Evanescente archeologia contemporanea (II)

27 novembre, 2010 § 1 Commento

A metà strada fra Vicenza e Schio c’è un segnale turistico che promette un museo industriale propriamente detto dell’arte serica e del laterizio: così recita la scritta piombata come un sasso nella nostra fantasia errabonda. La strada si snoda sinuosa ai piedi delle colline, fra alberi maestosi, antichi casali rinnovati e villette a schiera. Vorremmo trovare il museo senza cercarlo, ma dopo il primo segnale ne mancano altri che confermano l’esistenza di quel luogo d’arte serica e laterizia annunciato lungo la strada di fondovalle. Potremmo immaginare un museo dentro il recinto di una bella villa ottocentesca attorno alla quale la via si srotola in leggera pendenza, prima di allargarsi davanti al cancello monumentale, nel cuore di un minuscolo centro urbano alle porte di Malo. Oltre il cancello c’è un viale alberato che conduce ad una piazza, anzi ad un piazzale di ghiaia attorno al quale si congiungono vari edifici dalle forme eclettiche dipinte di bianco: una fattoria porticata, un castello neogotico ed un palazzetto neoclassico sembrano disposti studiatamente a caso, attorno a quella piazza, come le quinte di un teatro all’aperto. Le finestre della fattoria e del castello sono chiuse, i muri esterni lucidati a nuovo indicano un restauro recente non del tutto compiuto. Sarebbe bello entrare in quel castello con le finestre neogotiche: lo immagino pieno di camere grandi utilizzate come magazzini, non ingombri di cose, anzi, piuttosto vuoti. In fondo alla piazza, fuori da quel piazzale-teatro, un albero di cachi espone i frutti arancioni contro il cielo blu. Mi perdo a guardare da dentro e da fuori la geometria misurata di questo spazio e ritrovo Paola che osserva i pezzi delle maschere di carnevale appoggiati sotto il portico come in un laboratorio abbandonato. Il carnevale è molto importante a Malo. Da tutta la provincia vengono fin qui per gareggiare con i carri e le maschere più belle. Dopo il carnevale un po’ di attrezzi restano sotto il portico in attesa di un’altra vita, chissà mai, quando serviranno la prossima volta. In questa arena metafisica le maschere riposano addormentate, non hanno attinenza con il museo dell’arte serica e del laterizio. Una ragazza compare all’improvviso: taglia di traverso il piazzale con il passo deciso ed apre la porta a vetri del bel palazzetto neoclassico davanti a noi. C’è qualcosa dentro. Entriamo anche noi con circospezione, casomai il museo fosse proprio lì, invece scopriamo il silenzio ovattato di una biblioteca pubblica, luminosa, con tante stanze aperte e la gente pensosa seduta ai tavoli.  Come succede al nord, anche qui le attività dello spirito si rifugiano nel calore degli interni lasciando fuori dalla porta soltanto sogni disabitati.  La biblioteca sembra il posto giusto per chiedere dov’è il museo, quant’è grande, a che ora apre. Un’impiegata gentilissima si fa carico della domanda, ma non sa rispondere e telefona a qualcuno, ad una collega, ad un’amica. Nel museo c’era una mostra, ma è terminata la settimana scorsa. Noi non lo sapevamo. In un mattino feriale di Novembre non sono attesi visitatori ed io mi sento come un ospite piombato all’improvviso a casa di qualcuno che deve ancora rifare i letti. Anche se la mostra è finita, mi domando comunque cosa può essere rimasto di interessante in quel museo: antiche finestre, manufatti inglobati nella struttura al di là dei pannelli illustrati e degli oggetti disseminati. Per radicare un luogo nella memoria occorre il peso della pietra fondata sotto terra. Ma i nuovi musei assomigliano sempre di più a sale da proiezione, che acquistano senso quando viene proiettato il film, poi si svuotano. Questo museo dell’arte serica e del laterizio non lo troviamo. Ci vorrebbe un caffè.  Il museo è da qualche parte. I segnali dicono che c’è.

