Spiaggiati

29 agosto, 2010 § Lascia un commento

All’inizio di ogni settimana mi affaccio fuori di casa e guardo il traffico di Pinarella.  Dopo il picco della stagione estiva, aspetto di vedere la spiaggia nuovamente libera.  Ma a Pinarella è alta stagione tutto il mese d’Agosto e l’estate manifesta il suo clima eccessivo proprio adesso, con i banchi d’umidità stagnate e le raffiche violente di scirocco.  Se fossimo ai tropici sarebbe la stagione degli uragani, ma qui siamo nell’alto Adriatico e non dovrebbe essere ancora pericoloso, almeno per ora.   Subito di mattina i bagnanti sciamano in branco sulla riva: per primi compaiono gli anziani con le gambe rinsecchite, poi spuntano i bambini piccoli liberi fra la spuma delle alghe di colore smeraldino sotto i raggi luccicanti del sole basso alla fine d’Agosto.  Ai turisti bastano due settimane per appropriarsi della spiaggia e sentirsi praticamente a casa, padroni del mese d’Agosto, come se il tempo qui al mare scorresse soltanto entro i confini della stagione estiva.  Da tre generazioni occupano quel  pezzo di sabbia, nonni, genitori e nipoti dal 1960, e si divertono a raccontare questa nobile tradizione di famiglia ai conoscenti di passaggio, seduti sotto l’ombrellone o al tavolo di un bar. I luoghi sulla spiaggia sono tutti a portata di mano in uno spazio unidimensionale numerato, dal Bagno cinquantanove in su, in  direzione di Cervia.  Verso Cesenatico le colonie interrompono per  un tratto la selva di ombrelloni e fanno respirare la spiaggia davanti all’orizzonte della pineta, poi ricominciano e si addensano ancora di più.  Sotto gli ombrelloni che nascondono il cielo, ci sono gli accampamenti dei ragionieri, dei geometri e di altri impiegati nostalgici di una vita acquatica che non hanno mai visto.   Qui al mare si illudono d’essere sulle rive del Gange o fra le palafitte dell’Indocina. C’è caldo e sudore e umidità.  Ci sono sabbia, alghe e bambini piangenti col pannolino in mano.  In sottofondo l’altoparlate annuncia una motonave in partenza con la promessa del pesce fritto, finalmente qualcosa di romagnolo che sulle rive del Gange non si potrebbe trovare.  A metà mattina, quando la riva è affollata dai maratoneti della passeggiata, può succedere che i camion ribaltabili e le ruspe facciano la spola avanti e indietro e chiedano la precedenza a colpi di clacson ai pedoni che li guardano incuriositi, per nulla infastiditi da questa intromissione in spiaggia di un cantiere autostradale.  Carichi dei cumuli di alghe che il mare ha generato, ripartono e corrono lontano per centinaia di metri sulla riva, a cercare un varco fra gli ombrelloni.  Anni addietro questo lavoro si sarebbe svolto alle prime luci dell’alba.   Sarà un segno dei tempi se adesso avviene in contemporanea con la passerella umana delle carni  in costume da bagno, fra le dieci e le undici del mattino?  Chi lo giudica pericoloso non ha il diritto di goderne.  L’apparizione dei camion ribaltabili sulla riva del mare viene salutata dai bagnanti di Pinarella come un corteo festoso, a cui guardare come se si trattasse di un nuovo gioco di animazione: la paletta, il secchiello e la ruspa compaiono finalmente in spiaggia a grandezza naturale.  Un padre indica al figlio i ribaltabili indaffarati sotto il sole e mostra come si scarica la sabbia; l’autista esce con la testa dal finestrino e incendia l’aria con una bestemmia.   Poco distanti, i gruppi di fitness saltellano asfissiati dal caldo e dalle esalazioni dei gas di scarico.  Le maestre di ginnastica impartiscono comandi con l’ espressione severa.   Schiene sudaticce e bruciacchiate balenano davanti, felici della sofferenza.  Non basta immergersi nelle acque, il rito romagnolo della purificazione richiede molto di più.

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Dopo Ferragosto

21 agosto, 2010 § 1 Commento

Se chiedete ad un albergatore di Cervia come è andata la stagione quest’anno, vi dirà che è andata bene solo se c’è stato il “tutto esaurito” in ogni week-end di Giugno, di Luglio e d’Agosto.  Per oscuragli il viso basta una camera invenduta a ferragosto, ed allora potreste sentirlo uscire in dichiarazioni catastrofiche che invocano lo stato di calamità naturale.  Quella degli alberghi è un’economia viziata dai vacanzieri che colano incondizionatamente ad ondate sull’asfalto emiliano-romagnolo ogni week-end dell’estate, con una predilezione per le due settimane centrali d’Agosto se il tempo lo permette.  Il successo della stagione si gioca in fretta e gli albergatori scrutano il cielo invocando gli dei astrali per il bel tempo della domenica.   Il loro incasso è collegato alle ferie estive, un’abitudine bizzarra della moderna economia dei consumi che gli ha portato fortuna: nessuno pensa che questa abitudine possa un giorno scomparire per un gioco del caso, così come gli è stata regalata cinquant’anni fa.  Anche gli appartamenti accanto al mio sono occupati da gente in vacanza.  Dal terrazzo sento una coppia di cinquantenni con la voce cantilenosa del nord Italia.  Hanno l’automobile targata Varese ed una tristezza agrodolce che fa supporre un’adesione incondizionata ai proclami leghisti.   Hanno con sè un pappagallino inseparabile che cinguetta, soprattutto dopo pranzo quando io vorrei appisolarmi sul divano.   Invece nell’appartamento di sopra ci sono tre ragazzi non più giovani, ma pur sempre ragazzi, con l’accento del sud.  Vanno in spiaggia ogni mattina con tre biciclette di fortuna, davvero piccole per loro.  Ad Agosto questo luogo non mi appartiene.  Per me ci vuole Settembre.

