Futurologia

26 giugno, 2011 § 1 Commento

C’è stato un momento, più o meno quarant’anni fa, in cui i futurologi erano di moda. Nella penisola delle meraviglie, l’intellettuale futurologo di riferimento si chiamava Roberto Vacca. In occasione della prima crisi del petrolio si era fatto largo nell’editoria di casa nostra con un libro intitolato Medioevo prossimo venturo. Dopo il medioevo viene il rinascimento e dopo la crisi del petrolio sono cominciati gli anni Ottanta. Roberto Vacca aveva annunciato per tempo la novità in arrivo pubblicando: Rinascimento prossimo venturo. Sarebbe potuto andare avanti… negli anni Novanta ci sarebbe stato spazio per un Manierismo prossimo venturo, ma non l’ha scritto, forse perché non avrebbe attirato il grande pubblico dei libri precendenti. Con il passare degli anni anche i futurologi invecchiano. Dopo tante apparizioni televisive e radiofoniche, è strano ritrovare la foto di  Roberto Vacca nel sito scarno e retrò www.robertovacca.com. Chi ci entra non trova traccia del web 2.0. Della varia produzione divulgativa di cui è autore, nel suo sito resta un riferimento all’opera prima: Medioevo prossimo venturo, riveduto e corretto trent’anni dopo. Col senno di poi, del Rinascimento meglio non parlarne più.

Dicono che gli anni Ottanta siano durati a lungo, ben oltre il decennio che la cronologia assegna loro. La Milano da bere degli anni di Craxi è sopravvissuta come quinta scenografica in sottofondo alla Milano multietnica e frastornata degli anni Duemila, dove le sale-convegno e gli uffici di rappresentanza del Novecento si trasformano in open space per gli impiegati di call center a tempo determinato. Proprio adesso qualcuno si dà da fare per allestire un dignitoso funerale agli anni Ottanta, come se una nuova consapevolezza fosse finalmente in agguato. Ogni volta che l’attuale blocco di potere, culturalmente radicato negli anni Ottanta, mostra una crepa,  tutti corrono a ficcare il naso per vedere cosa sta emergendo dietro: un sottofondo tumultuoso sommerso dalla persistente viscosità del potere bloccato. Gli anni Ottanta perpetuano se stessi in modo grottesco nelle forme della comunicazione, ma la realtà sfugge in altre direzioni. I nuovi orfani degli anni Ottanta fanno spesso un passo indietro ed osservano il futuro con lo sguardo degli anni Settanta. Così Roberto Vacca ripropone ancora oggi il suo Medioevo prossimo venturo del 1971.

Per prevedere il futuro non occorre guardare molto avanti.  E’ sufficiente che ognuno, nel proprio raggio d’azione, osservi quello che accade, o ciò che è gia successo, senza la camicia di forza dei giornali e delle TV di lingua italiana.  l’Italia sprofonda nel derby quotidiano di un gioco che serve a perpetuare l’esistente contro l’evidenza del tempo che passa. Fuori dai confini nazionali accadono fatti che in Italia interessano solo per i loro riflessi a sostegno, o contro, il padrone di casa. Quello che sta succedendo in Grecia ha occupato per dieci giorni le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, mentre in Italia c’era la faccia del disabile Umberto Bossi, con i commenti del suo discorso da Pontida. Per gli Italiani sarebbe istruttivo rendersi conto del modo in cui il governo tedesco sta umiliando il popolo greco, che paga all’Europa la palese inettitudine del governo di Atene. I cronisti dei telegiornali d’oltralpe si chiedono beffardi quando sarà il turno dell’Italia. E ancora: non sanno se fidarsi di un italiano come Mario Draghi alla presidenza della BCE, con quello che succede in Italia. A sostegno della sua candidatura valgono almeno le note critiche espresse da Draghi in più occasioni, contro Berlusconi.

