Al di qua e al di là della cattedra

3 aprile, 2011 § Lascia un commento

Gli alunni di prima D salgono sull’autobus di linea da Meldola a Forlì, alle sette e cinquanta di un giorno di pioggia alla fine di marzo.  I ragazzi entrano e si fanno largo fra gli altri passeggeri, rumoreggiano già nei sedili in fondo: dieci chilometri di viaggio sono abbastanza lunghi per fare sembrare questa breve trasferta una gita scolastica.   Nei giorni della cultura scientifica, il Liceo Scientifico di Forlì apre le porte alle scuole medie e gli insegnanti del Liceo sono  a disposizione per una lezione nel laboratorio di scienze.  Bisogna prenotare con un po’ anticipo, ma l’argomento che scelgo per i miei ragazzi non va a ruba, gli esperimenti sulla pressione di solito non interessano le scuole medie.  Viene ad accoglierci un professore del liceo che conosco già, un tipo abbastanza giovane, dall’aria simpatica ed un po’ clownesca, da Forrest Gump.  Non vede l’ora di mettersi alla prova davanti ai dodicenni delle scuole medie, almeno per un giorno, con una lezione nuova che ha preparato per l’occasione.  Mi chiede che età hanno: “è una prima, sono troppo piccoli”?  No, va bene, hanno l’eta giusta.   Fra qualche mese cominceranno a guardarsi attorno e vedranno un mondo che gira: maschi, femmine e motorini… e sarà tutto più difficile.  Invece adesso è ancora possibile catturare la loro attenzione e la fisica non li spaventa: li ho abituati così, sono pronti  ad ascoltare.

I laboratori di scienze sono gli stessi che c’erano quando il liceo lo frequentavo anch’io da studente, venticinque anni fa, ma non ricordo di esserci mai stato.  L’ingresso di questa scuola, i corridoi e le finestre affacciate sui cortili interni non reggono più il filo della mia memoria. Mi presento ad un insegnante in attesa avanti e indietro nei corridoi: non sembra un professore, è come se stessi parlando ad un capotreno.  Questo luogo è uno spazio estraneo ma ha le pareti uguali a quelle del liceo che frequentavo anch’io, venticinque anni fa.  Ci sono ancora gli angoli furtivi in cui andavamo ad appartarci prima delle lezioni, ma una distanza innaturale li separa dal presente.  Il ricordo di quei momenti sembra ancora a portata di mano nella mia memoria, ma quello che vedo entrando non ne porta traccia: non vedo segni, non ricordo dov’ero.  Per ritrovare le mie aule devo farmi da parte e cominciare un ragionamento astratto.  La memoria persiste in uno spazio slegato dalla realtà che vorrebbe rappresentare.

Nel laboratorio di scienze il professor Forrest Gump fa il giocoliere con la mia scolaresca.  Spiega le unità di misura e i ragazzi lo ascoltano, non fanno una piega: li devo aver abituati proprio bene in classe, l’ultima ora del mercoledì e la terza del sabato.   “La pressione della colonna d’acqua dipende dalla densità e dall’altezza, non dall’area della colonna.  Poi c’è quel numero che è quasi dieci: nove virgola otto… “: neanche l’accelerazione di gravità li spaventa!  Dopo un po’ di teoria, il professor Forrest Gump tira fuori una attrezzatura per gli esperimenti sotto-vuoto: “l’acqua bolle togliendo l’aria, ma non scotta, ci credete?”  I più temerari avvicinano un dito: “E’ vero, non scotta!”  Su, provate anche voi.  Osservo cosa succede in aula, ma mi distraggo guardando fuori dalla finestra: dall’altra parte del cortile ridotto a magazzino vedo le seggiole accatastate sul marciapiede.   Mi sento nervoso, riconosco in quel cortile la vasca prosciugata dov’erano i pesci rossi e, al primo piano, come in un sogno, le aule delle mie classi in fila una di seguito all’altra: la terza, la quarta e la quinta.  Il passato di questo luogo non lo ritrovo, ma non è lontano.  E’ un tempo parallelo a quello dei dodicenni di questa mattina, alle prese con la fisica della pressione, un’altra volta nel Liceo di Forlì.

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