Anzichè stringersi, la valle di Scio si adagia in uno spazio largo come un ventaglio. Laggiù si vedono finalmente i camini delle vecchie fabbriche. I muri antichi respirano all’aria aperta, sono vivi: possono contenere qualcosa di nuovo, ma non stanno dentro in nessun luogo, tantomeno in un museo. La Fabbrica Alta in centro a Schio è schiacciata contro il pendio del monte e non si vede subito, anche se è alta, dominante come un castello.  Arriviamo in  automobile in cima al paese, in una piazza quadrata circondata sui quattro lati da condomini giganti che sembrano americani. Nelle strade di Schio c’è poca gente, non così tanta in proporzione ai condomini che si affacciano sulla piazza. Pare davvero che in questa città di quarantamila abitanti le persone non riescano ad occupare tutti gli spazi a loro disposizione. Strade ricurve si aprono in slarghi inattesi che sembrano polverosi agli angoli, anche se sono stati ripuliti con idee di arredo urbano tratte dal catalogo di qualche fiera dell’architettura. A Paola non piace il Duomo di Schio, una chiesa imponente, bianca, rialzata su una base di marmo come un tempio greco. Andiamo verso la Fabbrica Alta. Scendiamo i gradini di una scala ottocentesca di gusto romantico: di là dal muro che costeggia la scala c’è il giardino Jacquard, un parco sistemato in anni lontanissimi dagli industriali della lana. Che idea… un parco davanti alla fabbrica!  Chissà se gli operai erano contenti di quel giardino, o se invece sarebbero stati più felici di spartirsi in busta paga, con l’aiuto dei sindacati, i soldi di una spesa evidentemente improduttiva. Nel 1850 il mondo del lavoro non prevedeva la mediazione dei sindacati.  Negli anni in cui Karl Marx profetizzava la rivoluzione del proletariato, gli industriali di Schio passeggiavano indisturbati nel verde sotto le  finestre luminose della Fabbrica Alta.

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Evanescente archeologia contemporanea (I)

