Ecologia in libertà

30 Mag, 2011 § Lascia un commento

L’autore di Strade Blu, quell’americano ormai settantenne che ama farsi chiamare col nome indiano della famiglia paterna, Least-Heat Moon, ha partecipato a Collisioni, lo scorso fine settimana, ed ha risposto alle domande di chi lo intervistava, parlando degli effetti negativi del sovrappopolamento degli Stati Uniti, che sta cancellando il mondo di Strade Blu. Gli Americani sono aumentati da duecento a trecento milioni. E’ una crescita del 50% in trent’anni. Ora mi stupisce che qualcuno ponga il sovrappopolamento fra le cause di degrado civile, ma credo che l’autore di Strade Blu abbia ragione: ce ne siamo dimenticati, ma quarant’anni fa gli ecologisti mettevano al primo posto, fra i problemi del futuro, proprio l’aumento incontrollato della popolazione. Quando eravamo quattro miliardi si parlava con apprensione di inquinamento e di incremento demografico. Ora che sul globo stiamo veleggiando verso i sette miliardi, ormai assuefatti ai numeri con nove zeri, la coscienza ecologista si fa scudo con altre parole d’ordine. Nell’opinione pubblica e sui giornali il riscaldamento globale ha ereditato lo spazio un tempo occupato dall’inquinamento, mentre i discorsi sulla crescita demografica sono stati rimpiazzati dal tormentoso dibattito sull’energia. Uno spostamento di mira ha dirottato l’attenzione dalle emissioni inquinanti al più appariscente dei loro effetti, il global warming, che si presta a campagne di sensibilizzazione e raccoglie il plauso (sarà un caso?) dei politici trombati.  Il dibattito sull’energia ha eclissato il problema demografico, riconducendolo a sè, come a dire: il numero degli abitanti sul pianeta non è più un problema se c’è abbastanza energia per tutti. Allarme!

Quarant’anni fa il futuro era guardato con apprensione.  Sette miliardi di abitanti sul pianeta erano visti come l’anticamera di un inferno che sarebbe esploso di lì a poco, per effetto della bomba demografica.  Ora ci siamo dentro, ma non ci preoccupiamo, o crediamo di avere gli strumenti per intervenire con le formule magiche dell’energia. O più semplicemente abbiamo smarrito la visione del futuro. E’ una cecità preventiva per non morire di spavento. Questo ci fa essere diversi da chi valutava il futuro quarant’anni fa: allora avevano ancora un’idea piuttosto univoca della memoria ed erano capaci di proiettarsi nel futuro, secondo alcuni desideri, mettendo in guardia dal rischio che le cose andassero a finire diversamente.  Ora siamo schiacciati nel presente e non abbiamo più la presunzione di abitare il mondo che desideriamo realmente.  Accettiamo il futuro goccia a goccia, così com’è nel momento in cui diventa presente. Ce lo raccontiamo in tanti modi diversi. Le idee non rimangono fisse a lungo nella memoria di nessuno. Senza saperlo stiamo diventando diversi da noi stessi, molto in fretta. Per capirlo dobbiamo tornare a leggere quello che scrivevano di noi quarant’anni fa.

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Fine turno

29 Mag, 2011 § Lascia un commento

La spiaggia riapre i battenti ed io mi ritrovo steso sulla sabbia nella stessa posizione di Settembre, quando attendevo la destinazione scolastica come un viaggio attraverso le stagioni, dall’autunno fino ad una nuova estate che risveglia i sensi assopiti.  Questa luce alla fine della scuola mi ricorda un mattino a fine turno, dopo il viaggio attraverso la notte in fabbrica: la riunione attorno al tavolo per il passaggio delle consegne, con gli occhi pesanti la mattina presto,  era un tempo diverso, lontano, disgiunto da quello dell’altra riunione del tutto simile, la sera prima.  Alla fine ritornano i messaggi e gli stati d’animo dell’inizio, appannati, a tratti lontani, a tratti vicini. La vita brulicante che c’è stata nel mezzo -gli sguardi dei ragazzi come lo scroscio dell’acqua nei macchinari dello zuccherificio- restano sospesi, quasi fantasmi.  Come di mattina a fine turno, arriverà il sonno. Prima di un altro autunno, la nuova identità scolastica si lascerà confondere ancora una volta dall’estate visionaria delle barbabietole scomparse.

