Se Berlino fosse come la Romagna…

5 agosto, 2010 § Lascia un commento

Dicono che l’età media degli abitanti di Berlino sia di quarantatré anni.  Da qualche parte ci saranno anche gli anziani, ma in strada non si vedono, non so dove li abbiano messi.  La quantità di giovani in città è sorprendente, dappertutto col passo rilassato sui marciapiedi o in bicicletta.  Gente così dovrebbe essere impegnata a tempo pieno in un lavoro stressante: dieci ore al giorno, con un’ora di traffico la mattina e un’altra ora la sera per tornare a casa.  Invece passeggiano con nonchalance, si fermano davanti ai negozi, rincorrono i figli piccoli nei giardini ritagliati ai margini delle strade.    Sono lavoratori temporanei? O lavoratori casalinghi?   Non so di che cosa vivano questi giovani, non sembrano ricchi, ma non sono neppure poveri.  Si fermano a parlare con i conoscenti nei caffé senza la fretta di rientrare.   Berlino sembra abitata perlopiù da turisti.  E’ una città sabbatica, dove puoi ricominciare a vivere con un approccio più tranquillo.  Oggi a Berlino c’è un ritmo paesano.  Mi ricorda il posto dove sono nato quarant’anni fa: diecimila anime tutte in bicicletta, poeti e bottegai nella fertile pianura romagnola.  Ma adesso che  la campagna è diventata una piantagione di cemento, nel paese dove sono nato hanno tutti fretta,  corrono in auto di grossa cilindrata, vorrebbero volare in elicottero e tornano a casa tardi la sera.

Berlino non è una città moderna, è semplicemente nuova.  E’ un laboratorio di economia post industriale che si appoggia alla ricchezza delle regioni periferiche ancora potentemente industriali della Germania.    Senza soldi pubblici, Berlino non esisterebbe così come la conosciamo; se la Germania non fosse ricca, non ci sarebbero gli spettacoli della politica e neppure l’intrattenimento dei centri culturali e dei festival internazionali. Ma una volta anche a Berlino (soprattutto a Berlino) c’erano le fabbriche ed il fumo usciva dai camini con la promessa di una ricchezza materiale per la Germania e per il mondo intero.   Gli involucri delle fabbriche e delle vecchie centrali elettriche dismesse fanno da sfondo al paesaggio urbano delle periferie: edifici del passato industriale recuperati nel verde e riadattate ad uffici, alberghi, officine.  E’ normale che la città post industriale definisca la sua nuova identità in relazione ad un passato industriale, visto che ce l’ha ed è abbastanza ricca da potersi permettere la conservazione di questo passato.

Gli edifici industriali dismessi piacciono alla gente perchè hanno qualcosa di monumentale e di misterioso, come i castelli antichi.  Purtroppo non piacciono alle imprese immobiliari romagnole, tantomeno a quelle che hanno riconvertito lo spirito industriale in rendita, dopo la dismissione degli zuccherifici.   Mentre io mi trovo a Berlino, a Forlimpopoli viene demolita anche la distilleria ORBAT, nella fertile pianura romagnola concimata col cemento.  Al mio ritorno me ne accorgo subito da lontano: il profilo del paesaggio non è più lo stesso, come se avessero spianato una montagna.   A parte gli obblighi di legge,  ha senso conservare una fabbrica degli anni trenta del Novecento? Gli elettricisti di Forlì dicono che “nel vecchio” non guadagnano abbastanza.  Meglio lavorare “nel nuovo”.   La pensano così anche i costruttori di villette a schiera, assertori dei tre piani terra-cielo e dei tre metri di giardino privato.   Le finiture di pregio, vero motore dell’economia romagnola del nuovo millennio, non sembrano compatibili con i fabbricati industriali del 1938.

Eppure avevo saputo da fonti autorevoli che l’ex distilleria, così centrale lungo il tragitto fra la stazione e la piazza,  sarebbe dovuta diventare la nuova sede degli uffici comunali di Forlimpopoli.  Qualche giorno fa vedo il Sindaco e gli chiedo, tanto per scherzare, che fine hanno fatto i progetti di riconversione dell’ex distilleria.  “Quali progetti? Perchè? E’ stata demolita? Non lo sapevo… ” il sindaco scuote la testa: “se è crollata vuol dire che doveva finire così, faremo senza.”   Io me ne vado senza fiatare, non oso interferire con questa pianificazione urbanistica di ineffabile rigore.  L’area dell’ex distilleria era stata comprata dalla SFIR diCesena, quando ancora non era chiaro il destino della riconversione, con l’obiettivo di costruire case dappertutto: le famose villette a schiera terra-cielo con finiture di pregio, sia nell’area dell’ex-distilleria, sia nell’area dell’ex zuccherificio.  Zuccherificio e distilleria sono industrie affini che avrebbero potuto trovare ampie sinergie produttive in vita, ma i rispettivi padroni si sono fatti la guerra per quarant’anni, trovando finalmente un’intesa postuma, sul valore della nuda terra, quando le fabbriche non funzionavano più.

Per ottenere le concessioni edilizie, la trattativa con l’amministrazione comunale è simile a quella con i sindacati per il licenziamento degli operai: è un dare e un avere, è un gioco delle tre carte sia per licenziare, sia per costruire.  L’ultima apparizione del Presidente SFIR, in prima linea a recitare una parte sempre più gommosa, ha stimolato nuovi entusiasmi.  Dice che costruirà un centro congressi al posto dello zuccherificio, non importa quando, l’importante è crederci.  Intanto, però, eliminiamo subito i vincoli edilizi dall’area dell’ex distilleria: le villette a schiera e le finiture di pregio non possono perdere tempo.

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