fa raddoppiare la lingua della moneta unica all’estremo sud della penisola balcanica.  I Greci sono avvezzi alla doppiezza, a partire dal bilinguismo dei cartelli stradali.  Negli anni successivi alla seconda guerra, l’influenza americana ha lasciato un segno profondo. Ma l’Inglese che parlano oggi i Greci non è migliore di quello di quarant’anni fa.  Da quando c’è l’Unione, è diventato più breve il viaggio verso la Germania.  I Greci risalgono i Balcani, imitando i vicini Turchi, ed occupano le scuole di specializzazione mediche,  o imparano a fare gli architetti, sui banchi delle università tedesche. Per le professioni in Grecia non c’è più posto per i prossimi dieci anni.  Undici milioni di abitanti saturano l’economia e mettono in crisi i modelli di sviluppo della crescita infinita.  Eppure ci sarebbe tanto spazio da colonizzare sui pendii imponenti dell’Epiro in discesa verso il mare.

Igoumenitsa è un’insenatura naturale coronata dal cemento di una banchina di due chilometri, distesa fra il porto vecchio ed il porto nuovo.  La semplicità della forma della baia non aiuta l’orientamento. La città è appiccicata dietro, sale sul pendio senza che lo sguardo sia guidato da una forma monumentale, da un viale o da un parco che si impongono come punti di riferimento. Le costruzioni del porto si distendono in disordine e sottendono un arco di possibilità del presente, fra le forme super-tecnologiche del progetto, realizzato solo in parte, e la sospensione spiazzante degli spazi vuoti, incompiuti, colonizzati da erbe, baracche, pilastri di cemento armato, dove il disegno super-tecnologico non riesce a trovare sfogo nella realtà.  Sulla costa dell’Epiro affiora spesso l’incompiutezza di luoghi costruiti a metà, come accade anche in certe regioni dell’Italia del sud.  Ma a differenza delle case grezze degli emigranti calabri, per i quali l’incompiutezza diventa un orizzonte triste e trasandato che invade anche lo spazio dei luoghi compiuti, i Greci sembrano destreggiarsi con eleganza nella doppiezza fra il finito e l’incompiuto.  Nella baia di Fanari c’è un albergo quattro stelle con i tondini di ferro del cemento armato che sbucano dal tetto orizzontale, in previsione di un piano aggiuntivo ancora da costruire.   Di sotto, ampie vetrate illuminano la strada con la luce limpida dei lampadari di cristallo.

Guardo nei volti i segni della crisi, come farei in casa di un malato cronico, o se ci fosse stato un lutto in famiglia.  Il personale al lavoro sul traghetto è stanco e scontroso -colpa dei turni di lavoro- mentre a terra le risposte sono rilassate, talora svogliate, ma sempre cordiali.  “La crisi non è affare mio” sembrano parole di discolpa: “perchè allora pagarla di persona?”   A Corfù non ci sono taxi, è sciopero: durerà ancora a lungo, forse un’altra settimana, è una serrata contro le liberalizzazioni.   Potrei andare a piedi, ma la strada è senza marciapiede e non voglio perdere tempo sotto il vento sferzante di maestrale che invita a prendere il largo. Chiedo informazioni ad una signora giovane che avvicina i turisti in arrivo sui marciapiedi del porto, per affittare le stanze di un residence, a giornata, come nelle capitali dell’est ex-comunista.  Alla fermata dell’autobus, l’autista strappa i biglietti e non si stanca di rispondere alle domande di chi cerca sempre le stesse direzioni, ma in lingue diverse.  La crisi sembra una malattia asintomatica e i Greci continuano a vivere come se non ci fosse.  Ma non sai cosa è nascosto sotto i sorrisi di circostanza dell’economia turistica.

Nel mercato di Plataria, la domenica mattina un vecchio contadino col furgone scarica i cocomeri dal pianale  e li pesa su una vecchia stadera.  I cocomeri sono scomodi da mangiare in barca, ma chiedo ugualmente: “quanto costa?”.  Risponde un marco e cinquanta.  “Un marco…?”  Il contadino guarda e ci mette un po’ per correggersi: “Un Euro e cinquanta!”  Grazie.  Gli leggo allora in faccia che per lui non è poi così diverso.  L’Euro è come il Marco, una moneta straniera, ed i Tedeschi la stanno usando per comperare la Grecia.