Ora vorrei fingermi un po’ futurologo anch’io per capire se i Tedeschi riusciranno veramente ad impadronirsi della nostra economia, prima che lo facciano i Cinesi. L’iniezione di denaro necessario alla sopravvivenza dell’Italia sprecona sta già arrivando dalla Cina, con buona pace del disabile leghista di Pontida.  Quanti bar, quanti ristoranti tipici dei centri storici della penisola finiscono in mano ai Cinesi, ogni giorno. Non solo ristoranti o bar, anche attività industriali, prodotti di precisione, know how.  Non so se soprendermi di tutto ciò: date un’occhiata il sito della ditta STONEX di Monza. Chi direbbe che si tratta di una impresa cinese? Hanno comperato una immagine italiana per vendere i loro prodotti nel mercato europeo e nell’area del mediterraneo. Oltre all’immagine, hanno acquistato anche i tecnici che avevano costruito quell’immagine. E’ un bel salto di qualità, rispetto ai primi Cinesi che quindici anni fa arrivarono a Prato per lavorare diciotto ore al giorno negli impianti tessili.  Non so se aver paura, oppure gioire. Finchè l’Italia avrà qualcosa da vendere agli asiatici, gli Italiani non saranno poveri.

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San Giovanni d’Asso

22 giugno, 2011 § 2 commenti

SAMSUNG CAMERA PICTURESNelle crete senesi il paesaggio è quello delle cartoline che fanno sognare la Toskana con la “k” ai tedeschi e agli olandesi in pensione: un mare ondeggiante di colline dove la luce trasforma il profilo dell’orizzonte da un’ora all’altra ed i colori sfumano dal verde al giallo e al nero, come nei quadri di tanta pittura che ha colonizzato l’immaginazione del mondo intero. Arrivarci a mezzogiorno col sole di Giugno è come partire in mare con la barca a vela. Nelle onde del paesaggio non ci sono tracce recenti di civiltà. Anche i fili della luce sono un fatto sporadico, labili guinzagli legati ai casolari, vanno subito lontano e si perdono dietro l’orizzonte ricurvo. Il ritmo dei cipressi in fila è l’unico accento verticale del paesaggio. Tutto il resto è un’ onda: la linea dell’orizzonte, la curva della strada, il movimento dello sguardo. E’ una liberazione quando ci si arriva con gli occhi ancora carichi del rumore visivo delle periferie che circondano la brutta quotidianità. Nella memoria gorgoglia il ricordo di mozziconi di viabilità, di condomini cresciuti a caso l’uno contro l’altro… ma qui non è così.

SAMSUNG CAMERA PICTURESAlle cinque del pomeriggio di sabato 18 Giugno, a San Giovanni d’Asso si inaugura una piccola biblioteca pubblica, nei locali del castello dov’è anche il “museo del tartufo”, un esempio ben riuscito di museo sensoriale. Gli amministratori di San Giovanni d’Asso sperimentano idee originali e sanno spendere i contributi pubblici. Ora gli sponsor hanno finanziato una guida turistica su i-phone, integrata sulle reti Wi-Fi del territorio. Alcune targhette misteriose sono state appiccicate nei luoghi d’interesse  e sembrano i codici di una civiltà extraterrestre. Fotografandoli con il telefonino, una voce sintetica comincia a parlare. Il collegamento web senza fili avviene in un paesaggio che ha conservato intatti i connotati di un secolo fa. Vedremo se avrà successo questo modo di informare i turisti, che non aggiunge contenuti, ma li riorganizza andando incontro alla tecnologia del momento. A San Giovanni d’Asso sono in corso altri esperimenti: oltre alle nuove tecnologie informatiche, vengono agevolate le giovani coppie che decidono di vivere in questo territorio. Il bel paesaggio, da sè, non è una attrattiva sufficiente. La popolazione invecchia e le case restano vuote, pronte da dare in affitto ai turisti occasionali del fine settimana. Basteranno le nuove tecnologie per invertire la tendenza all’invecchiamento?