15 novembre, 2010 § 2 commenti

Gli scantinati di Vicenza ricevono l’attenzione tardiva dei telegiornali nazionali, quando l’alluvione ha lasciato ormai soltanto segni vaghi. Dopo dieci giorni qualche pozza d’acqua ristagna in campagna, mentre in città sembra tutto normale.  Nel Sessantasei a Firenze non era andata così di lusso. A Vicenza è già ripreso il mercato del Giovedì ed i restauri della basilica palladiana proseguono senza battute d’arresto. Il rumore secco dei montacarichi fa da contrappunto alle voci cantilenose dei venditori che stendono sui banchi la merce: pantaloni, calze, collant e… pesce fresco di Chioggia.  Faccio colazione da Sororù, in quella pasticceria splendida dall’aria retrò accanto alla Basilica. Mi siedo fuori -sotto il portico di Sororù- e apro la Guida Rossa.  La narrazione turistica del Touring Club in Veneto è puttosto frammentaria.  Nonostante i ricchi presupposti artistici, questa terra non invita alle fughe romantiche.  Credo sia colpa dei capannoni di Marco Paolini, ma io preferisco non pensarci e vado avanti a leggere la lista delle architetture palladiane.   Fa freddo, non così tanto da impedire la colazione all’aperto: col caffé mangio un fagottino ripieno alle mele, un piccolo capolavoro di evidente derivazione austro-ungarica.   Questa volta vorrei evitare la strada battuta dai pullmann granturismo ed uscire dal circuito delle ville palladiane.  Mi interessa salire su, nelle valli vicentine, per vedere quel che resta dell’architettura monumentale delle fabbriche della lana.  Vorrei vedere per esempio cosa rimane di quella Lanerossi che sponzorizzava la squadra di Paolo Rossi agli esordi della sua carriera da calciatore, più di trent’anni fa.  Dopo l’alluvione, le architetture industriali sembrano più significative delle ville venete antesignane di uno stile coloniale che ebbe maggior fortuna al di là dall’oceano. Mi alzo per pagare. Una donna biondiccia avanti negli anni, con gli occhiali di metallo fine, si avvicina alla cassa e batte lo scontrino senza l’ombra di un sorriso.  Davanti a me c’è un uomo piuttosto distinto, anziano: ha un impermeabile perfettamente intonato con gli arredi retrò del bar.  Parla di qualcosa che lo urta, ma la voce gli si smorza in una specie di sbadiglio, molto educato, sembra stanco anche di lamentarsi.  Un uomo così poteva essere al timone di qualche impresa orafa o tessile, ai tempi di Paolo Rossi calciatore.  Conserva attorno a sè ha un alone di spirito leale, onesto, mercantile, che lo allontanta dalla contemporaneità.  Le persone così mi hanno sempre affascinato. C’è stato un momento della mia vita in cui ho creduto che poteva essere bello diventare un imprenditore coraggioso ed onesto, un uomo faber suae fortunae confortato dal calore di una famiglia laboriosa, di quelle che festeggiano il Natale con gli zii e con i nipoti tutti insieme attorno al tavolo apparecchiato con la tovaglia di lino.  Lo so, ho passato troppi anni alla ricerca di questo spirito nobile d’impresa, per dare al mio destino la rotta giusta,  ma mi sono ritrovato circondato da vecchi sempre più emarginati, mentre i giovani non riuscivano a mettere radici.  La generazione di mezzo, l’unica che contava veramente, stava a galla nel presente con uno stile diverso, rapace, adrenalinico.  Questo presente, se è così, non mi interessa.  Preferisco osservare da lontano gli imprenditori del duemiladieci ed i loro avvocati con la testa rasata, che fanno affari (forse) con i pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni affittati ai cinesi.  Preferisco la libertà di un mattino, non importa se è Novembre, e la forma pura di pensieri nuovi che creano mondi più belli.  Con  questa idea arrivo al parcheggio di Viale Eritenio e mi fermo a guardare il torrente che passa di lì, prima di insinuarsi fra le case storiche del centro come se fosse un canale di Venezia. Paola dovrebbe passare in automobile alle nove del mattino e sa già che non ho intenzione di vedere altre ville storiche, dopo che ieri abbiamo avuto l’occasione di entrare alla “Rotonda” in un giorno di apertura straordinaria, l’ultimo del duemiladieci.   La più famosa delle ville palladiane è proprietà privata e ci si può entrare solo nei giorni stabiliti per concessione dei padroni di casa, con un bel biglietto da pagare.  (Di Novembre nella villa non c’è gente, a parte gli Dei dipinti nella penombra rotonda del salone centrale, opachi e palpitanti all’ora del tè).

Risaliamo la valle verso Schio, mentre la foschia si dirada.  E’ Autunno, ma per il cielo azzurro di questa mattina potrebbe essere anche primavera.  Lo sguardo abbraccia uno spazio steso fra un’estremità e l’altra del fondovalle.  I confini si vedono a malapena,  da qui le Alpi sono ancora invisibili.  Il profilo dei monti non fa supporre che queste cime possano trasformarsi in punte rocciose e creste affilate.  Viste da qui, le Dolomiti e l’intera catena alpina esistono soltanto per ipotesi.  Chi mi accompagna conosce abbastanza bene le strade di questa valle, ma sa muoversi decisamente meglio nei percorsi della parallela Valdagno.  Paola in Valdagno c’è nata.  Schio e Valdagno sono i capoluoghi gemelli dalle storie affini, con torrenti tumultuosi e antiche fabbriche costruite in anni in cui l’Italia non esisteva ancora, quando l’Austria la faceva da padrona.  Ora che l’industria sopravvive in capannoni al centro di aree artificiali, spianate, orizzontali, è difficile immaginare il rumore di questa industria primitiva abbarbicata sui pendii scoscesi delle alpi, in simbiosi con la forza idraulica della natura.  La Guida Rossa del Touring Club parla della Fabbrica Alta di Schio come se fosse un monumento nazionale.  In effetti è un caposaldo di quel patrimonio che va sotto il nome di archeologia industriale.  Io non so cosa aspettarmi.  Cos’è l’archeologia industriale?     A che serve? …non cominciamo con troppe domande!  Quando crollano le case di Pompei tutti si indignano, quando crolla una fabbrica dell’Ottocento, se ne accorgono in pochi: l’archeologia industriale non è l’archeologia classica.  Con la testa nelle archeologie senza tempo, come in un pellegrinaggio, cerchiamo in lontananza le ciminiere sconsacrate, svettanti torri profane.

