Verso il Circeo

27 luglio, 2011 § 2 commenti

La via Appia scende giù inverosimilmente diritta nella pianura fino a Terracina, dove una rupe a picco sul mare -come la freccia di un arco teso fra l’antica Roma ed il Mediterraneo- la fa curvare. Montagne imponenti dai profili arrotondati si alzano all’improvviso dalla bonifica e sembrano messe lì, di cartone, per dare un limite al paesaggio. La differenza fra questa pianura e la “bassa” ferrarese comincia dal confine massiccio dei Monti Lepini. Nella pianura pontina, il paesaggio non  è libero di evaporare in una lontananza incognita, nè verso l’entroterra, nè verso il mare, dove il profilo asimmetrico del Circeo fissa la distanza.  Manca la foce incerta di un grande fiume che rimette in gioco la linea di costa ad ogni mareggiata. Le dune litoranee sono modellate dalle onde e dal vento, secondo un profilo antico che da millenni allaccia il Circeo alla terraferma. Fra la duna litoranea e la più antica linea di costa nascosta nell’entroterra c’è il relitto di un fondale marino che i brevi corsi d’acqua scesi giù dalle montagne non riescono a colmare. I  fiumi qui non fuggono davanti a se stessi in reti tortuose di canali pensili che invadono il mare.  Non ci sono argini che chiudono l’orizzonte. Ai braccianti abituati agli allagamenti del Po le paludi pontine devono essere sembrate un gioco da ragazzi: livellare la pianura e canalizzare le acque, un lavoro da antichi romani, degno dei migliori destini di Roma.

Una doppia fila di pini ricurvi, altissimi e con l’ombrello largo, accompagna il viaggio per decine di chilometri ai lati della strada diritta. Cent’anni fa, Luigi Bertarelli descriveva commosso un paesaggio diverso, nelle pagine della sua Guida d’Italia.  Ai lati della strada Bertarelli vedeva gli olmi, alberi vallivi di una campagna antica. I tronchi contorti dei pini marittimi che li sostituiscono fanno esplodere contro il cielo le chiome sempreverdi: ispirano fughe rumorose di macchine futuriste, le corse verso il mare ed i sorpassi imprudenti di auto sportive decappottabili. Sembrerebbe una strada moderna tagliata attraverso la bonifica, invece è lì dall’epoca del console Appio, duemiladuecento anni fa. Le distanze sono scandite da caseggiati uguali che tradiscono origini antiche, anche se non romane, perlomeno settecentesche. La bonifica è roba d’altri tempi, ma non è mai stata una conquista definitiva. Se l’acqua non scorre, ristagna. Quando i romani colonizzavano nuove terre, inventavano pianure agricole dove prima c’erano gli acquitrini. All’ inizio del Novecento la pianura pontina era ancora un progetto incompiuto, per mancanza di gente assidua che coltivasse la terra. Luigi Bertarelli restituisce nella sua Guida d’Italia l’impressione di un paesaggio primordiale, non triste, non malsano, ma abitato dalla sporadica presenza di mandrie al pascolo e di pescatori di rane. L’aria del Tirreno spazza la pianura pontina, il cielo è sempre in movimento.

I segni della bonifica fascista affiorano nei nomi dei borghi che colonizzano la pianura e spargono nei cartelli stradali il ricordo dei monti e dei fiumi veneti della prima guerra mondiale. Al centro della bonifica c’era uno zuccherificio, a Latina, fiore all’occhiello della tecnologia fascista. Vorrei vedere se rimane qualcosa, almeno l’involucro della fabbrica chiusa vent’anni fa, ma la strada corre in un’altra direzione, verso il Circeo, capolinea della pianura. La fortuna del monte ha origini antichissime.  Le grotte affacciate sul mare offrono un repertorio di testimonianze antropologiche che affondano nella preistoria, con una straordinaria continuità. Le grotte aiutano la fantasia, ma Circe, la maga di Ulisse, si impadronisce del luogo solo per l’assonanza del proprio nome con quello latino del promontorio che significa “rotondeggiante“. In alto sulla scogliera un faro imponente illumina la notte del tirreno con un fascio regolare, luce e ombra, senza pause. La burrasca rompe le onde sulle falesie, un rumore di eternità al rallentatore. Il tempo perturbato non aiuta la vacanza, il lungomare è semivuoto in un sabato di Luglio. I romani ricchi, frequentatori di queste spiagge negli anni della dolce vita, hanno abbandonato il Circeo già da un po’. Ora preferiscono il monte Argentario, più grande e selvaggio, per certi versi simile al Circeo, ma immerso in una fase più antica, ancora lagunare, nella storia delle pianure costiere del Mare Tirreno.

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