SAMSUNG CAMERA PICTURESDall’alto del Castello di San Giovanni, la valle scorre ondeggiando verso Torrenieri, buia di sera come un crinale appenninico. Quasi non ci sono case laggiù, per dieci chilometri fino al torrente Orcia. L’orizzonte è monopolio del Monte Amiata che incardina il profilo delle colline in direzione di Montalcino. Le case storiche del borgo di San Giovanni  si raggomitolano attorno al castello, insieme alla chiesa parrocchiale ed all’oratorio della Misericordia. Fra le anziane frequentatrici della messa domenicale, alle dieci del mattino compare un prete nero, che parla forbito in lingua italiana con l’accento di una cantilena gospel. Altre intromissioni global sono in agguato nel panorama delle crete: l’affittacamere bulgara, i cuochi asiatici…  Gli abitanti più autentici nati e cresciuti qui, hanno il passo incerto degli ottantenni e si danno da fare per illustrare quello che hanno vissuto, con viva voce. Il nipote del parroco che c’era al tempo della guerra, non risparmia critiche ai preti moderni -distruttori di arredi sacri- e mostra con orgoglio un gioiello di oratorio settecentesco, col pavimento originale in cotto ed il coro ligneo alle pareti. La signora Lidia apre su richiesta la Pieve di San Pietro in Villore, al di là del castello, e non si accontenta di aprire la porta: una volta dentro si attrezza e comincia a spazzare il pavimento. Dice che ci vorrebbe un po’ di Mussolini per rimettere le cose a posto. Le immagini che riverberano nei suoi occhi sono ancora quelle di una toscana agricola che credevo non esistesse più: la festa della trebbiatura, i rosari negli oratori di campagna durante i mesi della Madonna, come nei documentari della CNN e della BBC, dove le donne ricurve ed i vecchi col bastone  fanno sembrare questa parte d’Italia un paese d’altri tempi, o d’altri luoghi. Quando i vecchi muoiono, le case vanno a finire in mano ai forestieri. Arrivano da Bergamo, dal nord. Aprono alberghi di lusso che a San Giovanni non s’erano mai visti. Oppure diventano agricoltori, ma non sanno mica fare. Si stancano della vita che sono venuti a cercare e qualcuno vorrebbe vendere tutto, ritornare a Bergamo. Sull’uscio della chiesa, la signora Lidia ravviva con la voce l’arenaria ed il travertino delle sculture, nella luce del mezzogiorno. Nessun telefonino parlante, nessun codice fantascientifico potrà mai sostituire questa voce che racconta il luogo in carne ed ossa. I telefonini e le nuove tecnologie sono un premio di consolazione per chi ha fretta e si accontenta del clic di una fotografia digitale. Finita la memoria viva, l’unità dei luoghi va a moltiplicarsi in diverse apparenze, una per ogni sguardo arrivato qui per caso, o per necessità, inseguendo l’immagine di una cartolina.

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Eclisse finale

17 giugno, 2011 § 4 commenti

Succede una volta nella vita, che la consegna delle pagelle sia accompagnata da un’eclisse di luna.  I ragazzi di prima media lo sapevano. Alle sette di sera del 15 Giugno qualcuno entra nell’aula di scienze con i genitori, per simulare col videoproiettore quello che sarebbe avvenuto poche ore dopo.  I programmi di simulazione fanno miracoli, ma l’eclisse vera sarebbe apparsa subito dopo il tramonto: sul crinale fra Meldola e Predappio, con i telescopi degli astrofili di Forlì a disposizione del pubblico.  Prima di salire lassù tutti insieme, io socializzo con alcune famiglie dei miei alunni al tavolo di un bar.  Mi chiedono se ci sarò l’anno prossimo.   “Non lo so”, non potevo dire “no” a certi genitori che mi considerano un diritto acquisito: e’ una strana condizione sentirsi in obbligo, da precari.  Questi ragazzi non sanno di essere stati i primi a sperimentare la mia didattica di prima media, nel corso di un intero anno scolastico, e i loro genitori si interrogano su cosa avessi fatto prima. Progettavo impianti e sistemi di controllo in fabbriche di zucchero che sono state dismesse.  Non è stato facile trovare una alternativa.  La scuola è una soluzione.  Mi guardano ammutoliti, forse non capiscono: l’avessero saputo all’inizio dell’anno, si sarebbero spaventati, ma adesso il libro della prima media sta per finire nel cono d’ombra di una eclisse di luna.  Non è il caso di preoccuparsi.

