Da una sponda all’altra dell’adolescenza

1 novembre, 2010 § Lascia un commento

L’ultima ora del mercoledì faccio scienze.  Apro il rituale e chiamo questo e quello con tono fermo e deciso, quasi fossi il padreterno all’apocalisse: quel tanto che basta per conquistare il silenzio e l’attenzione di ventisette scolari di prima media, che per incanto dimenticano d’essere a scuola da cinque ore e lasciano che il tempo passi da sè, piuttosto in fretta a dire il vero, fino all’ultima campanella dell’una e un quarto.

Poi esco dalla porta posteriore e mi trasformo in un’altra cosa, come uno di quei supereroi dei cartoni animati giapponesi che andavano di moda trent’anni fa.  Parto in automobile e mi sembra di dover percorrere una distanza interminabile. Esco a valle su strade moderne rotondeggianti, mi lascio guidare dai limiti di velocità disseminati a caso come tagliole al servizio delle questuanti amministrazioni locali. File di platani sopravvivono a lato della viabilità veloce, poco lontano, e con le loro foglie gialle brillanti fanno l’ultima ombra su pezzi di strade dismesse, relitti dissezionati di un paesaggio a brandelli in sottofondo.  La modernità dei trasporti articolati su gomma sta segnando anche a Forlì il paesaggio.  Perfino il sottosuolo ne è toccato.  Gli scavi di gallerie sotterranee proseguono lenti da decenni, goccia a goccia.  I tronchi di viabilità moderna dovrebbero congiungersi insieme prima o poi, come stalattiti e stalagmiti, fra la tangenziale est (sotto l’aeroporto) ed il cosiddetto asse di arroccamento, che non ha il nome di una strada, ma sembra una strategia scacchistica, una guerra di posizione fra proprietà private che si fronteggiano e non vorrebbero cedere un millimetro di quello che hanno. In un mondo normale, una strada come questa si sarebbe chiamata circonvallazione.

Accendo la radio mentre passo attraverso la nuovissima galleria illuminata sotto l’aeroporto di Forlì.  Mi sembra d’essere davvero un eroe dei cartoni animati giapponesi -a bordo della mia Ford Fiesta verde ti-di-ai- ma all’uscita della galleria rischio la fine di un eroe kamikaze, perché la strada superveloce si perde fra le svolte a gomito della viabilità ordinaria, fra i camion che stringono le curve per non salire sui marciapiedi, in attesa del presunto prossimo completamento della tangenziale est, o dell’asse di arroccamento: non so quale dei due tronconi (stalattite o stalagmite) arriverà prima qui.  Per entrare in autostrada bisogna ancora percorrere cinque chilometri di curve a gomito e di rettilinei interrotti fra i capannoni, i camini degli inceneritori, spazi di parcheggio per autoarticolati, incroci, svincoli rotondeggianti, recinzioni alte, cancelli automatici e molti autovelox.

Finalmente al casello, trovo anch’io il mio posto nella carovana in fila verso Bologna, sotto i buoni auspici della società autostrade augurante buon viaggio e prudenza a caratteri luminosti.  Alle tredici e quarantacinque oltrepasso i fumi delle distillerie di Faenza e mi afferra il desiderio del giornale radio.  Sintonizzato su radio 3, ascolto i titoli della cosiddetta politica interna, ma in pochi istanti prevale un senso di nausea: eppure, fino a pochi mesi fa, almeno questo notiziario riuscivo ad ascoltarlo.  Lungo l’autostrada mi lascio accompagnare dal profilo familiare degli Appennini che dopo Faenza si inerpicano prima in forme spigolose e poi si distendono ancora.  Quando vedo una selva d’antenne alzarsi sulla pianura sottostante, so d’essere ormai alle porte di Bologna.  Esco in tangenziale -senza intoppi a quest’ora- e mi dirigo fuori dallo svincolo di Via Lame, dove altre curve, altri cantieri, altre auto in colonna guidano il percorso della mia Fiesta verde ti-di-ai fino alla sede del nuovo dipartimento di ingegneria, in via Terracini, un edificio nuovo, anzi un complesso di edifici in costruzione in un lembo di città piuttosto disabitato. L’università italiana non ha abbastanza soldi per la ricerca, ma almeno a Bologna spende ancora quanto basta per tener desto il mercato immobiliare.

Nella nuova sede di via Terracini vado a sedermi fra gli studenti di ingegneria che seguono un corso di geodesia e rilievo cartografico.  Sono più silenziosi dei miei ragazzi delle medie, ma per il resto non sembrano poi tanto diversi.   Il loro docente (un mio vecchio compagno di corso a Fisica) lo chiamano”Prof!” – esattamente come i ragazzini delle medie chiamano me.  Il loro Prof si raccomanda come me, che le definizioni bisogna impararle a memoria, perchè non c’è modo migliore per dirle,  e che i procedimenti vanno invece ragionati, per trattenerli meglio nella memoria.  Più che ventenni, questi ragazzi sono ancora adolescenti. I riti iniziatici d’ingresso nel mondo degli adulti sono grigi e noiosi.  E’ il prezzo da pagare per diventare grandi, non c’è via d’uscita.  In tanti indossano All Stars, come una divisa d’ordinanza.  Lo sguardo annoiato dei più, quel modo di stare seduti con le gambe lunghe in avanti fuori dal banco, mi ricorda i più passivi dei miei allievi, quelli a cui dico: “se ti comporti così non farai tanta strada”.  A dodici anni mi sembra giusto premiare l’entusiasmo e la partecipazione.  Ma  l’entusiasmo che piace a me, ai ventiduenni di quest’aula appare come un comportamento sciocco.  Forse sbaglio qualcosa, oppure è giusto distinguere l’entusiasmo della prima adolescenza e valorizzarlo, così come bisogna rispettare questa seriosità dell’adolescenza tardiva, sconfinante nell’età adulta che non arriva.

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