Ferma in tutte le stazioni eccetto a…

14 aprile, 2011 § Lascia un commento

C’è sempre stata una sala d’aspetto nella stazione di Forlimpopoli, ma non è più la stessa che avevo in mente.  Il personale di Trenitalia è migrato altrove già da un po’ ed ha lasciato vuota la stanza di comando che si vede ancora dov’è la vetrina sporgente con gli infissi di alluminio anni Ottanta. Dopo la chiusura della biglietteria, l’unico spazio rimasto aperto è una cameretta di passaggio stretta fra due porte cigolanti di metallo, una sulla strada, l’altra sotto la pensilina sul lato della ferrovia.  Fra un treno e l’altro questo spazio può restare inutilizzato per ore, ma in certi momenti torna a popolarsi con il traffico degli studenti e dei lavoratori.   Allora la biglietteria automatica sputa i titoli di viaggio per poche destinazioni prefissate, pigiando bottoni rotondi di metallo che hanno scritti sopra i nomi scoloriti delle città più vicine: Forlì, Faenza, Bologna.  Dal nulla si fa sentire all’improvviso una voce artificiale di donna che consola la solitudine dei viaggiatori di passaggio.  Le parole sono le stesse di mille altre stazioni, minacciano perquisizioni poliziesche a chi lascia bagagli incustoditi.   Siamo controllati da telecamere e qualcuno in divisa potrebbe materializzarsi all’improvviso attraverso l’occhio delle telecamere, la voce sintetica lascia sottintendere davvero questa possibilità fantascientifica e ossessivamente ripete che è  vietato attraversare i binari. “Servirsi del sottopassaggio”.  E’ incredibile, hanno costruito un sottopassaggio anche a Forlimpopoli.

Trent’anni fa il sottopassaggio non c’era.  Dalla pensilina vedevo avvicinarsi da lontano la bicicletta del manovratore. Pedalava indolente e per gioco ondeggiava sulla pista stretta fra i sassi ed i binari dello scalo merci.  Prima della pensilina quel sentiero diventava una striscia d’asfalto ed il manovratore saliva sui pedali per l’ultimo strappo, non che ce ne fosse bisogno, ma era bello così: l’ultimo strappo in piedi sui pedali, una mano sola sul manubrio mentre l’altra, chiusa come un pugno, afferrava la bandiera rossa, un pezzo da museo che nel 1980 utilizzavano ancora per le segnalazioni ferroviarie.  La bandiera era unta di morchia ma era avvolta sempre con cura attorno all’asta di legno.  Un rapido movimento del polso al passaggio del treno l’apriva in un istante.  Il manovratore era ripetitivo e misterioso: di giorno teneva in mano la bandiera, mentre di notte tirava fuori la lampada rossa che pareva un residuo della prima guerra mondiale, con quella luce vaga diffratta dal vetro sagomato rotondo, per farsi vedere dal macchinista in corsa.  Illuminata dalla luce fioca di un’elettricità primordiale, l’ombra appannata del macchinista rispondeva dalla locomotiva con un fischio assordante.  Erano i riti di una tecnologia ferroviaria cavalleresca.  L’arrivo del treno era annunciato dai rintocchi sonori del sistema di blocco e il capostazione doveva azionare le manopole di metallo sporgenti da un parallelepipedo rosso come un tabernacolo, nella sala dei comandi.  Il manovratore attraversava i binari e così faceva il suo mestiere: osservava il treno in corsa dalla garitta del terzo binario col cappello da ferroviere in testa.  Con troppa confidenza qualche volta si attardava più del dovuto nella sala del capostazione e allora doveva attraversare i binari in fretta, un attimo prima di sentire il fragore del treno, con il vento, la polvere e il fischio assordante della locomotiva dietro le spalle.