L’Ottavario

9 novembre, 2010 § Lascia un commento

I numeri hanno un significato particolare quando esprimono i riti della tradizione.  Prima delle feste solenni ci sono i tridui e le novene, numeri dispari di messe serali con le candele accese sugli altari, per dare all’anima il ritmo giusto.  Di ottavario ce n’è soltanto uno: otto messe feriali dopo la festa dei morti, un’ora prima del tramonto in un ambiente crepuscolare al cimitero.  Ma l’apparenza inganna, perchè l’aria è festosa.  La gente si incontra al lume di candele elettriche, sotto un cielo autunnale mosso da nuvole vermiglie.  Il vento di Novembre irrompe ancora tiepido sulla porta di una chiesa piccina, come l’ultimo ricordo di una stagione che c’è già stata ed ignora d’essere ormai alla fine, come accade alle soglie della vecchiaia, per ogni esistenza. Sotto questo cielo, fra la gente che va e che viene all’ingresso del cimitero, prende forma la visione familiare di un sogno ricorrente.  La chiesa è piccola, elegante, con l’odore della muffa ed una campana minuscola che suona acuta sul campanile. Nel mio sogno ricorrente, la chiesetta è soltanto l’ingresso di una chiesa più grande,  un Pantheon popolato da spiriti festosi sul far della sera. Da una porta accanto all’altare spunta la sagoma del sacrestano, in una stanza triangolare con gli armadi abitati da vecchie statue di gesso, con paramenti sacri e candelieri settecenteschi che fanno gola agli antiquari.  Questa chiesa conserva l’impronta degli oratori privati d’età borrominiana, con gli anfratti, le scale segrete, le prospettive inattese.  La gente si muove fra le panche di legno antico con i nomi dei benefattori dipinti sul retro: il nome di una famiglia su ogni panca.  Marmi quadrati alle pareti svelano altri nomi arcani e le cause di morte di benestanti locali e dei loro congiunti che li commemoravano in anni romani, lontani, ottocenteschi.   Le persone non hanno fretta di muoversi in quella luce opaca e gelatinosa.  La messa è finita, oppure deve ancora cominciare.  Guardo l’altare: di solito c’è una statuetta della Madonna, santa titolare della chiesa, come una bambola così piccola e camuffata da sembrare pronta per un rito wodoo, ma nei giorni dell’ottavario del morti la Madonna è coperta da un’immagine delle anime del purgatorio salvate dagli angeli fra le fiamme.  Altro che riposo perpetuo! Guardate quello che vi aspetta: pregate, convertitevi e andate a messa.

