La matematica è una lingua straniera

2 marzo, 2011 § 2 commenti

In prima media mi stupisce l’attitudine al calcolo aritmetico dei ragazzi di dodici anni. L’avevo notato subito, quando li vedevo recitare alla lavagna le divisioni in colonna, all’inizio dell’anno la lunghezza delle operazioni non li spaventava.  Un’abitudine li guida ancora nel calcolo aritmetico e li rassicura nel solco delle procedure.   Mi chiedo allora se c’è qualcosa di innato in questo comportamento o se invece è da attribuire ai metodi della scuola elementare, che privilegiano le procedure e smorzano la ricerca dei perchè.  Le operazioni educano al rispetto delle regole che sono necessarie ad ogni età, in ogni ordinamento sociale, mentre la ricerca dei perché dà alla formazione una spinta centrifuga, di natura sovversiva: le domande aprono la strada ad altre domande e la risposta non è mai definitiva.

Alla fine di un calcolo, la penna viene lasciata cadere sul banco e fa un rumore deciso, se il risultato è quello giusto, come il trofeo di una vittoria.  Il sorriso di chi ha finito qualcosa racchiude sempre un’intima soddisfazione.   Nel gioco dei perchè, fra i tanti “se” e i tanti “ma” di una lezione fuori dalle regole, in faccia ai ragazzi resta invece la sfumatura di un ghigno, per il tradimento di una certezza, per una sfida non vinta e rimandata al futuro.  Non ricordo se anch’io da bambino, quando studiavo matematica, cercavo conforto allo stesso modo nelle procedure di calcolo consolidate e nei conti ripetuti ossessivamente. Forse è una conseguenza dell’età adulta se le procedure di calcolo sono diventate pesanti e noiose.  O forse è la conseguenza di un atteggiamento personale, tipico di alcuni che trovano un conforto diverso nel porre domande, come se le domande fossero un recinto dove racchiudere i problemi senza bisogno di risposte immediate.   Esistono diversi modi di affrontare la matematica, ma io continuo a chiedermi se l’approccio procedurale di operazioni sempre più complesse sia davvero il migliore.  Ammettiamo che lo sia fino ad una certa età, va bene, ma fino a quando? Il passaggio alla scuola media potrebbe portare, almeno per qualcuno, il salto ad una matematica meno procedurale e più complessa, orientata ai problemi.  Fra gli insegnanti c’è chi pensa di dovere solo addestrare tramite le procedure per tutto il tempo dell’obbligo scolastico.  Può essere vero nelle classi in cui la confusione esistenziale dei giovanissimi  vanifica qualsiasi altro metodo. Altre domande sarebbero un pretesto per deragliare dalle regole più ovvie.  In certe classi la matematica può essere solo un formulario, per mettere alla prova la coerenza di un ragionamento elementare. Per certuni le procedure di calcolo possono diventare perfino una terapia.  Ma in altre classi, dove la curiosità anima un pensiero ordinato, non è giusto che la matematica resti ancorata alle procedure, anche se i ragazzi spingono in quella direzione, per abitudine o per comodità.  La geometria e le scienze portano con sè un’altra idea di matematica, sono linguaggi e servono a rappresentare qualcosa.  Accanto alla matematica delle procedure e dei calcoli, dovremmo costruirne un’altra, a partire dalla geometria e dalle scienze. E questa nuova materia potremmo provare ad insegnarla come si fa con le lingue straniere.

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