La fortezza di Corfù

14 agosto, 2011 § Lascia un commento

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Corfù è riparata contro i venti del nord da una montagna che viene su dal mare e sembra un bastione naturale, rotonda alla base e alta novecento metri, che sfuma in una lingua sinuosa di colline verso sud, parallela alla linea di costa del continente, appena sotto il confine fra Grecia e Albania. In pianta ricorda il profilo della Puglia, una Puglia rinsecchita e staccata dall’Italia al largo della Grecia ionica, con il “Gargano” in testa ed una lingua monotona di terre più basse verso Scirocco. Corfù è un nome tardo di origine bizantina; per i Greci quest’isola è ancora Kérkyra, nel rispetto di più antiche ascendenze latine e corinte. Il capoluogo con lo stesso nome dell’isola sorge su un promontorio all’incirca a metà della costa orientale, che chiude il mare rotondeggiante fra il monte-bastione più a nord e le montagne dell’Epiro che scendono giù ripide dal continente, lasciando alle imbarcazioni un passaggio di tre chilometri, nel punto più stretto fra i Balcani e l’isola.   Le montagne disposte attorno a questo braccio di mare come i baluardi di una fortezza marittima, convergono al centro su un fuoco ideale, nel promontorio dov’è il capoluogo Kérkyra.   Sulle difese naturali del promontorio, la storia ha sedimentato una sequenza artificale di fortezze vecchie, nuove e ancora più nuove, al passo col progresso delle armi da fuoco e delle imbarcazioni dei nemici Turchi.   L’ingegneria militare dei Veneziani  ha levigato le scogliere, trasformandole in aguzze macchine da guerra, caparbiamente inespugnate nel corso dei secoli.  Oggi il tempo confonde le pietre e restituisce il predominio al paesaggio naturale delle scogliere, a cui le muraglie delle fortezze sembrano adeguarsi.  Ma ci fu un tempo in cui l’artificio militare doveva imporsi e fare paura come una macchina indecifrabile, non solo a chi arrivava dal mare, ma anche agli abitanti di Kérkyra, stretti fra le scarpate di costruzioni bellicose che via via risalivano il promontorio, con nuove muraglie e nuovi fossati, a difesa del serenissimo predominio di Venezia e, in ultima istanza, a difesa di se stesse, se i Turchi avessero avuto l’ardire di occupare l’isola.   A Creta, dopo l’invasione turca del 1645, i Veneziani resistettero asserragliati per ventitue anni nella fortezza di Candia, prima di abbandonare definitivamente l’isola.  I castelli di Corfù dovevano essere un deterrente più efficace di quelli di Creta, per togliere di testa ai Turchi certe idee.   Se anche fossero sbarcati sull’isola da un’altra parte, sarebbero rimasti lontani dal cuore pulsante dei commerci veneziani.  A metà del Seicento, il porto di Kérkyra era difeso verso l’entroterra da un labirinto di muraglie inespugnabili, trincee profonde, bastioni affusolati come bunker anti granata, che gli storici dell’architettura militare hanno retrodatato faticosamente solo recentemente, avendoli creduti, fino a poco tempo fa, opera moderna, ottocentesca, tutt’al più settecentesca, viste le forme lisce delle murature, le proporzioni enormi dei bastioni e delle trincee  che si susseguono come ostacoli contro gli assalti di un’artiglieria pesante che si suppone consapevole delle astuzie di una guerra tecnologicamente avanzata.  Di certo queste fortezze sono servite anche all’esercito napoleonico ed agli Inglesi, come caserme di guarnigione, ma la conquista e la perdita di Corfù, da parte dei Francesi, dei Turchi e degli Inglesi, dopo la scomparsa della Repubblica di Venezia,  sono frutto di accordi e di rese, non di contese sotto gli spalti inespugnabili della fortezza nuova.

