Bellaria film festival

5 giugno, 2011 § Lascia un commento

Il profilo blu del monte Carpegna si stampa sull’orizzonte, al di là della Statale 16 coronata di sterpaglie, fra i frammenti di campagna ancora coltivati e i grandi capannoni degli ipermercati. Bellaria è poco distante dagli Appennini. I primi villini per i bagni al mare, alla fine dell’Ottocento, li costruirono qui. Quando Milano Marittima non esisteva ancora, neanche nelle intenzioni, e il delta del Po era senza poesia, Bellaria raccoglieva già a cominciare dal nome la promessa di una bella villeggiatura.
Alle nove di sera l’isola dei platani è affollatissima. Non ci sono isole su questa spiaggia dell’Adriatico, ma gli amministratori di Bellaria giocano con l’equivoco di un nome che significa anche isola pedonale. Dov’era il viale dei platani, adesso vedo un pavimento elegante con le aiuole e i lampioncini di design, i bar di tendenza e tutto quello che serve a dire “c’ero anch’io”. Le strade strette che portano all’isola dei platani esalano una solitudine densa di aromi e carica di promesse all’inizio della stagione: promesse di abbandono ai sensi, di giornate a piedi nudi, di pelle salmastra. I turisti a Bellaria sembrano numerosi, ma sono concentrati tutti qui, nei trecento metri di questa vasca pedonale da cui occorre passare per raggiungere il cinema Astra, che è la sede principale del Bellaria film festival. E’ strano, ma il cinema Astra non ha più l’ingresso sul viale. Sull’isola pedonale ad alta densità di acquisti, l’ingresso è stato sostituito dall’avveniristica coreografia delle scarpe Marie Claude. La visione di questo negozio acceca la vecchia facciata del cinema Astra e, per entrare, non resta che un piccolo passaggio laterale, una porta di servizio che non è l’ingresso dei padroni di casa.
Prima di diventare una variopinta vasca commerciale, il viale dei platani aveva lo stesso odore delle strade laterali e ne ingigantiva le promesse. Di sera le luci al neon rischiaravano il marciapiede sulla porta del teatro, dove si prolungava lo stato d’animo dell’ultimo documentario proiettato al cinema. Non c’era tanta gente. Per non rinunciare alle ultime boccate di una sigaretta, si perdevano i primi minuti del documentario successivo. Mi piaceva arrivare tardi e prendere posto quando in sala era già buio. Il festival di Bellaria era il momento ideale per farsi accompagnare da un’amica, che poi tanto amica non era, visti gli sviluppi. Nella notte rarefatta di Bellaria scattava una scintilla. Sulla via del ritorno, gli odori della nuova stagione erano una tentazione irresistibile. La notte apriva un varco verso nuove possibilità, di cui la mattina dopo non osavamo raccontare nulla, neanche a noi stessi.
Insomma mi sento a casa al Festival di Bellaria. Due anni fa salii perfino sul palco, a ricevere un premio che non era il mio. L’amico Carlo Logiudice non sapeva di avere vinto la vela d’argento e doveva rientrare a Catania con il volo da Forlì, alle 22 e 50, la sera della premiazione. All’ultimo minuto mi aveva chiesto di salire sul palco al posto suo, per i convenevoli di circostanza, le foto e gli applausi. Quell’istante di gloria che gli apparteneva è toccato a me in un’occasione fuori programma. Le conclusioni di due anni fa mettevano in guardia dai rischi di un cambio di comando -da sinistra a destra- alle elezioni amministrative. Il passaggio c’è stato, ma il festival del documentario non ha subito contraccolpi, anzi si è rinnovato, diventando più radiofonico e più televisivo. Si sono aggiunte le interviste-spettacolo a personaggi come Giulio Scarpati, “il medico in famiglia” che racconta la storia del suo successo come una possibilità fra le tante, in un’epoca in cui i registi ancora telefonavano agli attori per farli lavorare. Succedeva in Italia vent’anni fa. Da parte loro, i vincitori di questa edizione hanno dichiarato che da anni lottano per entrare nel circuito dei Festival: non per lavorare, non per farsi pagare, ma solo per farsi vedere. Qualcosa si è ribaltato negli ultimi vent’anni.
A me  non piacciono le giurie e le premiazioni, questi effimeri momenti di celebrità, dopo i quali, spente le luci, ricomincia la fatica anonima. Sul lungo periodo la selezione non la fa il merito, ma la capacità di resistere e di farsi proteggere dai poteri giusti. Coraggio, il meglio è passato è una battuta tutto sommato attuale che conclude il Festival nel ricordo di Ennio Flaiano. Il documentario su Flaiano è toccante, ne restituisce un’immagine umana ed enigmatica, fuori dal coro. Il regista di questo bel film –Giancarlo Rolandi– lo ricordo a Roma, certe serate insieme a tirare tardi in luoghi imprevedibili. Lui lavorava nel mondo della pubblicità, ma invidiava la mia collocazione provinciale, perchè io avevo il tempo per pensare, senza traffico e senza aperitivi inutili. Ma il suo documentario su Flaiano è qualcosa di veramente interessante. All’uscita mi complimento con lui. E’ in compagnia di Enrico Vaime, fresco d’intervista con Marino Sinibaldi, dove si è parlato di Flaiano e di altri maestri scomparsi. Sinibaldi confessa un disagio: in cuor suo Flaiano è inaffrontabile, metterebbe a soqquadro il palinsesto di radiotre. Enrico Vaime  tributa onore ai  maestri e non capisce i giovani che ne fanno a meno. Quali maestri?
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