Al tramonto la luna sorge già mutiliata, ma all’avanzare del crepuscolo la parte scura riappare magicamente sotto un manto rosso.  La penombra avanza.  Sulla strada ghiaiosa del crinale i bambini camminano eccitati con i genitori, i nonni, i cugini.  E’ un corteo festoso ed il numero di persone aumenta.  Sono più di cento. Qualcuno ha con sè un telescopio da montare, è poco più che un giocattolo, ma a me sembra importante anche quello, e mi do da fare per metterlo in asse con le profondità del cielo.  La luna sale e si rabbuia, ma non scompare completamente, un’alone chiaro la circonda sempre: è un effetto della nostra atmosfera che diffonde la luce del sole ed illumina la luna in eclisse.   I ragazzi non immaginano che fra poco più di un’ora la notte diventerà di nuovo luminosa, nel plenilunio del solstizio d’estate.  Nel buio dell’eclisse si stancano e chiedono ai genitori di tornare a casa.  Arrivederci ragazzi,  buone vacanze a tutti.

Repertorio garibaldino

14 giugno, 2011 § 3 commenti

In linea con l’appello dei telegiornali di stato, anche noi -cercatori del fondo- andiamo in gita nel giorno dei referendum, ma solo dopo aver votato.  Il cielo rifinito di altocumuli azzurrini, con il tempo perturbato oramai alle spalle, è un degno fondale per le apparizioni sacre di divinità e di spiriti alati protettori del quorum.  Nella campagna di Ravenna, fra la pialassa e il fiume Reno, sono ancora vive le tappe di un pellegrinaggio rivoluzionario d’altri tempi, una via crucis dello spirito repubblicano che concilia l’attesa del quorum nel giorno dei referendum, come una veglia pasquale.  Nell’itinerario garibaldino squilla ancora forte un richiamo all’attualità.  All’inizio non ci credevo, di domenica mattina Garibaldi era solo il pretesto per una scampagnata.  Ma è bastato poco per accorgersi della trasfigurazione in senso sacro cui è andata incontro la memoria di queste valli dopo l’agosto del 1849.

Figuratevi il caldo a mezzogiorno.  Era il quattro agosto.  Garibaldi doveva raggiungere Venezia per mare, ma gli Austriaci l’avevano costretto a ripiegare nelle valli di Comacchio, lui e il suo esercito di sbandati. “Sciogliete le righe”, aveva detto Garibaldi.  Gli interessava il destino della rivoluzione forse più di quello della sua compagna, l’inseparabile Anita d’oltreoceano, febbricitante e in fin di vita.  Allora dovete immaginarveli come nei quadri dell’Ottocento, lui che porta in braccio attraverso le paludi una donna disfatta, in cinta di sei mesi, con l’aiuto paradossale del suo collaboratore più fidato, che si faceva largo fra le sterpaglie con un braccio solo, perchè l’altro l’aveva perso in battaglia.  Sulle spalle dell’eroe in fuga Anita muore, probabilmente di setticemia, sei mesi dopo il concepimento e la proclamazione della Repubblica Romana.  Sia fatta la tua volontà: altro destino non era concesso al figlio di quella rivoluzione.  Per la madre era il sacrificio di una vita senza sconti.  Nella fattoria Guiccioli di Mandriole c’è il letto dove dicono sia morta Anita.  In realtà, quando è arrivata su quel letto, pare fosse già morta.  Garibaldi doveva scappare e qualcun altro si sarebbe preso cura della sepoltura.   Chi ricevette l’incarico però ebbe fretta.  Non ci fu una sepoltura, ma un occultamento di cadavere, con risvolti oltretutto macabri.  La salma tornò alla luce qualche giorno dopo con i sospetti di una uccisione per strangolamento.  Alle Mandriole ci andarono di mezzo tutti. L’Anita non aveva pace neanche da morta.