I pendolari del 2011 escono dalla sala d’aspetto per respirare l’aria pungente del mattino.  La voce di donna sintetica continua a ripetere che è severamente vietato attraversare i binari.  Nella stazione di Forlimpopoli nessuno pensa più di camminare sui binari.  I marciapiedi sono stati alzati e non c’è traccia del passaggio pedonale fatto con le traversine.  Potrei traguardare con lo sguardo il luogo esatto dov’era, ma lo ricordo soltanto io.   Non c’è più la fontana,  non c’è più il terzo binario: l’hanno tolto quando hanno smantellato lo scalo merci, circa dieci anni fa.  Questa stazione adesso è scarna, sembra la fermata di un autobus. La voce di donna sintetica annuncia il treno per Bologna e per tre volte ripete il numero che lo identifica come la matricola di un carcerato, quattro-cinque-quattro-due-uno.  Ai tempi del manovratore il numero non interessava, quel treno si sarebbe chiamato Locale per Bologna e poteva essere annunciato al microfono del capostazione senza vergogna, con una terribile inflessione dialettale.   La voce sintetica ripete ora il suo annuncio nell’aria fresca del mattino anche in lingua presumibilmente inglese, the regional train number four-five-four-two-one will be arriving at platform one.  Attenzione! Allontanarsi dalla linea gialla.  Sta arrivando il numero di un treno sul primo binario, ferma in tutte le stazioni… eccetto a.  La voce sintetica si interrompe sulle eccezioni che non vuole svelare.  Il treno ferma in tutte le stazioni, eccetto a…  Il treno arriva ed apre le porte, mentre nell’aria ristagna ancora l’annuncio sintetico, come un sostegno prefabbricato troppo pesante, adatto ad altre circostanze, non ai pendolari in  partenza da Forlimpopoli.  I treni che fermano qui, fermano dappertutto, punto e basta.   Il manovratore non aveva bisogno di dirlo.

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Maronate

9 aprile, 2011 § 1 Commento

Nei rapporti bilaterali fra l’Italia ed il resto d’Europa, il ministro degli interni non è più fortunato del suo omologo agli esteri.  L’alchimia del permesso di soggiorno temporaneo  funziona solo nel cervello degli italiani, che vorrebbero diluire in tutta l’Europa le improvvisazioni politiche di casa nostra.  Mettetevi nei panni degli Europei che contano.  Se il continente fosse un transatlantico che imbarca acqua da un buco nello scafo, vi affretterste ad aprire tutte le porte?  Dipende da quant’è grande il buco, da quanta acqua entra.  Per ora sembra solo un ruscello, ma gli italiani hanno abituato il resto del mondo a pratiche illusionistiche, per cui è comprensibile che gli altri non si fidino, se ci vanno di mezzo sul serio.  Il permesso di soggiorno europeo è una maronata che traduce in politica un modo di dire tutto italiano: “mal comune, mezzo gaudio”.   In Spagna il proverbio è differente ed è abbastanza chiaro anche senza traduzione: “mal de todos, consuelo de tontos”.  Stavolta la consolazione per i tonti, spacciata anche questa come un successo della diplomazia italiana, è arrivata dal ministro francese che offre aiuto per pattugliare le nostre coste, a nome della Francia amica o nemica, non è chiaro.  Una settimana fa il governo italiano era a Tunisi per promettere a Ben Ali la stessa cosa, o forse prometteva solo i soldi degli Italiani, che non sono mai abbastanza se servono a tamponare il ricatto del sud povero del mondo.  L’Italia dice d’avere il comando navale della missione in Libia, ma in mare ha bisogno dell’aiuto della Francia: è un successo del nostro Maroni, che ha trovato qualcuno più leghista di lui, al di là delle Alpi.

L’Italia è un paese sovrano che non ce la fa più.  Per fortuna qualcuno dall’Europa continentale comincia a condizionare quello che succede qui da noi: speriamo bene, che non ci sia bisogno degli aerei Mirage contro Montecitorio.

Al di qua e al di là della cattedra

3 aprile, 2011 § Lascia un commento

Gli alunni di prima D salgono sull’autobus di linea da Meldola a Forlì, alle sette e cinquanta di un giorno di pioggia alla fine di marzo.  I ragazzi entrano e si fanno largo fra gli altri passeggeri, rumoreggiano già nei sedili in fondo: dieci chilometri di viaggio sono abbastanza lunghi per fare sembrare questa breve trasferta una gita scolastica.   Nei giorni della cultura scientifica, il Liceo Scientifico di Forlì apre le porte alle scuole medie e gli insegnanti del Liceo sono  a disposizione per una lezione nel laboratorio di scienze.  Bisogna prenotare con un po’ anticipo, ma l’argomento che scelgo per i miei ragazzi non va a ruba, gli esperimenti sulla pressione di solito non interessano le scuole medie.  Viene ad accoglierci un professore del liceo che conosco già, un tipo abbastanza giovane, dall’aria simpatica ed un po’ clownesca, da Forrest Gump.  Non vede l’ora di mettersi alla prova davanti ai dodicenni delle scuole medie, almeno per un giorno, con una lezione nuova che ha preparato per l’occasione.  Mi chiede che età hanno: “è una prima, sono troppo piccoli”?  No, va bene, hanno l’eta giusta.   Fra qualche mese cominceranno a guardarsi attorno e vedranno un mondo che gira: maschi, femmine e motorini… e sarà tutto più difficile.  Invece adesso è ancora possibile catturare la loro attenzione e la fisica non li spaventa: li ho abituati così, sono pronti  ad ascoltare.

