Controesodo volontario

27 marzo, 2011 § 1 Commento

La strategia dell’outplacement ha trovato nel ministro Frattini un pervicace sostenitore, che ha deciso di applicarla anche per il reimpatrio degli immigrati clandestini in fuga dal Magreb.  Tutti hanno un prezzo: nell’età tarda del berlusconismo esiste una soglia di ricattabilità per ognuno, anche per gli avventurieri disperati in fuga dalla loro terra in fiamme.  Occorre soltanto stabilire qual’è questo prezzo: millecinquecento, duemila euro per ogni migrante da rimpatriare possono essere sufficienti per lavarsi le mani dalla responsabilità, con i soldi dell’Unione Europea. Vorrei sentire cosa ne pensano i “migranti”.  Millecinquecento euro non cambiano la vita di nessuno, neanche  in Tunisia.  Se questi soldi fossero cumulabili, però, qualcuno potrebbe diventare pendolare dell’emigrazione clandestina fra Tunisi e Lampedusa.  Due viaggi al mese frutterebbero più di trentamila euro l’anno, un bel business per chi regge la partita.  Il popolo grida “pane” ed il ministro Frattini propone “brioss”.    Di questo passo i migranti diventeranno sostenitori della Lega Nord.  C’è più dignità in un calcio nel sedere.

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San Leo

24 marzo, 2011 § 3 commenti

Un manifesto turistico della provincia di Rimini dice testualmente che una rocca tira l’altra, uno slogan come tanti per indurre i turisti della riviera ad esplorazioni non sabbiose sui colli vicini, che hanno già una forma aguzza come alte montagne, anche se alti non sono.  Davanti a tutti c’è San Marino, una cima girata all’insù che sembra un surf di pietra sulle onde morbide delle colline d’argilla: il Monte Titano pare sospinto in avanti e, nei giorni di vento, prende i tratti di una pittura giottesca,  a sbuffo come le nuvole bianche che gli stanno sopra, in fila sul cielo turchese.  Le valli diritte sono un ricordo di chi è nato più a nord sulla via Emilia: i profili bizzarri di quest’angolo di Romagna ingigantiscono i rilievi buttati lì per caso, un macigno dopo l’altro.   Il fiume di questa valle, battezzato Marecchia da gente che il mare lo conosceva per davvero, è un mare simulato nel vastissimo letto di ghiaia dove il fiume si perde, ben più a monte del destino balneare della città di Rimini.

Nella valle del fiume Marecchia le rocche rifiniscono i profili aguzzi delle rocce ed il paesaggio si fa carico dell’allitterazione fra roccia e rocca: la pietra sfuma e si trasforma in alto, dalle frammentarie aggregazioni naturali a quelle artificiali e geometriche delle fortezze.  Le rocche si installano alla sommità di complessi monumentali rocciosi e lì sopra, rocca e roccia insieme, sembrano galleggiare, anzi navigano sulle colline attorno.  Più di mille anni fa il re Berengario ha ben chiara la natura vascellare della rupe di San Leo, quando ci sale sopra con la corte e di lassù crede di resistere all’assedio del nuovo imperatore tedesco.  Berengario è un Noè di terra-ferma, nella rupe che galleggia sulle argille, sui boschi e sui torrenti di montagna, ma Ottone lo assedia più del diluvio, e la rupe non fugge.

I geologi spiegano che San Leo si muove veramente come una zattera, in una frana lenta (troppo lenta per la salvezza di Berengario) ma inesorabile, in direzione del mare.  Ancora si muove ma noi, come Berengario, non possiamo accorgercene di domenica mattina, sotto il cielo limpido e ventoso di marzo.  Il mare non si vede.  Fra il duomo e la pieve di San Leo, lo sgurdo plana sulla valle di fronte dove in silenzio scorre il fiume Marecchia.  In alto la rocca mostra la sua natura ambigua: il forte medievale si acquieta nei torrioni rotondi di Francesco di Giorgio Martini e nasconde al suo interno le stanze dell’ex carcere pontificio ancora fresche d’intonaco.  Le guide turistiche si ostinano a dire che c’erano altre torri ed altre mura, ma il precipizio le ha divorate.   Chissà dov’erano, il forte è perfetto così, teso come un’arco sulla prua della roccia vascellare: alzate le vele!

Ai tempi di Berengario in piazza c’era solo la pieve.   Ora pieve e cattedrale sono una accanto all’altra, entrambe rivolte con la facciata verso il precipizio, architetture pure di pietra, cieche, senza porta d’ingresso nella facciata.  Cinquanta metri separano le due chiese, ma in mezzo ci sono tre secoli che fanno la differenza fra due idee di medioevo, uno più antico, l’altro più recente, nuovo e raffinato al punto da rendere inimmaginabili gli sviluppi successivi dell’arte e dell’architettura.   In età comunale il duomo germoglia dalla stessa idea di pietra e di recupero prezioso dell’antico, ma con un’accuratezza nuova, con una rinata consapevolezza dello spirito.  Come nella pieve, anche nel duomo un capomastro mette in opera colonne e capitelli di marmo imperiale, prelevati da chissà quale remota lontananza e trascinati sui sentieri del Montefeltro con metodi sorprendenti, ancorché sconosciuti.   C’è stato un tempo in cui il duomo era nuovo, mentre la pieve era vecchia.  Ora le differenze si assottigliano e diventano impercettibili: le chiese di San Leo fermano l’immagine sullo stesso Medioevo, favoloso scrigno di capitelli e marmi antichi, di pietre ruvide nelle volte, di penombre fra le capriate.

