Lo sguardo sul fiume di Giuseppe Trautteur

13 marzo, 2011 § 1 Commento

Potevano esserci altre ragioni, ma il professor Trautteur lo sentivo vicino a me per almeno due motivi. Aveva le gambe lunghe, un po’ più lunghe delle mie e le usava per camminare diritto, in modo agile e solenne. Poi era laureato in Fisica, anche se aveva deciso di  occuparsi di cibernetica e di perdersi nel labirinto delle teorie che pensano se stesse. Ogni anno lo incontravo a Forlì, nelle riunioni di Civiltà delle Macchine, e non vedevo l’ora che parlasse. Quando arrivava il suo turno interveniva sempre in modo deciso e al tempo stesso delicato. Lo ascoltavo trattenendo il respiro. Chi non lo conosceva poteva credere che girasse intorno alle questioni, ma bastava poco per capire che il suo era un modo garbato per cingere d’assedio i problemi nella spirale di un ragionamento inesorabile. Al termine dei lavori di un pomeriggio di dieci, o forse dodici anni fa, mi si avvicinò con una richiesta strana. Voleva vedere il fiume, non aveva mai visto il fiume di Forlì e quella volta non voleva tornare a casa senza averlo fissato almeno per qualche istante da un ponte.  Diceva: “non posso dire di conoscere una città finché non vedo il fiume che l’attraversa”.  Inseguendo i passi spediti delle sue gambe lunghissime arrivammo all’estremità opposta del centro storico, nel traffico di Porta Schiavonia dove il fiume Montone apparve finalmente sotto i nostri piedi come un grande fosso scavato lì per caso. Lungo il tragitto lo tempestai di domande ansiose a bruciapelo: era un fatto straordinario averlo tutto a mia disposizione. Volevo condividere con lui l’idea che fosse giusto fare i conti con la realtà, senza l’alibi dei ragionamenti astratti. Io vedevo questa realtà nella fatica di un lavoro materiale e allora lo incalzavo con osservazioni puntigliose, esigevo una conferma, ma il professore rispondeva in modo ovvio e disarmante: “la realtà è dove noi decidiamo di stare”.

Nella realtà di un pomeriggio qualunque, all’inizio del nuovo millennio, il professor Giuseppe Trautteur  sprofondò in un silenzio sovrumano davanti al fiume di Forlì, come al cospetto di una divinità. Cercai di adeguarmi a quel silenzio, ma mi sembrarono troppi i minuti di sosta in piedi sul ponte, con le spalle rivolte al traffico ed il viso girato nel verso della corrente. Mi imbarazzava quel vuoto sotto di noi: non c’era niente da guardare, solo rami, terra, e acqua torbida, ma il professore sembrava sempre più ispirato e si lasciava nutrire dalla visione del fiume di Forlì. Passarono alcuni lunghi istanti e finalmente un sorriso gli invase il viso. Era felice. Si voltò verso di me sussurrando: “Adesso possiamo andare”.

Sono tornato negli anni successivi sullo stesso ponte dove il professor Trautteur mi aveva fatto andare, per cogliere il senso di quella magia che lui riusciva a vedere, ma ogni volta riuscivo a starci solo qualche istante e con imbarazzo. Sentivo addosso gli occhi degli automobilisti di passaggio, che si domandavano cosa stessi facendo in un posto dove non potevano esserci interessi legittimi, socialmente condivisibili. Vedevo la corrente del fiume, ma la percepivo sorda e lontana, mentre il flusso dei pensieri della gente in automobile mi incalzava alle spalle. Gli arbusti e la vegetazione dentro gli argini chiazzavano disordinatamente quello spazio come macchie di rifiuti. La magia di Trautteur restava un miraggio.

Non siamo più abituati ad osservare le città dai corsi d’acqua che le attraversano. Forse riusciamo a farlo dove il fiume ha un carattere monumentale: a Parigi sulla Senna, a Firenze sull’Arno. Oppure a Dresda o a Bordeaux. A Roma il Tevere non è abbastanza ampio, scorre troppo basso, color topo fra muraglie artificiali di contenimento e la sua corrente non dà una direzione chiara ai pensieri di chi lo guarda. I fiumi che attraversano i centri urbani di provincia, ancor più se corrono diritti, spaccano le città come fratture. I ponti di cemento fra una sponda e l’altra si alzano come punti di sutura su una ferita profonda: a molti piacerebbe costruire case e palazzi dentro il letto del fiume. Ma quello spazio è inutilizzabile, allora sembra inutile. E’ una sospensione della continuità cittadina, l’intromissione fuori luogo di una natura da cui è meglio tenersi alla larga.

Fuori dai grandi centri urbani, dove i corsi d’acqua fluiscono in una veste più verde e sinuosa, è più facile da realizzare la magia di Trautteur. Dove il fiume introduce un elemento dinamico nel paesaggio, sembra che scorra insieme ai pensieri, ed il flusso dell’acqua diventa ipnotico. Così di mattina preferisco scegliere un percorso secondario per attraversare il fiume che mi separa dalla scuola dove insegno. Senza pensarci rallento e a volte fermo l’automobile sul ponte, proprio nel mezzo. Se non c’è traffico abbasso il finestrino e guardo la corrente: osservo l’incessante opera di scavo dell’acqua e per qualche istante mi lascio attraversare anch’io da quella corrente. Il paese e la scuola sulla riva opposta appaiono in una luce più dinamica e vitale: mi viene da sorridere, è il momento di ripartire, sono quasi arrivato. Che sia questa la magia di Trautteur?

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§ Una risposta a Lo sguardo sul fiume di Giuseppe Trautteur

  • caromaso ha detto:

    A romagnò se vede che de ROMA ‘n sai propio un c…ma che stai a dì? Er Tevere nun è né ampio, né basso, color topo? (ce sarai te color topo…)…vatte a ripjà e fatte ‘n tuffo quando che torni na CAPITALE così ‘o capisci che differenza c’è tra er fiume color Montone tuo er biondo Tevere…tuo Accattone

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