Il guardiano seduto all’ombra della fattoria, oggi rievoca il pellegrinaggio postumo del corpo di Anita.  Garibaldi in persona andò a riprendersela nel 1859, per portarla a Nizza, dopo le battaglie campali della seconda guerra di indipendenza.  Prima non gli era stato possibile, perchè doveva stare alla larga dallo Stato Pontificio, con quale strazio, non oso immaginarlo. Adesso ricordo le parole di una filastrocca garibaldina, fra le tante che fiorivano come nenie in bocca alla mia bisnonna… e se io muoio mi andrete a seppellir sotto quel salice dov’è la mia ‘nita.  Era un testamento per le truppe nei campi di battaglia della seconda guerra d’Indipendenza, se si fosse verificata l’ipotesi peggiore.  Dopo la vittoria, Garibaldi ritornò sotto quel salice da vivo. Esattamente dieci anni prima era dovuto scappare in fretta, con le truppe austriache alle calcagna.  Di casa in casa era stato scortato verso la costa. Non si fermava mai nello stesso posto per più di un giorno. Voleva ancora raggiungere Venezia, ma i suoi complici romagnoli lo portarono in salvo su altre vie, verso casa.  L’emblema di questa fuga è il capanno, rifugio della sera del 6 Agosto 1849.  Il panorama industriale che chiude l’orizzonte qui attorno, in direzione del mare, oggi ricorda i paesaggi del Texas.  Visto da qui, Giuseppe Garibaldi potrebbe essere confuso con David Krockett.

Palla!

11 giugno, 2011 § 4 commenti

Che strana usanza, l’ultimo giorno di scuola, la messa in scena di una partita di calcio fra studenti e professori.  La scuola italiana pullula di esperti calciatori in erba che fin da piccoli puntano diritto al tavolo del successo calcistico e irridono altre fatiche, forse più concrete, ma meno trendy.  Resta il fatto che proprio loro invocano il confronto con i professori su un campo da gioco asfaltato e fittizio, con le righe del parcheggio al posto delle aree di rigore.  Su quel minuscolo campo improvvisato, il rito calcistico condiviso da studenti e professori diventa un attimo cruciale, più importante degli scrutini e della consegna delle pagelle.  D’altronde il calcio, lo sappiamo, socializza una recita di tensioni collettive, altrimenti taciute, che si scaricano ad ogni calcio di palla.  Io non volevo crederci che avrei indossato i panni del “calciatore”: temevo per l’incolumità mia e degli studenti che rischiavano d’essere travolti dal mio quintale di peso.  Ma in squadra col bidello, con il vicepreside ed il professore di ginnastica, mi è tornata un’aggressività che non immaginavo di avere, vedendo contro di noi le facce scaltre di elementi che in una scuola d’altri tempi avrebbero subito punizioni corporali, ho capito che questo era il momento della resa dei conti, che tutti i ceffoni negati in classe avrebbero potuto prendere la forma di eleganti falli calcistici, senza ripercussioni penali.  E così è stato, tutto nelle regole del gioco: “Prof., ma  è fallo!”.  “Davvero!? Non l’ho fatto apposta. Scusa, mi dispiace.”

D’altronde sono loro ad averlo voluto. Io sarei rimasto volentieri in classe a fare matematica: senza calci e, come sempre, senza sberle.

Predatori e prede

10 giugno, 2011 § 1 Commento

Non c’è una ricetta universale per fare fronte agli ultimi giorni di scuola.  Alcune classi possono liberare energia in attività creative, con una reazione controllata, mentre altre  danno luogo a fenomeni esplosivi, per cui vanno moderate con dosi massicce di esercizi fino all’ultimo giorno.  Non mi piace fare i “cartelloni”, quei foglioni di collage variopinti che intrattengono i bambini ed i maestri in situazioni estreme.  Mi imbarazza la loro permanenza alle pareti a futura memoria.  La mia didattica è un flusso ipnotico di parole ipotetiche, di ispirazione socratica.  Il massimo di permanenza delle mie lezioni deve essere quella del gesso, che si può cancellare, o quella della lavagna multimediale, che scomparendo va a celarsi nel PC.

