Visioni d’Autunno

22 ottobre, 2010 § Lascia un commento

Le sfumature di questa stagione rendono particolarmente dolce il paesaggio ai piedi degli appennini,  dove ogni mattina giungo di buon’ora per entrare nella scuola di Meldola prima della campanella delle otto e dieci.  Per arrivare fin là  scelgo un percorso secondario di vecchie strade che si attardano all’accenno dei primi colli rialzati sulla pianura.  Le città sottostanti si stagliano in lontananza con il profilo agglomerato attorno alle torri storiche.  I centri abitati di oggi si allargano nelle tinte fosche del mattino fino a perdere il confine antico che un tempo li teneva separati dalla campagna.  Nella pianura spuntano edifici rettangolari e rotondi di natura industriale o commerciale, che si sparpagliano apparentemente senza criterio e sembrano l’opera di un demiurgo distratto.  Distogliendo gli occhi dai particolari, lo sguardo può ancora riposarsi sul piano disteso come un mare, da un’altezza che non è ancora collina, ma non è più pianura.  Sarebbe bello abitare qui, se solo potessi ignorare quello che c’è attorno.

Qualche anno fa un ingegnere danese credeva di aver trovato proprio in questo posto l’occasione della sua vita, in un paesaggio bello come quello della Toskana, una casa di campagna venduta ad un prezzo così conveniente: praticamente un quarto di quello che sarebbe costata in Toskana!   Avevo parecchi contatti con gli ingegneri danesi (mi piacevano forse per il loro stile, così simile a quello delle costruzioni lego), ma di tutti gli ingegneri danesi che ho incontrato nel mia vita da tecnico, questo era di certo il più stupido.  Doveva montare e far funzionare un filtro industriale all’inceneritore Mengozzi di Forlì: un bidone abbastanza costoso, alto venti metri.  Lui era affascinato dallo stile rabazziere degli operai che si avvicendavano in quell’impianto molto pittoresco e si lasciò guidare  da uno di loro, che gli propose l’acquisto di una casa di campagna sulla strada che da Meldola va alla Fratta.  Fra i disegni del fitro da montare, avevano preso così forma le piante della casa collocata ai piedi delle colline romagnole, con il parere del geometra annotato sul retro: “questo muro si può spostare,  il camino lo ricostruiamo così, il cancello lo mettiamo un po’ più verso l’esterno”.  Non bastava la realtà di uno spigolo gettato come la prua di una nave contro la strada di traffico: nessuna evidenza poteva scalfire il sogno di una casa toscana, che si era materializzata all’improvviso in provincia di Forlì per il nostro ingegnere danese.  Non c’erano altri  acquirenti. Lui era stato il più scaltro.  A Copenhagen l’avrebbero accolto come un genio, il primo ad accorgersi che la Toskana arrivava alle porte di Forlì e con prezzi quattro volte più bassi.

Non so come cambiò idea, ma ad un certo punto l’ingegnere interruppe l’acquisto della casa dei suoi sogni.  Di certo ebbe altri grattacapi: il  filtro industriale che aveva montato a Forlì non riusciva a funzionare, si sporcava, richiedeva una manutenzione straordinaria ed era spesso fermo.  Lui diceva che era colpa dei fumi instabili: prima troppo caldi, poi freddi e sempre troppo carichi di porcherie, più del previsto.  Ma l’ingegnere aveva fornito le garanzie in anticipo, in base ai dati “ufficiali” del signor Mengozzi, ed il signor Mengozzi non vedeva l’ora di appigliarsi a qualcosa che non andava bene, per ritardare il pagamento, anzi: per non pagare affatto.  La Romagna non era più un affare ela Toskana alle porte di Forlì restava un sogno, da riportare subito in Danimarca.

Proprio là dove l’ingegnere danese avrebbe voluto comperare la casa, la collina sale in un pendio leggero mentre il terreno agricolo prende un nome espressivo.  Le mappe catastali indicano quel luogo con il nome di “petrose” a significare evidentemente la povertà delle coltivazioni.  Successe per caso che la madre di mio padre, ormai vecchia, ereditò quel pezzo di terra dai suoi nonni contadini.  Andammo a vederlo un pomeriggio d’autunno di trent’anni fa, c’ero io e c’erano tutti gli uomini della mia famiglia.  Ricordo il paesaggio  da creta senese, ma mancava la strada e per arrivarci bisognava passare attraverso il podere del vicino,  un contadino abruzzese che tutti se lo ricordavano quando era arrivato dopo la guerra – senza una lira, faceva il bracciante.  I fratelli di mio padre non volevano rinunciare a quella terra e per un po’ di anni la fecero coltivare al  vicino di casa, l’ ex bracciante abruzzese.  Lui la coltivava male (così dicono) perchè l’avrebbe potuta comperare sottocosto dimostrandone l’improduttività.  Ed in effetti qualche anno dopo potè averla al prezzo che decise lui.  Poi comperò altre terre ed altre case e, dopo di lui, come in una parabola biblica, i suoi figli seppero moltiplicare per dieci, per cento, per mille il seme dei genitori che avevano cominciato come braccianti.  Il loro nome, Coromano, adesso si staglia imponente su un largo edificio a forma di capannone, che ha la pretesa d’essere un fabbricato industriale, con tonnellate di cemento di geometria scarna piantata sul pendio, a nascondere la discesa verso il piano sottostante, verso quella pianura sulla quale sarebbe bello volare fino all’orizzonte con lo sguardo libero.  Attorno, inesorabilmente, c’è il disordine degli attrezzi della loro industria nomade, quella dei cantieri stradali, che in questa terra non conosce crisi.

