La memoria degli alberi

30 gennaio, 2011 § 2 commenti

Mi piacevano gli alberi ai bordi della strada fra Selbagnone e Meldola, quelli che in questi giorni vanno giù uno dopo l’altro a colpi di motosega.  Un recinto scorrevole con il semaforo a senso unico alternato racchiude il cantiere mobile addetto alla demolizione.  Questi alberi sono il relitto di una tradizione secolare, frondosi d’estate, solenni d’inverno, a centinaia su due file accompagnavano chi passava sotto ed indicavano -a chi guardava da lontano- che la strada passava di lì, come un fiume, come un bosco, come un solco antico tracciato nel paesaggio e unito ad esso: terrapieno, massicciata ed alberi in un’unica opera costruita insieme dall’uomo e della natura.  Qualche pianta era già caduta e non era stata rimpiazzata. I buchi vuoti in queste file di alberi a me ricordavano le colonne mancanti di un tempio greco. Nella valle dei templi arborei -fra Selbagnone e Meldola- ora passa inosservata la sparizione degli ultimi fusti.  Gli alberi ai bordi delle strade sono improvvisamente diventati incompatibili con qualcosa: con gli obblighi di sicurezza stradale? Con i costi di manutenzione del verde pubblico?  Di certo sono incompatibili con la sciatteria della nuove vie arrotondate, con i percorsi disorientanti senza via d’uscita che estraneano dai luoghi ed impongono l’obbligo di tirare diritto fino allo svincolo successivo.

Ora mi chiedo cosa rimarrà di questa strada, che corre stretta su un terrapieno di terra alto tre metri.  A nessuno è venuto il dubbio che quegli alberi fossero lì con uno scopo strutturale, per legare insieme e tenere stretto il terrapieno su cui corre la strada.  E’ diventato difficile credere che la vegetazione possa essere neccessaria per sostenere un’opera di ingegneria. Gli alberi sulla strada possono essere belli (per gli artisti) e possono servire a fare ombra (per i ciclisti). Per gli addetti ai lavori pubblici nell’età del cemento armato, gli alberi sulla strada sono un problema. Da estirpare.

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La macchina a vapore (II)

23 gennaio, 2011 § Lascia un commento

Il nonno di Giacomo compare alle tre del pomeriggio con il nipote e due compagni  dodicenni.  Fuori dall’orario scolastico i ragazzi sono carichi di una eccitazione diversa da quella che manifestano fra i muri della scuola, borbottano vorticosamente un discorso dopo l’altro, parlano fra loro senza disturbare il professore che saluta il nonno, un pensionato sorridente per la circostanza.  Qui i ragazzi si sentono importanti. Si illudono forse di barattare questa disponibilità pomeridiana con un voto più alto in pagella, un credito formativo che rimpiazza le promesse non mantenute in matematica ed in scienze.  Alle tre del pomeriggio ci aspetta il signor Morganti, l’Archimede Pitagorico ottantenne che costruisce i modellini delle macchine a vapore in una piccola officina meccanica, un luogo antico e polveroso poco distante dalla scuola.  Il sole giallo di Gennaio illumina di traverso e scende già verso il tramonto.  Non riscalda, però la luce è calda, tanto che potremmo dire “sembra ancora autunno” o “fra poco è primavera”; invece è inverno, per quanto possa essere bello un pomeriggio d’inverno: gli alberi stecchiti esibiscono rami immobili, gli uccelli tacciono e nell’aria riverbera solo il verso sordo di una specie che non so riconoscere.  Non è un canto, ma un suono legnoso e ritmato fra un silenzio e l’altro in una profondità mistica con l’odore del Calicanto.  Il cielo è velato di vapore azzurro e, al calar del sole, lascia supporre una precoce fioritura di stelle.