Nella solita prima D, sgangherata e vitalissima, per alleggerire il programma di scienze ho parlato di ecologia, di habitat e di popolazioni, fino al gioco delle prede e dei predatori. Ognuno ha collocato un certo numero di relazioni fra prede e predatori in reti alimentari che avrebbero fatto senz’altro bella figura in un cartellone.  Ma al pensiero dei pennarelli, della carta e della colla gettata in aria fra le urla selvatiche dei ragazzi in libertà, sono subito rinsavito.  Ho cambiato programma e nella grande pancia di google ho evocato lo spirito di un simulatore. Le equazioni di Volterra che modellizzano l’interazione fra volpi e conigli, si sono presentate all’appello nella veste di un simpatico videogioco interattivo, condiviso in rete da un professore dell’Università di Trieste.  Questo repentino cambio di rotta ha avuto un enorme successo ed ha fornito un’efficace via di fuga dalla noia, al termine dell’anno scolastico.

Nella tabella predisposta nel sito del prof. Logar di Trieste, abbiamo  impostato un po’ di parametri: quanto corrono forte i conigli? Quanta erba cresce? Quanto bruciano queste volpi e questi conigli?   Partendo da differenti condizioni iniziali, abbiamo lasciato evolvere il sistema: le volpi possono aumentare oppure diminuire fino ad estinguersi; allo stesso modo anche il numero di conigli può variare nel tempo, ondeggiando su e giù in grafici il cui senso diventa chiarissimo già in prima media, se stanno ad indicare volpi e conigli che si rincorrono in un prato.   Anche il significato del piano delle fasi,  concetto astruso del secondo anno di università, alcuni ragazzi  lo intuiscono al volo sull’onda dell’entusiasmo, insieme all’analisi delle spirali di stabilità e di instabilità, in questo prato virtuale di volpi e di conigli che si inseguono.  Questo simulatore permette di esplorare concetti raffinatissimi e di avvicinarli alla comprensione di giovani che imparano a rappresentarli  graficamente in strutture mentali.  Anticipano così, in modo intuitivo, le formalizzazioni più astratte dell’analisi matematica e delle equazioni differenziali.  Visto l’entusiasmo, potrebbero giocarci tutta l’estate.  Se funziona davvero, come pare, è una bomba didattica.