I laboratori di scienze sono gli stessi che c’erano quando il liceo lo frequentavo anch’io da studente, venticinque anni fa, ma non ricordo di esserci mai stato.  L’ingresso di questa scuola, i corridoi e le finestre affacciate sui cortili interni non reggono più il filo della mia memoria. Mi presento ad un insegnante in attesa avanti e indietro nei corridoi: non sembra un professore, è come se stessi parlando ad un capotreno.  Questo luogo è uno spazio estraneo ma ha le pareti uguali a quelle del liceo che frequentavo anch’io, venticinque anni fa.  Ci sono ancora gli angoli furtivi in cui andavamo ad appartarci prima delle lezioni, ma una distanza innaturale li separa dal presente.  Il ricordo di quei momenti sembra ancora a portata di mano nella mia memoria, ma quello che vedo entrando non ne porta traccia: non vedo segni, non ricordo dov’ero.  Per ritrovare le mie aule devo farmi da parte e cominciare un ragionamento astratto.  La memoria persiste in uno spazio slegato dalla realtà che vorrebbe rappresentare.

Nel laboratorio di scienze il professor Forrest Gump fa il giocoliere con la mia scolaresca.  Spiega le unità di misura e i ragazzi lo ascoltano, non fanno una piega: li devo aver abituati proprio bene in classe, l’ultima ora del mercoledì e la terza del sabato.   “La pressione della colonna d’acqua dipende dalla densità e dall’altezza, non dall’area della colonna.  Poi c’è quel numero che è quasi dieci: nove virgola otto… “: neanche l’accelerazione di gravità li spaventa!  Dopo un po’ di teoria, il professor Forrest Gump tira fuori una attrezzatura per gli esperimenti sotto-vuoto: “l’acqua bolle togliendo l’aria, ma non scotta, ci credete?”  I più temerari avvicinano un dito: “E’ vero, non scotta!”  Su, provate anche voi.  Osservo cosa succede in aula, ma mi distraggo guardando fuori dalla finestra: dall’altra parte del cortile ridotto a magazzino vedo le seggiole accatastate sul marciapiede.   Mi sento nervoso, riconosco in quel cortile la vasca prosciugata dov’erano i pesci rossi e, al primo piano, come in un sogno, le aule delle mie classi in fila una di seguito all’altra: la terza, la quarta e la quinta.  Il passato di questo luogo non lo ritrovo, ma non è lontano.  E’ un tempo parallelo a quello dei dodicenni di questa mattina, alle prese con la fisica della pressione, un’altra volta nel Liceo di Forlì.

Frattinate

1 aprile, 2011 § Lascia un commento

Il mininistro degli esteri non ce l’ha fatta, non è restato protagonista per più di ventiquattr’ore: è stato messo subito in secondo piano dagli altri saltimbanchi di governo, che giocano a spararla sempre più grossa.  Adesso capisco perchè avevo smesso di commentare l’attualità di questa Italia in delirio: è vana e non lascia traccia sotto la superficie dei proclami labili usa e getta.  Ma mi sembravano gustose le frattinate di un uomo che difende l’onore della patria con battute da bar, contrabbandate per alta diplomazia. Dopo la proposta della buonuscita per immigrati clandestini, anche l’asse Roma-Berlino non ha retto per più di una notte.  La Merkel ha incontrato Obama, Sarkozy e Cameron senza la mediazione dell’Italia, anzi l’Italia è proprio rimasta fuori dalla videoconferenza. Interrogato dai giornalisti cosiddetti di sinistra, con i suoi occhi vivacemente strabici, Frattini ha detto che l’Italia non ha bisogno di altri riconoscimenti,  avendo già ricevuto il prestigiosissimo comando  navale della missione in Libia.  Qualcuno ha sentito parlare del ruolo cruciale della nostra marina in Libia?   Fante di coppe con briscola aviazione: sarebbe stato meglio mandarci la cavalleria, quella privata del cavaliere, cavalle incluse.

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