L’officina del signor Morganti ha gli stessi colori dell’inverno, grigi, bruni, appannati.  Dentro è tutto in ordine, come in un luogo pronto per iniziare qualcosa, ma fermo: lastre appoggiate alle pareti, macchine utensili di settant’anni fa con le loro storie cominciate prima della guerra e ravvivate dai racconti del padrone.    La luce nitida del sole filtra attraverso i vetri di  due grandi porte scorrevoli di metallo opaco.  L’inverno entra nell’officina insieme alla luce del sole basso, con lo stesso silenzio e lo stesso odore del Calicanto che c’è fuori. Siamo nell’officina dell’inverno e potrei divertirmi a far credere che il canto sordo dell’uccello misterioso che si sente nell’aria ed i silenzi mistici della natura addormentata nascano qui dentro, frutto del lavoro meticoloso ed invisibile del signor Morganti, un uomo piccolo di statura, con gli occhiali fini ed il grembiule marrone color terra di siena che ricordo di aver visto addosso a qualche orologiaio della mia infanzia. I bambini entrano composti come in chiesa, in silenzio, guardano a bocca aperta.   Lascio che il signor Morganti li conduca nella sua Wunderkammer, ma sento che fa domande a cui i ragazzi non sanno rispondere.  E’ un gioco così:  è normale che Qui, Quo, Qua non sappiano replicare all’Archimede Pitagorico che racconta il per-ché ed il per-come delle macchine che ha costruito.  Il nonno di Giacomo è più eccitato dei bambini: parla di quando lui le officine meccaniche le frequentava “alla grande” per costruire impianti imponenti, caldaie e macchine utensili per l’industria pesante.  Dai suoi racconti, pare che lui abbia partecipato alla costruzione di grandi acciaierie nei paesi arabi.   Mi ricordo di lui, come se l’avessi incontrato nella mia vita precedente, ma non oso chiedergli se ad un certo punto della sua carriera ha fornito anche una caldaia agli zuccherifici.  Adesso io insegno matematica e le fabbriche le hanno chiuse: non solo gli zuccherifici, ma anche le acciaierie, anche nei paesi arabi.  Con tutte le acciaierie che avevano costruito… con tutto quell’acciaio avrebbero potuto ricoprire l’intero pianeta.  Non serviva.

Il signor Morganti apre la porta di una stanza piccola, nascosta dietro l’officina, e finalmente appaiono i modellini delle macchine a vapore.  Assomigliano a vecchie locomotive, ma non corrono: rappresentano il motore della cultura agricola tradizionale,  nei campi d’estate animavano le trebbiatrici.  I pistoni si muovono con precisione, i pezzi di metallo brillano ed incantano i ragazzi. Che cosa sono le trebbiatrici? Si usano ancora?  I lavori agricoli non sono più un patrimonio condiviso, neanche in campagna.   Mi chiedo allora che senso ha illustrare queste vecchie tecnologie ai giovanissimi di oggi, ignari dell’agricoltura, servendosi dell’esperienza nostalgica di un pensionato hobbista.  Questa macchina a vapore è un oggetto affascinante perchè desueto.  Sembra antica, lontana, perduta, eppure è l’ultimo ritrovato di una tecnologia già matura.   L’evoluzione delle macchine a vapore è una storia precedente, che affascina per altri motivi: fa vedere come le idee scientifiche si sono intrecciate con la prassi tecnica, alla ricerca di soluzioni efficaci per risolvere problemi produttivi con più efficienza.  La tecnologia resta nascosta, le idee scientifiche non sono chiare nei modellini graziosi del signor Morganti. Per i ragazzi è più chiaro un disegno, meglio un disegno animato anziché un modellino in scala, funzionante, di metallo.    Ma a me piacerebbe vedere in funzione la macchina di Watt, uno di quei mostri settecenteschi di legno e di ferro: rumoroso, scrosciante, fumoso, dove il vapore a pressione atmosferica (non ancora ad alta pressione!) agiva per condensazione.  Mi lascio prendere dalla tentazione  e chiedo “Perchè non costruiamo una macchina più antica, una di quelle a pressione atmosferica, con i condensatori?”.  Ma il signor Morganti non capisce cosa sto chiedendo, ci vorrebbe un disegno. Gli chiedo se ha mai sentito parlare della macchina di James Watt: i ragazzi sanno cos’è, ma il meccanico risponde con imbarazzo, dice d’essere troppo vecchio.  In realtà non è vecchio abbastanza per ricordare di averla vista.  Meglio non avventurarsi oltre, nell’officina dell’inverno.  Meglio una simulazione al computer della macchina di Watt.

La macchina a vapore (I)

17 gennaio, 2011 § 1 Commento

Parlo del vapore. Quando il vapore condensa compaiono le goccioline: i bambini di prima media le guardano sui vetri della finestra.  Dentro è caldo, fuori fa freddo, ecco la condensa: è un passaggio di stato. Tutti devono sapere cosa sono la vaporizzazione e la condensazione, la fusione e la solidificazione. Ma, nell’attesa della campanella,  il vapore mi ispira una fuga in avanti, verso il passato delle scienze e dell’ingegneria.  Con il Web multimediale evoco la macchina a vapore, quella di Newcomen datata 1712, e sulla lavagna luminosa di questa prima media compaiono subito la leva, la fornace e la caladaia di Newcomen, in un disegno rigoroso e antico, coi muri di pietra e le travi di legno ancora  a metà fra la bottega dell’alchimista e la modernità dell’illuminismo. I ragazzi ammutoliscono e guardano eccitati quel disegno, è magico, è bellissimo. Ma come funziona? La forza che animava le prime macchine a vapore non era la pressione del vapore, ma quella dell’atmosfera che reagiva contro il vuoto prodotto all’interno di un grande stantuffo, per effetto della condensazione del vapore, che veniva prima introdotto allo stato aeriforme e poi condensato con un getto d’acqua in questa rudimentale macchina termica. Dall’altra parte del bilancere una siringa altrettanto grande faceva il suo lavoro di pompa: giù-e-su-giù-e-su per sollevare l’acqua dalle miniere inglesi. La distanza fra l’intuizione scientifica e l’applicazione industriale qui è minima: nella macchina di Newcomen la scienza e la tecnologia quasi si toccano, le separa solo la precisione del carpentiere addetto alla costruzione del telaio, del cilindro e del bilancere. Il funzionamento di questa macchina esemplifica una proprietà della natura, per cui si produce improvvisamente il vuoto quando la materia passa dallo stato gassoso a quello liquido.