Bellaria film festival

5 giugno, 2011 § Lascia un commento

Il profilo blu del monte Carpegna si stampa sull’orizzonte, al di là della Statale 16 coronata di sterpaglie, fra i frammenti di campagna ancora coltivati e i grandi capannoni degli ipermercati. Bellaria è poco distante dagli Appennini. I primi villini per i bagni al mare, alla fine dell’Ottocento, li costruirono qui. Quando Milano Marittima non esisteva ancora, neanche nelle intenzioni, e il delta del Po era senza poesia, Bellaria raccoglieva già a cominciare dal nome la promessa di una bella villeggiatura.
Alle nove di sera l’isola dei platani è affollatissima. Non ci sono isole su questa spiaggia dell’Adriatico, ma gli amministratori di Bellaria giocano con l’equivoco di un nome che significa anche isola pedonale. Dov’era il viale dei platani, adesso vedo un pavimento elegante con le aiuole e i lampioncini di design, i bar di tendenza e tutto quello che serve a dire “c’ero anch’io”. Le strade strette che portano all’isola dei platani esalano una solitudine densa di aromi e carica di promesse all’inizio della stagione: promesse di abbandono ai sensi, di giornate a piedi nudi, di pelle salmastra. I turisti a Bellaria sembrano numerosi, ma sono concentrati tutti qui, nei trecento metri di questa vasca pedonale da cui occorre passare per raggiungere il cinema Astra, che è la sede principale del Bellaria film festival. E’ strano, ma il cinema Astra non ha più l’ingresso sul viale. Sull’isola pedonale ad alta densità di acquisti, l’ingresso è stato sostituito dall’avveniristica coreografia delle scarpe Marie Claude. La visione di questo negozio acceca la vecchia facciata del cinema Astra e, per entrare, non resta che un piccolo passaggio laterale, una porta di servizio che non è l’ingresso dei padroni di casa.
Prima di diventare una variopinta vasca commerciale, il viale dei platani aveva lo stesso odore delle strade laterali e ne ingigantiva le promesse. Di sera le luci al neon rischiaravano il marciapiede sulla porta del teatro, dove si prolungava lo stato d’animo dell’ultimo documentario proiettato al cinema. Non c’era tanta gente. Per non rinunciare alle ultime boccate di una sigaretta, si perdevano i primi minuti del documentario successivo. Mi piaceva arrivare tardi e prendere posto quando in sala era già buio. Il festival di Bellaria era il momento ideale per farsi accompagnare da un’amica, che poi tanto amica non era, visti gli sviluppi. Nella notte rarefatta di Bellaria scattava una scintilla. Sulla via del ritorno, gli odori della nuova stagione erano una tentazione irresistibile. La notte apriva un varco verso nuove possibilità, di cui la mattina dopo non osavamo raccontare nulla, neanche a noi stessi.
Insomma mi sento a casa al Festival di Bellaria. Due anni fa salii perfino sul palco, a ricevere un premio che non era il mio. L’amico Carlo Logiudice non sapeva di avere vinto la vela d’argento e doveva rientrare a Catania con il volo da Forlì, alle 22 e 50, la sera della premiazione. All’ultimo minuto mi aveva chiesto di salire sul palco al posto suo, per i convenevoli di circostanza, le foto e gli applausi. Quell’istante di gloria che gli apparteneva è toccato a me in un’occasione fuori programma. Le conclusioni di due anni fa mettevano in guardia dai rischi di un cambio di comando -da sinistra a destra- alle elezioni amministrative. Il passaggio c’è stato, ma il festival del documentario non ha subito contraccolpi, anzi si è rinnovato, diventando più radiofonico e più televisivo. Si sono aggiunte le interviste-spettacolo a personaggi come Giulio Scarpati, “il medico in famiglia” che racconta la storia del suo successo come una possibilità fra le tante, in un’epoca in cui i registi ancora telefonavano agli attori per farli lavorare. Succedeva in Italia vent’anni fa. Da parte loro, i vincitori di questa edizione hanno dichiarato che da anni lottano per entrare nel circuito dei Festival: non per lavorare, non per farsi pagare, ma solo per farsi vedere. Qualcosa si è ribaltato negli ultimi vent’anni.
A me  non piacciono le giurie e le premiazioni, questi effimeri momenti di celebrità, dopo i quali, spente le luci, ricomincia la fatica anonima. Sul lungo periodo la selezione non la fa il merito, ma la capacità di resistere e di farsi proteggere dai poteri giusti. Coraggio, il meglio è passato è una battuta tutto sommato attuale che conclude il Festival nel ricordo di Ennio Flaiano. Il documentario su Flaiano è toccante, ne restituisce un’immagine umana ed enigmatica, fuori dal coro. Il regista di questo bel film –Giancarlo Rolandi– lo ricordo a Roma, certe serate insieme a tirare tardi in luoghi imprevedibili. Lui lavorava nel mondo della pubblicità, ma invidiava la mia collocazione provinciale, perchè io avevo il tempo per pensare, senza traffico e senza aperitivi inutili. Ma il suo documentario su Flaiano è qualcosa di veramente interessante. All’uscita mi complimento con lui. E’ in compagnia di Enrico Vaime, fresco d’intervista con Marino Sinibaldi, dove si è parlato di Flaiano e di altri maestri scomparsi. Sinibaldi confessa un disagio: in cuor suo Flaiano è inaffrontabile, metterebbe a soqquadro il palinsesto di radiotre. Enrico Vaime  tributa onore ai  maestri e non capisce i giovani che ne fanno a meno. Quali maestri?

Dove sono?

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