Il cielo di Maggio

26 Mag, 2011 § Lascia un commento

Blog notes

26 Mag, 2011 § Lascia un commento

Per comunicare efficacemente sul web non è necessario aprire un blog. I social network offrono vetrine trasparenti e permettono scambi molto più agili. Ma il blog è ancora ineguagliabile se si desidera accatastare pagine una sopra l’altra, in una forma di accumulo letterario che introduce una novità nel modo di elaborare la parola scritta, analogamente a quanto avvenne secoli fa, quando il libro sostituì il rotolo. Disponendo di criteri di  classificazione efficaci per il recupero dei pezzi già scritti, il gioco è fatto:  il blog moltiplica le corrispondenze e le possibilità di relazione fra le sue parti e con le parti di altri blog. Non so quali esperimenti siano oggi in corso sugli ipertesti, passati di moda già da un po’ senza esprimere del tutto il proprio potenziale, restano confinati negli ambiti education & training, mentre i social network improvvisano ragnatele di connessioni estemporanee, scariche emotive che attraversano come onde la rete. I contenuti e la qualità delle connessioni passano in secondo piano, quello che conta per stare a galla è il numero di clic.

I post di un blog hanno una autonomia, ma possono anche essere agganciati l’uno all’altro come tanti capitoli brevi di un discorso molto lungo. Può essere innovativo articolare un discorso complesso attraverso una successione di post, come tante inquadrature dello stesso film.  Ma qual’è la reale autonomia di un lettore davanti al monitor di un computer? Quanto tempo è disposto a dedicare alla lettura di un testo? Siti di approfondimento come doppiozero raccolgono contributi di ampio respiro, addirittura corredati da note a piè di pagina.  Sarebbe interessante indagare la modalità di lettura per ogni accesso su siti come doppiozero.

Sulla rete è opportuno attenersi alla forma del saggio breve, corredato da note, o esistono altre forme espressive più adatte ai tempi? Mi intrigano le contaminazioni: racconti con le note a piè di pagina, saggi epici, istruzioni in rima. I post di questo blog hanno già la forma del frammento e potrebbero essere uniti fra di loro con agganci sempre diversi, su richiesta di chi legge, con metodi automatici. Ci sto pensando.

Blog: istruzioni per il non abuso

25 Mag, 2011 § 1 Commento

Torno a chiedermi cosa succede quando pubblico un post su questo blog, visto che qualcuno ha ancora l’abitudine di leggere di tanto in tanto cosa c’è di nuovo.  Confesso: più di una volta in questi anni mi sono detto che avevo finito gli argomenti, che le mie storie non erano più interessanti, che andavo incontro ad una deriva nostalgica nel ricordo di un passato soltanto mio (se non aggiungo ogni giorno le foto di nuove avventure in presa diretta).  Ho continuato a pubblicare un post quando mi sembrava di avere qualcosa da dire.  Credo che questo sia un buon principio: scrivere quando c’è l’urgenza di raccontare qualcosa e privilegiare l’uso del tasto “CANC”, se le righe appena scritte non corrispondono alle intenzioni.   A volte la volontà sfuma mentre le parole scorrono nella pagina scritta e allora il post prende una piega differente, meno descrittiva e più letteraria.

Può piacere, oppure no, ma mi diverte il ritmo della pagina scritta, quando si prende gioco di me e lascia le parole in bilico fra un significato e l’altro.    Non ho intenzione di rincorrere il gusto dei mie lettori e di scrivere un best-seller.  D’altronde non conosco abbastanza il gusto dei miei lettori, ma potrei azzardare qualche ipostesi.  Se avessi raccontato in prima persona una storia a luci rosse (vera o presunta) con una teenager asiatica in una soffitta di Berlino, avrei decuplicato le visite a questo sito.   Perchè non l’ho fatto?  Credo che sia meglio vincolare le narrazioni a punti di vista realistici.  Piuttosto ingenuamente, le mie storie sottostanno ad una principio di realtà e funzionano come lo zoom di una macchina fotografica, che ritrae da vicino, da lontano o di scorcio, tutt’al pù utilizzando filtri colorati.  Lo zoom ritrae comunque una visione della realtà, come la percepisce chi prende l’immagine.  Nel flusso di questo blog cerco di ricomporre queste visioni, varie, molteplici, contraddittorie, in una forma tangibile, in evoluzione.    Scrivendo sul web, mi rivolgo a persone che conosco e a molti altri che non conosco affatto.  Sapere d’essere accessibile, mi costringe ad essere più critico verso me stesso.  E’ un doppio esercizio: di ritmo narrativo e di chiarezza concettuale.