Le sere d’autunno con il cimitero a festa e la chiesetta inondata di luce… il perchè di questo sogno ricorrente non è così lontano dalle abitudini di quand’ero bambino.  Abitavo piuttosto vicino al cimitero, alla distanza di una breve passeggiata che mia nonna faceva d’abitudine di pomeriggio, portandomi con sè.  Lei intratteneva un dialogo a più voci con i morti, in particolare con gli antenati della sua famiglia, quelli che un tempo si sarebbero chiamati gli Dei Lari.  Salutava per nome parenti e conoscenti la cui faccia affiorava composta in bianco e nero, in quel bel repertorio di immagini ovali in fila sui marmi. Di tanto in tanto evocava il nome di qualcuno senza ritratto e di altri, di cui mancava perfino il nome sulla lapide, ma che lei ricordava di aver conosciuto prima della guerra e che rimanevano vivi nella sua memoria nonostante l’oblio dei marmi.  Se le tombe si fossero scoperchiate all’improvviso, lei avrebbe riconosciuto le piccole casse delle loro ossa dalla posizione che occupavano sotto terra, vicino alle bare intatte dei morti più recenti.  Se fosse arrivato all’improvviso il giudizio universale, lei i morti li avrebbe riconosciuti tutti, più in fretta degli angeli con le trombe.   Aveva una consuetudine con l’aldilà -di cui la nostra civiltà contemporanea ha perso memoria- che allargava l’orizzonte della vita verso spazi magici, come nelle culture primitive.  Nei giorni dell’Ottavario la seguivo volentieri al cimitero.  Mentre lei inanellava rosari che erano dei mantra nella penombra della chiesa, io mi perdevo fra le tombe con un altro bambino incontrato lì per caso.  Fra una tomba e l’altra guardavamo le fotografie ovali in bianco e nero e cercavamo di capire dalla faccia, dagli occhi, dalla bocca, se quello lì stava all’inferno oppure in paradiso. Per qualcuno dovevamo pensarci un po’, per altri non c’erano dubbi, facevano paura, di sicuro erano finiti all’inferno.  Poi andavamo ad infilarci nei passaggi stretti fra le tombe ed esploravamo una rete di vicoli impossibili per gli adulti, finchè il custode passava a prenderci allungando la mano e ci riportava dalla nonna, senza mai uno sguardo di rimprovero (rimasi impressionato qualche anno dopo, quando seppi che quel custode era morto suicida).  Quando la sera allungava le ombre ed i lumini proiettavano già una luce fatua, la nonna faceva l’ultima sosta davanti alla tomba della “Santa”.  Si capiva subito che  la “Santa” era più importante di tutti gli altri, perchè era sepolta accanto alla porta della chiesa.  E poi c’era un altro motivo che la distingueva.  Nella fotografia la “Santa”aveva gli occhi chiusi: in tutto il cimitero era l’unica ad avere una foto che la ritraeva da morta anziché da viva. Su quella  tomba c’erano sempre i fiori freschi, anche se lei era stata sepolta lì più di cent’anni fa.  Le cronache dell’Ottocento dicevano che era una guaritrice miracolosa, inchiodata al letto da una paralisi durata trentatrè anni fino alla morte, la notte di Valpurga del 1868.  La nonna mi aveva insegnato che bisognava stendere la mano sull’immagine della “Santa”. Per farsi benedire, era necessario baciarsi le dita che l’avevano toccata, prima del segno della croce.

Da una sponda all’altra dell’adolescenza

1 novembre, 2010 § Lascia un commento

L’ultima ora del mercoledì faccio scienze.  Apro il rituale e chiamo questo e quello con tono fermo e deciso, quasi fossi il padreterno all’apocalisse: quel tanto che basta per conquistare il silenzio e l’attenzione di ventisette scolari di prima media, che per incanto dimenticano d’essere a scuola da cinque ore e lasciano che il tempo passi da sè, piuttosto in fretta a dire il vero, fino all’ultima campanella dell’una e un quarto.

Poi esco dalla porta posteriore e mi trasformo in un’altra cosa, come uno di quei supereroi dei cartoni animati giapponesi che andavano di moda trent’anni fa.  Parto in automobile e mi sembra di dover percorrere una distanza interminabile. Esco a valle su strade moderne rotondeggianti, mi lascio guidare dai limiti di velocità disseminati a caso come tagliole al servizio delle questuanti amministrazioni locali. File di platani sopravvivono a lato della viabilità veloce, poco lontano, e con le loro foglie gialle brillanti fanno l’ultima ombra su pezzi di strade dismesse, relitti dissezionati di un paesaggio a brandelli in sottofondo.  La modernità dei trasporti articolati su gomma sta segnando anche a Forlì il paesaggio.  Perfino il sottosuolo ne è toccato.  Gli scavi di gallerie sotterranee proseguono lenti da decenni, goccia a goccia.  I tronchi di viabilità moderna dovrebbero congiungersi insieme prima o poi, come stalattiti e stalagmiti, fra la tangenziale est (sotto l’aeroporto) ed il cosiddetto asse di arroccamento, che non ha il nome di una strada, ma sembra una strategia scacchistica, una guerra di posizione fra proprietà private che si fronteggiano e non vorrebbero cedere un millimetro di quello che hanno. In un mondo normale, una strada come questa si sarebbe chiamata circonvallazione.