Centenario

23 marzo, 2011 § 1 Commento

E’ un modo curioso di festeggiare il centenario dell’occupazione coloniale della Libia: non con i soliti convegni e con le parole inutili, ma con un’altra guerra.  Nel mondo ribaltato a cui ci adattiamo per forza, i pacifisti si muovono da interventisti mentre i realisti della politica temporeggiano e deplorano la guerra, salvo aprire poi una guerriglia diplomatica contro la Francia, se i Francesi investono in Italia.  Non capisco perchè ci dobbiamo arrabbiare se i Francesi comprano la Parmalat.   Così gli italiani non corrono più il rischio di ripianare i debiti dei sedicenti industriali avventurieri di casa nostra, stile Tanzi.  Ma il presidente degli Italiani (non quello vero, l’altro, quello di gomma) si circonda di ricattatori sempre più responsabili e si dissocia da se stesso a giorni alterni: forse è questa la strada migliore per mediare con Gheddafi, una via di affinità elettive.  La Francia, gli Stati Uniti e l’Inghilterra potrebbero non accorgersi di tanta raffinatezza, per fortuna.

L’unità clandestina degli italiani

17 marzo, 2011 § 6 commenti

Le sfilate commemorative al centro del potere esibiscono in fila l’uno accanto all’altro i presidenti, qualcuno ci mette la faccia, qualcun altro la maschera di gomma.  Alle finestre vedo le bandiere della nazionale di calcio.   Da troppi anni ormai siamo abituati all’inno di Mameli ed al tricolore insieme al fischio d’inizio di una partita. Non è strano che per i festeggiamenti dell’Unità d’Italia il patriottismo sia stato preso in prestito dal pallone.   Ma in questo 17 marzo il tricolore piace alla gente anche senza la promessa di una vittoria calcistica.   Perfino la marcetta dell’inno di Mameli ha una dignità commovente: nessuno pensa più di barattarla con un’altra musica più solenne.  Gli inni e le bandiere dovrebbero mantenere vive le ragioni che le hanno ispirate, invece di accumulare i segni degli usi impropri, fuorvianti e disumani della storia successiva.  L’inno di Mameli è quello della Repubblica Romana del 1849.  Anche la bandiera italiana dovrebbe essere la stessa, senza lo scudo dei Savoia, senza i fasci e senza il tifo di forza italia.   La bandiera non deve servire ad avvolgere le salme dei caduti in guerra.  Adesso come centocinquant’anni fa, nell’inno di Mameli e nel tricolore c’è la voce -ancora sovversiva- dei vivi che cercano la libertà, quella vera.

Lo sguardo sul fiume di Giuseppe Trautteur

13 marzo, 2011 § 1 Commento

Potevano esserci altre ragioni, ma il professor Trautteur lo sentivo vicino a me per almeno due motivi. Aveva le gambe lunghe, un po’ più lunghe delle mie e le usava per camminare diritto, in modo agile e solenne. Poi era laureato in Fisica, anche se aveva deciso di  occuparsi di cibernetica e di perdersi nel labirinto delle teorie che pensano se stesse. Ogni anno lo incontravo a Forlì, nelle riunioni di Civiltà delle Macchine, e non vedevo l’ora che parlasse. Quando arrivava il suo turno interveniva sempre in modo deciso e al tempo stesso delicato. Lo ascoltavo trattenendo il respiro. Chi non lo conosceva poteva credere che girasse intorno alle questioni, ma bastava poco per capire che il suo era un modo garbato per cingere d’assedio i problemi nella spirale di un ragionamento inesorabile. Al termine dei lavori di un pomeriggio di dieci, o forse dodici anni fa, mi si avvicinò con una richiesta strana. Voleva vedere il fiume, non aveva mai visto il fiume di Forlì e quella volta non voleva tornare a casa senza averlo fissato almeno per qualche istante da un ponte.  Diceva: “non posso dire di conoscere una città finché non vedo il fiume che l’attraversa”.  Inseguendo i passi spediti delle sue gambe lunghissime arrivammo all’estremità opposta del centro storico, nel traffico di Porta Schiavonia dove il fiume Montone apparve finalmente sotto i nostri piedi come un grande fosso scavato lì per caso. Lungo il tragitto lo tempestai di domande ansiose a bruciapelo: era un fatto straordinario averlo tutto a mia disposizione. Volevo condividere con lui l’idea che fosse giusto fare i conti con la realtà, senza l’alibi dei ragionamenti astratti. Io vedevo questa realtà nella fatica di un lavoro materiale e allora lo incalzavo con osservazioni puntigliose, esigevo una conferma, ma il professore rispondeva in modo ovvio e disarmante: “la realtà è dove noi decidiamo di stare”.

