La macchina a vapore (II)

23 gennaio, 2011 § Lascia un commento

Il nonno di Giacomo compare alle tre del pomeriggio con il nipote e due compagni  dodicenni.  Fuori dall’orario scolastico i ragazzi sono carichi di una eccitazione diversa da quella che manifestano fra i muri della scuola, borbottano vorticosamente un discorso dopo l’altro, parlano fra loro senza disturbare il professore che saluta il nonno, un pensionato sorridente per la circostanza.  Qui i ragazzi si sentono importanti. Si illudono forse di barattare questa disponibilità pomeridiana con un voto più alto in pagella, un credito formativo che rimpiazza le promesse non mantenute in matematica ed in scienze.  Alle tre del pomeriggio ci aspetta il signor Morganti, l’Archimede Pitagorico ottantenne che costruisce i modellini delle macchine a vapore in una piccola officina meccanica, un luogo antico e polveroso poco distante dalla scuola.  Il sole giallo di Gennaio illumina di traverso e scende già verso il tramonto.  Non riscalda, però la luce è calda, tanto che potremmo dire “sembra ancora autunno” o “fra poco è primavera”; invece è inverno, per quanto possa essere bello un pomeriggio d’inverno: gli alberi stecchiti esibiscono rami immobili, gli uccelli tacciono e nell’aria riverbera solo il verso sordo di una specie che non so riconoscere.  Non è un canto, ma un suono legnoso e ritmato fra un silenzio e l’altro in una profondità mistica con l’odore del Calicanto.  Il cielo è velato di vapore azzurro e, al calar del sole, lascia supporre una precoce fioritura di stelle.

L’officina del signor Morganti ha gli stessi colori dell’inverno, grigi, bruni, appannati.  Dentro è tutto in ordine, come in un luogo pronto per iniziare qualcosa, ma fermo: lastre appoggiate alle pareti, macchine utensili di settant’anni fa con le loro storie cominciate prima della guerra e ravvivate dai racconti del padrone.    La luce nitida del sole filtra attraverso i vetri di  due grandi porte scorrevoli di metallo opaco.  L’inverno entra nell’officina insieme alla luce del sole basso, con lo stesso silenzio e lo stesso odore del Calicanto che c’è fuori. Siamo nell’officina dell’inverno e potrei divertirmi a far credere che il canto sordo dell’uccello misterioso che si sente nell’aria ed i silenzi mistici della natura addormentata nascano qui dentro, frutto del lavoro meticoloso ed invisibile del signor Morganti, un uomo piccolo di statura, con gli occhiali fini ed il grembiule marrone color terra di siena che ricordo di aver visto addosso a qualche orologiaio della mia infanzia. I bambini entrano composti come in chiesa, in silenzio, guardano a bocca aperta.   Lascio che il signor Morganti li conduca nella sua Wunderkammer, ma sento che fa domande a cui i ragazzi non sanno rispondere.  E’ un gioco così:  è normale che Qui, Quo, Qua non sappiano replicare all’Archimede Pitagorico che racconta il per-ché ed il per-come delle macchine che ha costruito.  Il nonno di Giacomo è più eccitato dei bambini: parla di quando lui le officine meccaniche le frequentava “alla grande” per costruire impianti imponenti, caldaie e macchine utensili per l’industria pesante.  Dai suoi racconti, pare che lui abbia partecipato alla costruzione di grandi acciaierie nei paesi arabi.   Mi ricordo di lui, come se l’avessi incontrato nella mia vita precedente, ma non oso chiedergli se ad un certo punto della sua carriera ha fornito anche una caldaia agli zuccherifici.  Adesso io insegno matematica e le fabbriche le hanno chiuse: non solo gli zuccherifici, ma anche le acciaierie, anche nei paesi arabi.  Con tutte le acciaierie che avevano costruito… con tutto quell’acciaio avrebbero potuto ricoprire l’intero pianeta.  Non serviva.

Il signor Morganti apre la porta di una stanza piccola, nascosta dietro l’officina, e finalmente appaiono i modellini delle macchine a vapore.  Assomigliano a vecchie locomotive, ma non corrono: rappresentano il motore della cultura agricola tradizionale,  nei campi d’estate animavano le trebbiatrici.  I pistoni si muovono con precisione, i pezzi di metallo brillano ed incantano i ragazzi. Che cosa sono le trebbiatrici? Si usano ancora?  I lavori agricoli non sono più un patrimonio condiviso, neanche in campagna.   Mi chiedo allora che senso ha illustrare queste vecchie tecnologie ai giovanissimi di oggi, ignari dell’agricoltura, servendosi dell’esperienza nostalgica di un pensionato hobbista.  Questa macchina a vapore è un oggetto affascinante perchè desueto.  Sembra antica, lontana, perduta, eppure è l’ultimo ritrovato di una tecnologia già matura.   L’evoluzione delle macchine a vapore è una storia precedente, che affascina per altri motivi: fa vedere come le idee scientifiche si sono intrecciate con la prassi tecnica, alla ricerca di soluzioni efficaci per risolvere problemi produttivi con più efficienza.  La tecnologia resta nascosta, le idee scientifiche non sono chiare nei modellini graziosi del signor Morganti. Per i ragazzi è più chiaro un disegno, meglio un disegno animato anziché un modellino in scala, funzionante, di metallo.    Ma a me piacerebbe vedere in funzione la macchina di Watt, uno di quei mostri settecenteschi di legno e di ferro: rumoroso, scrosciante, fumoso, dove il vapore a pressione atmosferica (non ancora ad alta pressione!) agiva per condensazione.  Mi lascio prendere dalla tentazione  e chiedo “Perchè non costruiamo una macchina più antica, una di quelle a pressione atmosferica, con i condensatori?”.  Ma il signor Morganti non capisce cosa sto chiedendo, ci vorrebbe un disegno. Gli chiedo se ha mai sentito parlare della macchina di James Watt: i ragazzi sanno cos’è, ma il meccanico risponde con imbarazzo, dice d’essere troppo vecchio.  In realtà non è vecchio abbastanza per ricordare di averla vista.  Meglio non avventurarsi oltre, nell’officina dell’inverno.  Meglio una simulazione al computer della macchina di Watt.

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