Accendo la radio mentre passo attraverso la nuovissima galleria illuminata sotto l’aeroporto di Forlì.  Mi sembra d’essere davvero un eroe dei cartoni animati giapponesi -a bordo della mia Ford Fiesta verde ti-di-ai- ma all’uscita della galleria rischio la fine di un eroe kamikaze, perché la strada superveloce si perde fra le svolte a gomito della viabilità ordinaria, fra i camion che stringono le curve per non salire sui marciapiedi, in attesa del presunto prossimo completamento della tangenziale est, o dell’asse di arroccamento: non so quale dei due tronconi (stalattite o stalagmite) arriverà prima qui.  Per entrare in autostrada bisogna ancora percorrere cinque chilometri di curve a gomito e di rettilinei interrotti fra i capannoni, i camini degli inceneritori, spazi di parcheggio per autoarticolati, incroci, svincoli rotondeggianti, recinzioni alte, cancelli automatici e molti autovelox.

Finalmente al casello, trovo anch’io il mio posto nella carovana in fila verso Bologna, sotto i buoni auspici della società autostrade augurante buon viaggio e prudenza a caratteri luminosti.  Alle tredici e quarantacinque oltrepasso i fumi delle distillerie di Faenza e mi afferra il desiderio del giornale radio.  Sintonizzato su radio 3, ascolto i titoli della cosiddetta politica interna, ma in pochi istanti prevale un senso di nausea: eppure, fino a pochi mesi fa, almeno questo notiziario riuscivo ad ascoltarlo.  Lungo l’autostrada mi lascio accompagnare dal profilo familiare degli Appennini che dopo Faenza si inerpicano prima in forme spigolose e poi si distendono ancora.  Quando vedo una selva d’antenne alzarsi sulla pianura sottostante, so d’essere ormai alle porte di Bologna.  Esco in tangenziale -senza intoppi a quest’ora- e mi dirigo fuori dallo svincolo di Via Lame, dove altre curve, altri cantieri, altre auto in colonna guidano il percorso della mia Fiesta verde ti-di-ai fino alla sede del nuovo dipartimento di ingegneria, in via Terracini, un edificio nuovo, anzi un complesso di edifici in costruzione in un lembo di città piuttosto disabitato. L’università italiana non ha abbastanza soldi per la ricerca, ma almeno a Bologna spende ancora quanto basta per tener desto il mercato immobiliare.

Nella nuova sede di via Terracini vado a sedermi fra gli studenti di ingegneria che seguono un corso di geodesia e rilievo cartografico.  Sono più silenziosi dei miei ragazzi delle medie, ma per il resto non sembrano poi tanto diversi.   Il loro docente (un mio vecchio compagno di corso a Fisica) lo chiamano”Prof!” – esattamente come i ragazzini delle medie chiamano me.  Il loro Prof si raccomanda come me, che le definizioni bisogna impararle a memoria, perchè non c’è modo migliore per dirle,  e che i procedimenti vanno invece ragionati, per trattenerli meglio nella memoria.  Più che ventenni, questi ragazzi sono ancora adolescenti. I riti iniziatici d’ingresso nel mondo degli adulti sono grigi e noiosi.  E’ il prezzo da pagare per diventare grandi, non c’è via d’uscita.  In tanti indossano All Stars, come una divisa d’ordinanza.  Lo sguardo annoiato dei più, quel modo di stare seduti con le gambe lunghe in avanti fuori dal banco, mi ricorda i più passivi dei miei allievi, quelli a cui dico: “se ti comporti così non farai tanta strada”.  A dodici anni mi sembra giusto premiare l’entusiasmo e la partecipazione.  Ma  l’entusiasmo che piace a me, ai ventiduenni di quest’aula appare come un comportamento sciocco.  Forse sbaglio qualcosa, oppure è giusto distinguere l’entusiasmo della prima adolescenza e valorizzarlo, così come bisogna rispettare questa seriosità dell’adolescenza tardiva, sconfinante nell’età adulta che non arriva.

Dove sono?

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