 

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Ma lei faceva lo scienziato?

11 ottobre, 2010 § 4 commenti

Galileo dovrebbe essere una gloria dell’ Italia.  Se lo ricordano più o meno tutti per via di quel nome buffo che è quasi uguale al cognome “Galilei”.  Il libro di scuola lo fa vedere subito in terza pagina, in una immagine che lo ritrae elegante, circondato dagli oggetti strani delle sue ricerche in uno studio confortevole di legno e di stoffa. Il libro dice che Galileo è il fondatore della scienza moderna e sembrerebbe il colpevole di tutta quella roba che c’è da studiare sul libro di scienze.  Mi sembra di aver già spiegato che Galileo visse attorno al milleseicento, ma “milleseicento” è un numero astratto che i ragazzi non riescono a collocare nel tempo.  L’immagine sul libro è quella di una persona di un’altra epoca… un antico romano forse? No,  gli antichi romani vestivano in modo diverso, indossavano drappi bianchi: invece Galileo ha una calzamaglia grigia, porta pantaloni corti a sbuffo che sembrano una minigonna ed ha un enorme bavero che sbuca fuori dal collo.  Galileo non era di certo un dandy e se si era vestito così, era solo per farsi fare il ritratto: sapeva già che prima o poi con quell’immagine sarebbe finito su un libro di scienze delle scuole medie.  Era il protagonista di una grande rivoluzione:  nonostante tutto, qualcosa si muoveva.

Ricordo bene la vita di Galileo, non perchè l’abbia studiata all’Università, ma a causa di quel pezzo magistrale di Bertolt Brecht che l’ha messa in scena in una contestualizzazione terribilmente vera ed attuale.   La sensibilità di un autore tedesco ripercorre la vita di Galileo con una lucidità toccante, che non ha eguali nell’immaginazione italiana.  Da noi la figura di Galileo è surclassata da quella con la barba di un altro personaggio, più vecchio di cent’anni.  Leonardo da Vinci precede Galileo Galilei, non solo perchè è nato prima.  Se chiedete in giro chi è stato il più grande scienziato italiano, la risposta è “Leonardo”: anche  se non è uno scienziato  moderno, Leonardo piace più di tutti gli altri, perchè è anche artista, è geniale, è cool.  E poi piace forse per un altro motivo.  Leonardo da Vinci è sempre stato politically correct al servizio del più ricco e del più forte: prima a Firenze, poi a Milano e in Francia, a segnar la via dei cervelli in fuga, ieri come oggi.

Il più importante museo della scienza e della tecnica che c’è in Italia è a Milano ed è dedicato a Leonardo,  non a Galileo.  Ci si può ricordare di Galileo a Firenze,  in quel museo della scienza che è stato riaperto proprio quest’anno con il nome di Museo Galileo, per festeggiare i quattrocento anni della prima osservazione con il telescopio.   Il nuovo museo che porta il nome di Galileo non basta a ravvivarne la memoria ed i festeggiamenti del centenario stanno sfumando senza la pubblicità dei grandi mezzi di comunicazione.  In Italia non siamo abituati a celebrare Galileo.   Più del nome ci è familiare l’aggettivo galileiano, se non altro per quella questione galileiana che per quattro secoli  è rimasta aperta fra Galileo e la chiesa cattolica di Roma.   Occorreva un papa polacco per liberare il nome di Galileo dalla condanna che gli pesava ancora addosso alla fine del Novecento. Nessun italiano aveva osato farlo prima.  D’altra parte nessun autore è mai riuscito più di  Bertolt Brecht ad entrare in sintonia con la figura di Galileo.  Per coglierne la sostanza, Galileo bisogna narrarlo in lingua germanica, con una sensibilità protestante. Raccontato nella lingua degli italiani, ne esce con un atteggiamento piuttosto insubordinato, all’occorrenza opportunista e pronto a rinnegarsi.  E pensare che Galileo aveva  scelto di non fuggire, perchè riteneva che nella penisola italiana i tempi fossero maturi, così maturi  che si ritrovò agli arresti domiciliari.  Ma poteva andargli peggio e finire sul rogo come Giordano Bruno.  Agli italiani piace di più Giordano Bruno, tutto d’un pezzo come un messia, adatto alle bandiere di fede laica radicale.    Galileo è meno efficace, ma desta un imbarazzo più sottile, per cui non se ne parla, neanche nell’anno ufficiale delle sue celebrazioni.

