La vita postuma dei Mendelssohn-Bartoldy (II)

21 dicembre, 2010 § Lascia un commento

Nell’autunno dello stesso anno, Felix Mendelssohn-Bartoldy raggiungeva la sorella nel piccolo recinto borghese del cimitero della Trinità a Kreuzberg.  Non riusciva a vivere senza di lei.  Aveva trentotto anni, una moglie, cinque figli: era ricco e famoso, ma questo non bastava a sollevarlo dall’angoscia.  Il suo legame con Fanny aveva radici soprannaturali, così almeno dicevano: sempre insieme fin da bambini, a suonare e a comporre musica, a dire e a fare qualunque cosa.  Se non fosse stato per i pregiudizi dell’epoca,  Fanny sarebbe diventata più brava di lui: parola di Felix.   E’ raro sentire al pianoforte la musica di Fanny, di tanto in tanto in qualche festival.   Ma neanche la fama postuma di Felix è paragonabile alla sua notorietà in vita.   L’aura innevata della tomba di famiglia nasconde un’intimità borghese, lontana dalle rivolte dello sturm und drang, dalle passioni laceranti che trasformano in popstar le icone del romanticismo alla Chopin.  E’ chiaro che i maestri dell’equilibrio e della misura non si vendono allo stesso modo .  Questo spiega qualcosa, ma non abbastanza.

Ho in tasca la guida Baedecker di Berlino, un’edizione del 1964: la prima che guarda stupita il muro appena sorto fra i quartieri dell’est e quelli dell’ovest.  Il Baedecker è una guida minuziosa della città, quasi maniacale.  Nel cimitero di Kreuzberg descrive  le tombe di molti personaggi, ma di Felix Mendelssohn-Bartoldy non dice nulla, neanche un cenno.  Eppure nel 1964  la tomba di famiglia era già lì, e c’era da più di un secolo.  Davvero un mistero.  Anzi… una congiura.  Il nome dei Mendelssohn-Bartoldy a Berlino ricompare dodici anni fa, nel Mendelssohn-Bartoldy park e nell’omonima stazione della metropolitana riaperta proprio là dove la storia unitaria della città era stata interrotta dalla divisione fra est e ovest, quarant’anni prima, vicino a Potsdamer Platz.  Da quelle parti la casa berlinese dei Mendelsohn-Bartoldy era rimasta schiacciata dal muro e dall’onta di una propaganda antisemita che aveva raggiunto il colmo durante il Nazismo, quando la musica di Mendelssohn era stata del tutto proibita.  Negli anni di Hitler erano diventate “degeneri” anche le pagine del Sogno e perfino la famosissima  marcia nuziale.  Per accompagnare la commedia di Shakespeare, al posto delle musiche di Mendelssohn ce n’erano altre, nuove, scritte da musicisti di indubbia discendenza ariana di cui per fortuna oggi si è perso il nome.    Ci volevano le macerie dell’ultima guerra per riascoltare a Berlino il Sogno autentico di Mendelssohn e per capovolgere un secolo di  sfortune postume che non erano cominciate col Nazismo, ma molto prima.  Già nel 1850  Richard Wagner diceva che la musica degli ebrei era falsa e ipocrita.  Per fare spazio ai  monumenti sonori della nuova tradizione nazionale tedesca,  Wagner doveva  azzerare  il ricordo dei potenziali concorrenti.  Col fragore di una polemica pubblica travolgeva così il ricordo dei Mendelssohn, che dalla tomba del cimitero di Kreuzberg non avevano la possibilità di replicare.  A pochi anni dalla morte erano già caduti vittima di un feroce antisemitismo, firmato Richard Wagner.

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