Repertorio garibaldino

14 giugno, 2011 § 3 commenti

In linea con l’appello dei telegiornali di stato, anche noi -cercatori del fondo- andiamo in gita nel giorno dei referendum, ma solo dopo aver votato.  Il cielo rifinito di altocumuli azzurrini, con il tempo perturbato oramai alle spalle, è un degno fondale per le apparizioni sacre di divinità e di spiriti alati protettori del quorum.  Nella campagna di Ravenna, fra la pialassa e il fiume Reno, sono ancora vive le tappe di un pellegrinaggio rivoluzionario d’altri tempi, una via crucis dello spirito repubblicano che concilia l’attesa del quorum nel giorno dei referendum, come una veglia pasquale.  Nell’itinerario garibaldino squilla ancora forte un richiamo all’attualità.  All’inizio non ci credevo, di domenica mattina Garibaldi era solo il pretesto per una scampagnata.  Ma è bastato poco per accorgersi della trasfigurazione in senso sacro cui è andata incontro la memoria di queste valli dopo l’agosto del 1849.

Figuratevi il caldo a mezzogiorno.  Era il quattro agosto.  Garibaldi doveva raggiungere Venezia per mare, ma gli Austriaci l’avevano costretto a ripiegare nelle valli di Comacchio, lui e il suo esercito di sbandati. “Sciogliete le righe”, aveva detto Garibaldi.  Gli interessava il destino della rivoluzione forse più di quello della sua compagna, l’inseparabile Anita d’oltreoceano, febbricitante e in fin di vita.  Allora dovete immaginarveli come nei quadri dell’Ottocento, lui che porta in braccio attraverso le paludi una donna disfatta, in cinta di sei mesi, con l’aiuto paradossale del suo collaboratore più fidato, che si faceva largo fra le sterpaglie con un braccio solo, perchè l’altro l’aveva perso in battaglia.  Sulle spalle dell’eroe in fuga Anita muore, probabilmente di setticemia, sei mesi dopo il concepimento e la proclamazione della Repubblica Romana.  Sia fatta la tua volontà: altro destino non era concesso al figlio di quella rivoluzione.  Per la madre era il sacrificio di una vita senza sconti.  Nella fattoria Guiccioli di Mandriole c’è il letto dove dicono sia morta Anita.  In realtà, quando è arrivata su quel letto, pare fosse già morta.  Garibaldi doveva scappare e qualcun altro si sarebbe preso cura della sepoltura.   Chi ricevette l’incarico però ebbe fretta.  Non ci fu una sepoltura, ma un occultamento di cadavere, con risvolti oltretutto macabri.  La salma tornò alla luce qualche giorno dopo con i sospetti di una uccisione per strangolamento.  Alle Mandriole ci andarono di mezzo tutti. L’Anita non aveva pace neanche da morta.

Il guardiano seduto all’ombra della fattoria, oggi rievoca il pellegrinaggio postumo del corpo di Anita.  Garibaldi in persona andò a riprendersela nel 1859, per portarla a Nizza, dopo le battaglie campali della seconda guerra di indipendenza.  Prima non gli era stato possibile, perchè doveva stare alla larga dallo Stato Pontificio, con quale strazio, non oso immaginarlo. Adesso ricordo le parole di una filastrocca garibaldina, fra le tante che fiorivano come nenie in bocca alla mia bisnonna… e se io muoio mi andrete a seppellir sotto quel salice dov’è la mia ‘nita.  Era un testamento per le truppe nei campi di battaglia della seconda guerra d’Indipendenza, se si fosse verificata l’ipotesi peggiore.  Dopo la vittoria, Garibaldi ritornò sotto quel salice da vivo. Esattamente dieci anni prima era dovuto scappare in fretta, con le truppe austriache alle calcagna.  Di casa in casa era stato scortato verso la costa. Non si fermava mai nello stesso posto per più di un giorno. Voleva ancora raggiungere Venezia, ma i suoi complici romagnoli lo portarono in salvo su altre vie, verso casa.  L’emblema di questa fuga è il capanno, rifugio della sera del 6 Agosto 1849.  Il panorama industriale che chiude l’orizzonte qui attorno, in direzione del mare, oggi ricorda i paesaggi del Texas.  Visto da qui, Giuseppe Garibaldi potrebbe essere confuso con David Krockett.

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