Nella realtà di un pomeriggio qualunque, all’inizio del nuovo millennio, il professor Giuseppe Trautteur  sprofondò in un silenzio sovrumano davanti al fiume di Forlì, come al cospetto di una divinità. Cercai di adeguarmi a quel silenzio, ma mi sembrarono troppi i minuti di sosta in piedi sul ponte, con le spalle rivolte al traffico ed il viso girato nel verso della corrente. Mi imbarazzava quel vuoto sotto di noi: non c’era niente da guardare, solo rami, terra, e acqua torbida, ma il professore sembrava sempre più ispirato e si lasciava nutrire dalla visione del fiume di Forlì. Passarono alcuni lunghi istanti e finalmente un sorriso gli invase il viso. Era felice. Si voltò verso di me sussurrando: “Adesso possiamo andare”.

Sono tornato negli anni successivi sullo stesso ponte dove il professor Trautteur mi aveva fatto andare, per cogliere il senso di quella magia che lui riusciva a vedere, ma ogni volta riuscivo a starci solo qualche istante e con imbarazzo. Sentivo addosso gli occhi degli automobilisti di passaggio, che si domandavano cosa stessi facendo in un posto dove non potevano esserci interessi legittimi, socialmente condivisibili. Vedevo la corrente del fiume, ma la percepivo sorda e lontana, mentre il flusso dei pensieri della gente in automobile mi incalzava alle spalle. Gli arbusti e la vegetazione dentro gli argini chiazzavano disordinatamente quello spazio come macchie di rifiuti. La magia di Trautteur restava un miraggio.

Non siamo più abituati ad osservare le città dai corsi d’acqua che le attraversano. Forse riusciamo a farlo dove il fiume ha un carattere monumentale: a Parigi sulla Senna, a Firenze sull’Arno. Oppure a Dresda o a Bordeaux. A Roma il Tevere non è abbastanza ampio, scorre troppo basso, color topo fra muraglie artificiali di contenimento e la sua corrente non dà una direzione chiara ai pensieri di chi lo guarda. I fiumi che attraversano i centri urbani di provincia, ancor più se corrono diritti, spaccano le città come fratture. I ponti di cemento fra una sponda e l’altra si alzano come punti di sutura su una ferita profonda: a molti piacerebbe costruire case e palazzi dentro il letto del fiume. Ma quello spazio è inutilizzabile, allora sembra inutile. E’ una sospensione della continuità cittadina, l’intromissione fuori luogo di una natura da cui è meglio tenersi alla larga.

Fuori dai grandi centri urbani, dove i corsi d’acqua fluiscono in una veste più verde e sinuosa, è più facile da realizzare la magia di Trautteur. Dove il fiume introduce un elemento dinamico nel paesaggio, sembra che scorra insieme ai pensieri, ed il flusso dell’acqua diventa ipnotico. Così di mattina preferisco scegliere un percorso secondario per attraversare il fiume che mi separa dalla scuola dove insegno. Senza pensarci rallento e a volte fermo l’automobile sul ponte, proprio nel mezzo. Se non c’è traffico abbasso il finestrino e guardo la corrente: osservo l’incessante opera di scavo dell’acqua e per qualche istante mi lascio attraversare anch’io da quella corrente. Il paese e la scuola sulla riva opposta appaiono in una luce più dinamica e vitale: mi viene da sorridere, è il momento di ripartire, sono quasi arrivato. Che sia questa la magia di Trautteur?

Mercoledì delle ceneri

9 marzo, 2011 § 2 commenti

Di pomeriggio il sole luccica sulla neve ancora ammucchiata ai bordi delle strade. Le chiese del centro hanno le porte spalancate per i riti del primo giorno di quaresima. La penombra diafana del crepuscolo riverbera dentro l’eco morbido della luce abbagliante che c’è fuori. Nella cantilena di un rosario riconosco il prete sull’altare: coi capelli bianchissimi -era già vecchio vent’anni fa- parla ad un manipolo di donne ricurve, non più di sette anziane signore a sedere nelle panche in fila sotto le colonne neoclassiche del Duomo. Fanno da sfondo i piccoli capolavori di pittura antica, statue piangenti nelle nicchie, i cartigli barocchi con brevi orazioni. La decrepitezza dei fedeli e del sacerdote dice chiaramente qualcosa: è ormai al capolinea una tradizione religiosa e, con essa, lo sfarzo polveroso della quotidiana bellezza di contorno. Con il giro delle sette chiese, a Pasqua si può ancora imparare la storia dell’arte italiana, ma il magico tour dell’anima e dell’arte insieme lo potremo fare ancora per poco. Le chiese abitate dai preti cattolici si spopoleranno del tutto: resteranno gli involucri vuoti, archeologie lontane dal presente.

Un ricordo dell’ultima neve

7 marzo, 2011 § 1 Commento

La neve di marzo sul “monte” della Fratta.

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