A causa dei percorsi panoramici e movimentati sulla scogliera, le guide oggi privilegiano la fortezza vecchia che si eleva sulla punta del promontorio e la ritengono turisticamente più interessante della fortezza nuova, che è asciutta, bianca, spoglia come una caserma. Nell’esplorare la fortezza nuova mi sono lasciato guidare dall’enigma delle sue forme e per questo mi è apparsa molto più interessante, non sapendo ancora nulla delle sue antiche origini tardocinquecentesche.    La curvatura delle murature, l’ inclinazione dei merli nella direzione del fuoco, le feritoie tutte uguali e a distanza regolare, fanno supporre un progetto illuminista, consapevole dell’autonomia del disegno che determina le scelte del capomastro fin nei minimi dettagli.   La purezza delle linee ha un bel po’ di primitivo ed è al tempo stesso estremamente moderna.  Sembra uscita dagli stampi del cemento armato.  La vastità dei bastioni e dei rivellini trasforma il paesaggio circostante in uno spazio di archeologia militare, che non ha nulla di medievale o di cavalleresco: anticipa le casematte e le trincee del ventesimo secolo, in una forma monumentale sovradimensionata per le armi umane.  Più che una fortezza, è un esorcismo, l’arsenale nucleare di una guerra fredda d’altri tempi.

I castelli medievali piacciono agli amanti di belle arti, se hanno la forma di rovine romantiche, se parlano di guerre lontane, combattute con armi da taglio in duelli e scontri a cavallo.  Le fortezze medievali piacciono ancora di più se la storia successiva le ha trasformate in residenze nobili e se esibiscono un’idea romantica condivisa, nelle pitture e negli arredi delle stanze.  Nella storia dell’architettura militare il passato recente delle caserme austro-ungariche o delle fortezze di Vauban, sembra irrimediabilmente disgiunto dalle immagini dei castelli medievali, dalle città fortificate che si perdono nel tardo rinascimento, dall’immagine, per esempio, di Terra del Sole, che ha ancora l’ambizione d’essere una fortezza bella come i castelli delle fiabe.  Alla fine del Cinquecento fra Forlì e Firenze non c’erano nemici temibili come i mercenari Turchi.  L’avanguardia della tecnica, in fatto di architettura militare, è sempre stata sui confini caldi delle grandi potenze commerciale e, sulle rotte di Venezia, questa avanguardia tocca una sconcertante modernità.   Nella fortezza nuova di Corfù, come d’altronde a Palmanova in Friuli, sembra di sentire ancora l’aria pesante dei primi cannoni in batteria, l’odore acre dei lubrificanti, l’intonaco macchiato di vernice col numero dell’arsenale.  I veri antenati della linea Maginot si erano già emancipati quattro secoli fa dalle forme turrite del castello delle favole, sulle rotte della Serenissia Repubblica di Venezia.

Nel golfo di Venezia

11 agosto, 2011 § 1 Commento

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I traghetti per la Grecia scendono l’Adriatico sulle rotte dell’antica Repubblica di Venezia. Fra i turtisti, gli autotrasportatori a lunga percorrenza lasciano trasportare se stessi a bordo nelle poltrone dei bar, mentre il carico dei loro camion gravita verso il fondo, nella pancia della nave, e non sembra così pesante. Gli italiani dicono d’essere un popolo di navigatori, ma i Greci lo sono ancora di più, non solo navigatori, ma popolo di “armatori”: le sponde dell’Adriatico e dello Ionio sono collegate da navi greche e il telegiornale delle TV a bordo non parla altre lingue, se non il greco, anche se siamo fermi nel porto di Venezia.  I camionisti in maglietta e ciabatte guardano i video assopiti, senza fiatare, come se stessero sorseggiando un consommè. Scorrono le immagini di una zecca che stampa cartamoneta. Banconote da cento e da cinquecento euro, raccolte in mazzi come in un tavolo da gioco, fanno da sfondo alla parola “crisi”, che  nella Grecia classica voleva dire “scelta” ma ora indica qualcosa che vien prima: l’incertezza, l’indecisione, l’incapacità di scegliere. Il significato della parola ha fatto un passo indietro, ma ormai senza scelta, marinai e camionisti continuano a macinare giornate di lavoro, non potendone fare a meno, anche se gli stipendi si assottigliano sotto la scure di aliquote rincarate e di tasse una tantum.