Ai ragazzi piacciono le invenzioni e questa li intriga in modo speciale, per la forma del marchingegno, per la ripetitività del movimento che è come quello di un giocattolo. Chiedo di guardare il disegno e di spiegare come si muove, perché “con quello che vi ho fatto studiare, avete tutti gli elementi per capirlo da soli”. E’ vero, questi ragazzi di dodici anni potrebbero scoprire da soli la macchina di Newcomen, non quella di Watt che è troppo complicata e neanche quelle successive ad alta pressione del milleottocento, ma quella di Newcomen sì: è effettivamente semplice, vicina al pensiero lineare di un bambino di prima media, decisamente alla sua portata. E’ come se nel millesettecento la tecnologia avesse seguito le tappe di maturazione di un adolescente, dalla scuola media alla maggiore età. Lucia dice di avere capito e vorrebbe  studiare un’invenzione nuova ogni settimana: potrei spiegare io tutte le invenzioni una dopo l’altra, fino alle astronavi. Non sa che la distanza fra l’intuizione scientifica e l’applicazione industriale cresce e aumenta vertiginosamente, ed il divario si allarga quando la tecnologia si rafforza e diventa adulta con l’acciaio, i servomeccanismi e le grandi ruote dentate dell’Ottocento. Dopo James Watt, le idee della tecnica rielaborano se stesse e non rispecchiano più la scienza dei principi e delle intuizioni. Le macchine più moderne insegnano ben poco di scientifico: raccontano la storia di chi ha saputo imporre il proprio marchio con la forza dei grandi numeri, sono scatole nere contenenti brandelli di intelligenza di cui si è smarrita la paternita.  Leonardo vuole sapere perchè questa macchina di Newcomen non la usa più nessuno, neanche chi abita nei paesi poveri. Sembra così semplice ed economica. Ma oggi la semplicità delle idee ha un costo sorprendente. Al posto di una macchina di Newcomen, è più economico spedire in Africa un motore diesel assemblato in Australia con la parte meccanica fabbricata in Germania e la centralina elettrica acquistata dal Giappone. E’ troppo complicato da capire. E’ più facile la macchina di Newcomen: sarebbe bello costruirne una insieme, con l’aiuto di un bravo artigiano.  Il nonno di Giacomo… Un amico del nonno di Giacomo costruisce i modellini delle macchine a vapore!

Multimediale

12 gennaio, 2011 § 3 commenti

Quando noi non c’eravamo, qualcuno a scuola ha montato la lavagna interattiva nelle aule -sarà stata la Befana?- e adesso il gesso in mano sembra antico, come penna e calamaio in banchi di legno. Ma a me il gesso piaceva. E’ bello il contatto della materia bianca gessosa con la lavagna nera: è gesto creativo e libero, è forma d’arte. Un documento circolare chiedeva la mia firma stamattina e bandiva testualmente l’uso dei gessetti in aula, per non impolverare la multimedialità informatica, interattiva e luminosa, del 2011. Ma la lavagna nuova è ancora senza pennarelli, perchè i pennarelli vanno nel bilancio di febbraio, salvo acquisto personale, volontario e spontaneo, ma a fondo perduto. Senza gessi e senza pennarelli, nel frattempo la lavagna interattiva multimediale potrebbe animarsi da sè con i filmati di Youtube, che scagionano gli studenti dagli obblighi scolastici obsoleti. Libri ed esercizi con il gesso non appartengono al presente.  Sono residui da conservare nei cassetti in vista di un futuro -non tanto lontano- in cui la vita obsolescente dell’interattività multimediale giungerà al capolinea, senza che le banche e le amministrazioni pubbliche abbiano voglia di rimpiazzare quello che hanno già donato una prima volta adesso, all’inizio del 2011. Torneremo ai gessetti (e alle clave) senza guerra.

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