Vorrei che la mia scrittura ed anche le foto conservassero un senso a distanza di anni.   Sarebbe bello se questo principio ispirasse ogni flusso (individule o collettivo) che si esprime sul web.  Ma so che non è così: sul web le parole hanno una forma scritta ed una sostanza parlata.   Scripta www volant!  Mi piacerebbe introdurre nel web lo stramazzo del troppo pieno, come nei serbatoi aperti in alto, dove l’acqua in eccesso può traboccare liberamente.  Per ogni nuova parola aggiunta nel web, bisognerebbe cancellarne un’altra di uguale lunghezza, ma meno carica di senso.  La ricerca automatica di significato, col computer, non dà ancora risultati soddisfacenti: sotto la montagna sintattica di milioni di sinonimi che rispondono all’appello di una ricerca sul web, il senso che vorremmo rimane spesso sepolto, irraggiungibile, nella millesima pagina dei risultati di google. 

Dalle statitische di questo blog, vedo che la maggior parte delle visite pilotate dai motori di ricerca accede a We’ve got a project attraverso una pista sintattica che tradisce il contesto semantico.  Ad esempio, chi cerca su google un metodo di calcolo per le divisioni in colonna, viene indirizzato sul mio post che racconta la storia dei bambini di prima media alle prese con le divisioni in colonna.   Chi arriva fin qui può rimanere deluso, oppure incuriosito da qualcosa di diverso dalle aspettative.  Le piste di google sono un campionario di opportunità inintenzionali.  In particolare le fotografie sono un’esca prelibata per l’accesso ai post di maggior successo.  Solo un esempio: lo scatto di Fort Alamo, tratto dal post “Remember Alamo!”, è attualmente al primo posto della ricerca di google immagini, quando si digita “Fort Alamo”.

Gli accessi diretti pilotati da google, o da altri siti nati apposta per gestire i contenuti dei blog (come liquida.it) rompono la lettura in sequenza di un post dopo l’altro. Ciascun post conserva un senso anche come frammento ad accesso diretto.  Questi accessi casuali smontano il blog  nei componenti elementari e li ricompongono in altri percorsi, unici ed irripetibili attraverso il web.  Davvero pochi lettori, fra quelli entrati qui per caso, manifestano la curiosità di ripercorrere in sequenza la sucessione dei post così come sono stati scritti, uno dopo l’altro, come se fossero le pagine di un libro o i fotogrammi di un film, secondo le tappe di un percorso che sul web diventa performance.  Ma il significato di un blog (per cui un blog potrebbe diventare un’opera d’arte) sta nella successione degli strati, accumulati in sequenza come un vissuto in presa diretta.  L’uso che facciamo del web è davvero in grado di restituire questo significato?

Festival arte contemporanea

22 Mag, 2011 § 1 Commento

Ci sono festival per ogni gusto, non solo per le canzoni. Dopo il festival della matematica, della filosofia e dell’economia, non è da accogliere con stupore un festival dell’arte contemporanea. Mi stupisce però che sia una cittadina romagnola il centro di questo evento: non una capitale della riviera, ma l’aristocratica Faenza, la Torino della Romagna, che ha in sottofondo l’odore rarefatto delle facciate ottocentesche, con gli stucchi polverosi stile impero affacciati sui balconi.  Di sabato pomeriggio, col bel tempo, i romagnoli vanno al mare e lasciano ai disquisitori d’arte contemporanea il centro pedonalizzato della loro città apparentemente intatta, quasi metafisica al calar del sole.  In ogni caso sono pochi i festivalieri che rimpiazzano gli indigeni di Faenza: degne comparse sullo sfondo metafisico della città di mattoni e cielo blu.  Aspettiamo l’intervista a Marc Dion nella penombra faentina del cinema Sarti, alle cinque del pomeriggio.  L’artista delle classificazioni, delle tassonomie e del revival della Wunderkammer non si fa attendere.  Veste camicia a quadretti e pantaloni verde scuro, uno stile che sarebbe adatto ad un giardino di Long Island, in autunno.  Parla come se… “Come se” è una formula espressiva che può aiutare ad introdurre la sua arte. Gli ordinamenti e le tassonomie di cose già viste non sono creazioni dal nulla, ma esercizi della mente in un laboratorio di scienze cognitive, dove il cervello dello spettatore può giocare, se vuole.  Che dire?  Io e Caromaso ci arrovelliamo nel cercare ragione di noi stessi, mentre Marc Dion gioca e galleggia, leggermente sovrappeso, nel mondo global dell’arte contemporanea, confezionando opere un po’ ironiche ed allusive di un altro spazio che forse non c’è.