Dopo l’ora di  religione mi fa un certo effetto entrare in classe e cominciare così a parlare di  Galileo.  Non immaginavo quanta forza sovversiva scaturisse dal metodo galileiano, a cominciare dall’innocua pratica della raccolta dei dati che vanno verificati con l’esperimento.  Ne parlo con parecchio fervore, come di una vecchia conoscenza personale,  ed alla fine di  tutti i miei discorsi una giovane allieva dalla voce incerta, che non sa ancora quello che sta per diventare, mi ferma e mi dice che è quasi sicura, che una volta io non ero un “prof” ma  facevo anch’io lo scienziato, come Galileo!  Forse addirittura con Galileo.  Se il milleseicento è una numero astratto, i miei quarantadue anni sono già abbastanza per stabilire un legame con il passato remoto di quell’uomo raffigurato nel libro – gonnella e calzamaglia, bavero largo attorno al collo…    Sotto lo sguardo dei ragazzi di prima media, mi persuade il sospetto che io sia stato veramente a scuola da Galileo, un po’ di tempo fa.

Cesena cinque stelle

2 ottobre, 2010 § Lascia un commento

Concedendo l’area dell’ippodromo a Beppe Grillo per un intero week end, il sindaco di Cesena non ha temuto che si potesse ripetere quella storia bislacca che nel milletrecentosettantasette rese Cesena protagonista di un evento efferato.  Anche quella volta il governo della città aveva accolto una truppa vagante e numerosa come il popolo di Grillo, per non venir meno agli impegni di bandiera guelfa, nè di destra, nè di sinistra, direi solo opportunista.  Nel milletrecentosettantasette le cose andarono decisamente male, la città fu praticamente invasa dalle truppe alleate che la misero a sacco.  Dopo seicento anni, pensate un po’, si parla ancora di quella storia: non sai mai se ti puoi fidare degli amici che inviti a casa.  Ma con Beppe Grillo la settimana scorsa è andata decisamente meglio.  La truppa è arrivata ed è ripartita come uno sciame di uccelli di passo, senza lasciare traccia, tanto che dopo una settimana non se ne parla già più, mentre Berlusconi racconta barzellette ed il più libero dei suoi bei giornalisti simula il ritorno degli anni di piombo.  Sabato ventiquattro settembre all’ippodromo di Cesena c’era aria berlinese.  Non era solo a causa del tempo: le nuvole basse e burrascose liberavano squarci di cielo turchese, la terra umida dopo i nubifragi trasformava l’erba in un tappeto morbido.   Mi pareva d’essere ai margini del Tiergarten, con i giovani di tutte le età diritti e sorridenti, i bambini per mano o nelle carrozzine davanti ai ristoranti da campo predisposti per l’occasione, con file lunghissime rispettose del diritto di precedenza. Di diverso c’erano solo le pizze al posto dei wurstel, oltre alla lingua, ovviamente.  Non sono più abituato a sentire parlare italiano in contesti così rispettosi della civiltà.

Non ho resistito alla tentazione e sono rimasto alla Woodstock cinque stelle, anche se sul mio cellulare squillavano gli inviti del partito democratico di Cervia, che annunciava un evento politico  di grande rilievo nazionale in concorrenza con i gruppi rock di Cesena.  Pierluigi Bersani stava per incontrare Rosy Bindi in qualche albergo di Cervia…  per davvero, senza bestemmie, non era una barzelletta di Berlusconi.  L’incontro aveva un nome tipo: “L’ulivo, parte seconda“.   Fosse stato un film, si sarebbe accompagnato bene con il sottotitolo: “La vendetta“… la vendetta dei funzionari di partito contro le buone intenzioni degli elettori democratici.  Dopo il temporale io ho bisogno di aria fresca e di novità vere in cui posso ancora illudermi.  Alla Woodstock di Cesena imparo a distinguere chi è lento da chi è rock, anche senza l’aiuto di Celentano.  Con quello che dichiarano, i cinque stelle dimostrano di avere assunto i connotati di movimento ecologista europeo: replicano da questa posizione all’oligarchia che li taccia di antipolitica.   Altro che ecologisti, altro che antipolitici.  Qui a Cesena il movimento cinque stelle mostra d’essere diventato un’espressione politica autentica e rappresentativa degli italiani che desiderano ancora vivere, nonostante tutto, in una comunità civile.  Go on!

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