La nave si chiama Europa Palace, un palazzo con saloni, scantinati e sottoscala, dove i turisti hanno fretta di stendere a terra lenzuola e sacchi a pelo per fugare la noia del viaggio e farsi scudo con l’oblio del sonno.  Ad ogni pianerottolo si inciampa su qualcuno, in un’esercitazione collettiva di degrado sociale, durante le ventiquattr’ore del viaggio per mare. Il clochard che alberga nell’intimo degli europei arricchiti è libero di esprimersi, finalmente, l’Europa Palace glielo permette, come un teatro sperimentale che mette in scena le prove di un terzo mondo in embrione nei sottoscala del continente.

Sulla carta d’imbarco il prezzo asteriscato rende noto -senza scuse-  l’aumento imprevedibile che rincorre il costo del carburante.  A piedi col bagaglio a mano pago il traghetto come un volo Easyjet, per un giorno e una notte in mare da un estremo all’altro dell’Adriatico.  I motori divorano gasolio a trenta nodi; divaricano l’acqua sabbiosa dei fondali bassi e sfiorano il limite oltre il quale ti aspetti la magia di Mosè, per cui non c’era abbastanza acqua nel Mar Rosso e potevi attraversarlo anche a piedi.  L’esodo da Venezia a Corfù costeggia da vicino le isole della Dalmazia.  E’ la rotta naturale di chi apre le vele nell’alto Adriatico verso l’Oriente e perfino i motori poderosi dell’Europa Palace non hanno altra scelta.  La navigazione scivola giù lungo le isole della costa dalmata -o croata, come diciamo oggi- che si susseguono come pietre miliari e tengono per mano la navigazione.  La costa orientale dell’Adriatico è agli antipodi di quella occidentale, rispettivamente sorgente e foce della medesima entità terrestre che si accumula su una sponda e sprofonda nell’altra, lasciando al mare lo spazio di insinuarsi come una manica, dal Mediterraneo fino al cuore dell’Europa.

Nei porti antichi della Dalmazia affiorano i nomi di città veneziane che la lingua croata nasconde e trasforma, quasi per vendetta, in un coacervo impronunciabile di consonanti.  Se fosse prevalsa un’idea marittima, anzichè peninsulare, dell’Italia, sarebbe stato naturale porre qui i suoi confini: sulla sponda balcanica del Golfo di Venezia.  Le repubbliche marinare sono un antico laboratorio di unità nazionale.  Secoli prima delle contese risorgimentali, le rotte commerciali dei Veneziani e dei Genovesi assegnavano all’Italia ben più ampi confini, proprio in mare.   Gli affari si giocavano nell’Italia marittima.  Allora è un punto di vista distorto che riduce la storia d’Italia a quella della penisola, la quale acquista peso, di rimbalzo, soltanto tardi, come territorio di conquista, quando le rotte commerciali si allontanano dal Mediterraneo.  I moderni confini degli stati nazionali, che utilizzano le linee di costa per individuare una presunta unità nazionale, sono un’approssimazione della contemporaneità, sbilanciata sulla terra ferma, su connessioni coast to coast sempre più veloci, senza scali intermedi.

I Veneziani sono rimasti nell’isola di Corfù ininterrottamente per quattro secoli, fino all’occupazione napoleonica.  Arrivavano anche più giù, nelle altre isole del mar Ionio, ma l’isola di Creta era stata occupata dai Turchi nel 1645.  Dopo la perdita di Creta, Corfù doveva assolutamente resistere per proteggere le rotte veneziane verso l’Oriente: era il baluardo avanzato del Golfo di Venezia.  Poi arrivarono i Francesi, poi gli Inglesi, prima dell’unità nazionale greca. Ora può succedere di incontrare un signore di una certa età, coi baffi e la camicia a righe, per le vie di Corfù, che risponde volentieri  alle vostre domande.   Ma se siete Italiani, non parlategli in Inglese: vi chiederebbe perchè mai vi ostinate a parlare Inglese, voi che siete Italiani e si spiegherebbe educatamente in un Italiano di certo un po’ stentato, ma ancora pieno di dignità.

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