Davanti al Teatro Masini, all’ora dell’aperitivo aspettiamo Salvatore Settis, pronto per l’intervista che lo attende su un palchetto dallo sfondo bianchissimo, che sembra lievitare sul pubblico circostante. Un’orchestrina fa da contrappunto lanciando nell’aria la musica di un film di Kusturica, sul lato opposto della piazza.  Il luminare Settis ha appesi al collo due paia di occhiali ed una enorme lettera “C” rossa.  Sembra a disagio fra gli accidenti della realtà sensibile, ma dà vita ad una realta sublime non appena apre bocca. Lo intervista una giornalista della cultura italiana, Angela Vattese, seduta su una poltrona di scomodo design, temporaneo più che contemporaneo, sul palco lievitante. Indossa una gonna rosa vista di scorcio, da sotto in su.  A cosa serve il paesaggio? Come definirne la tutela?  Settis si scaglia contro il degrado delle culture di governo, nazionale e locale.  Sembrano tutti d’accordo, lo siamo anche noi, ma…  qualcosa va ripensato.

A cena in quattro all’osteria della Marianaza, la mente di Stefano Chiodi scardina come un turbine le certezze d’autorità di Salvatore Settis.  Gli atti creativi veramente nuovi incidono la storia in profondità, nell’arte come nel paesaggio, e non hanno bisogno dell’imprimatur preventivo di un’autorità accademica tetragona.  Sento odore di eresia, ma accetto la provocazione e salgo anch’io sulle ali di quel pensiero d’alta quota, più effervescente, che gioca a nascondino con la goliardia fra una bicchiere e l’altro.

Appunti di maggio (2011)

20 Mag, 2011 § 1 Commento

La scuola sta per finire. Il bello della scuola è proprio questo: che ad un certo punto finisce. Non voglio dire che sia brutto andare a scuola, nè che l’ultimo giorno sia più bello degli altri. Questo può essere vero per gli studenti, ma io intendo un’altra cosa…  La consapevolezza della fine dà una luce diversa a quello che si fa. Lo sguardo dei miei studenti non è più lo stesso del 2010. Con quale velocità cambiano l’aspetto e gli atteggiamenti, a questa età, me ne rendo conto soltanto adesso. Ho stabilito un’intesa con ognuno di loro, leale o opportunista, dipende dall’alchimia che si stabilisce fra le persone, mai la stessa, ma già chiara a dodici anni. Ci siamo accompagnati nove mesi guardandoci negli occhi, poi, dopo un giorno di giugno, torneremo da dove siamo venuti, in reciproca oscurità. Nella loro memoria rimarrà la mia immagine ferma in qualche atteggiamento strano o particolarmente espressivo, che invecchierà sì, ma non con me. Questa immagine di me farà parte di loro, ce ne sarà una per ognuno di loro, mentre io porterò appresso, nella mia memoria, un album fotografico di bambini che non diventeranno mai grandi, fermi nel gesto di un saluto, l’ultimo giorno di scuola del 2011.

Quando la scuola sta per finire, anche i colori hanno un profumo. Fra le gramigne nè gialle nè verdi, sbocciano i papaveri. All’uscita da scuola preferisco allungare il percorso sulle strade in curva, per osservare il mare dall’alto, la linea di costa nitida e segnata dalle pietre miliari dei grattacieli della riviera. Ai piedi del pendio compero fragole, fave e piselli appena raccolti, da cucinare subito insieme alla seppia di Cesenatico, talmente fresca che ancora si muove nel banco del pesce: seppia, piselli e prezzemolo. Sento che sarebbe bello mettere radici qui, nel mese di maggio, in una casa di campagna fra le colline e il mare. Ma altri pensieri sono in agguato come il vento di marzo. La vita vecchia da fisico-ingegnere non mi appartiente più, ma vorrebbe sussurrare ancora qualcosa. E’ bello sentirsi addosso un abito nuovo da fisico-insegnante, dovrei imparare a ricamarlo.

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