Ricorrenze d’Agosto

10 agosto, 2010 § Lascia un commento

Non mi piace andare al cimitero. Una visita al cimitero dovrebbe creare le condizioni per stabilire un contatto con chi è morto e dovrebbe stimolare una dimensione meditativa, riflessiva e di pace interiore. Ma la città dei morti soffre lo stesso male della città dei vivi: è un affastellamento di luoghi di cemento, viali diritti senza alberi coi loculi appiccicati come cassette di sicurezza all’ingresso di un ufficio postale. In un cimitero vorrei trovare lo spazio aperto di un prato e gli alberi, non importa se sempreverdi, ma vorrei il rumore dei rami quando c’è il vento e le foglie gialle che cadono a terra in autunno. La natura in sottofondo, la si ricorda soltanto per le cause naturali della morte di chi è rappresentato in quelle foto ovali a colori o in bianco-e-nero, che sono tante, sempre di più. Nel cimitero la natura riesce ad entrare solo quando diventa eccessiva, insieme al gelo di una mattina di gennaio oppure col caldo insopportabile di un pomeriggio d’agosto. Gli unici momenti in cui mi va di entrare sono questi, quando non c’è anima viva.

Era un pomeriggio torrido d’Agosto per i funerali di mio padre, sette anni fa. Lo zuccherificio stava cominciando a sbuffare e nell’aria c’era l’odore pesante del carbone che si sentiva ogni anno all’inizio, quando avrei trascorso più volentieri il mio tempo al mare anziché in fabbrica. Poi cominciava la campagna. Gli aromi organici, umidi e variopinti della lavorazione delle barbabietole allontanavano il fantasma del carbone sospeso nell’aria all’inizio di Agosto. Che mio padre se ne fosse andato proprio il giorno di San Lorenzo poteva essere una stupida coincidenza, ma mi piaceva pensare che fosse a causa di un’inevitabile attrazione del mio destino di Lorenzo nipote di Renzo. La sua foto guardava dall’alto, sopra gli altri vecchi a buon diritto appartenenti da decenni al mondo dei più, e mi sembrava che lui non dovesse stare con loro. Gli altri li avevo sempre visti in quelle foto ovali, oppure c’erano andati quando ormai erano molto vecchi. Mio padre mi aveva insegnato a riconoscerli per nome: il nonno che non avevo mai incontrato e le altre parentele oblique in bianco e nero. Che faceva lui adesso fra quella gente -mi domandavo- in quel posto che non era il suo?

Quando al cimitero guardo la sua foto fra le altre, dopo sette anni credo ancora che lui non non debba stare lì. Mi sembra invece di incontrarlo quando entro nel museo di Forlimpopoli, fra le pareti medievali cariche di odori e di memoria secolare, dove sento ancora impressa la sua presenza, in quella sala trecentesca al piano terra della rocca, dove l’ho visto muoversi per anni in silenzio, con discrezione e con sollecitudine fra i marmi e le terracotte antiche. Il ricordo che ho di lui nel museo di Forlimpopoli va oltre la sua vita ed ha la profondità di un’archeologia millenaria. Mentre era vivo, credo proprio che si sia divertito a confondere il suo destino con quello secolare del luogo in cui viveva.

Per ricordare mio padre Tobia ho preparato Raccolte Aldini, un sito in forma di blog di wordpress, con lo scopo di fornire informazioni sul suo archivio privato in via di riordino. Per cominciare, ho raccolto le stampe che Tobia Aldini incideva su linoleum. Seguiranno altre pagine dedicate al lavoro di archeologo.

http://www.raccoltealdini.wordpress.com

Se Berlino fosse come la Romagna…

5 agosto, 2010 § Lascia un commento

Dicono che l’età media degli abitanti di Berlino sia di quarantatré anni.  Da qualche parte ci saranno anche gli anziani, ma in strada non si vedono, non so dove li abbiano messi.  La quantità di giovani in città è sorprendente, dappertutto col passo rilassato sui marciapiedi o in bicicletta.  Gente così dovrebbe essere impegnata a tempo pieno in un lavoro stressante: dieci ore al giorno, con un’ora di traffico la mattina e un’altra ora la sera per tornare a casa.  Invece passeggiano con nonchalance, si fermano davanti ai negozi, rincorrono i figli piccoli nei giardini ritagliati ai margini delle strade.    Sono lavoratori temporanei? O lavoratori casalinghi?   Non so di che cosa vivano questi giovani, non sembrano ricchi, ma non sono neppure poveri.  Si fermano a parlare con i conoscenti nei caffé senza la fretta di rientrare.   Berlino sembra abitata perlopiù da turisti.  E’ una città sabbatica, dove puoi ricominciare a vivere con un approccio più tranquillo.  Oggi a Berlino c’è un ritmo paesano.  Mi ricorda il posto dove sono nato quarant’anni fa: diecimila anime tutte in bicicletta, poeti e bottegai nella fertile pianura romagnola.  Ma adesso che  la campagna è diventata una piantagione di cemento, nel paese dove sono nato hanno tutti fretta,  corrono in auto di grossa cilindrata, vorrebbero volare in elicottero e tornano a casa tardi la sera.

Berlino non è una città moderna, è semplicemente nuova.  E’ un laboratorio di economia post industriale che si appoggia alla ricchezza delle regioni periferiche ancora potentemente industriali della Germania.    Senza soldi pubblici, Berlino non esisterebbe così come la conosciamo; se la Germania non fosse ricca, non ci sarebbero gli spettacoli della politica e neppure l’intrattenimento dei centri culturali e dei festival internazionali. Ma una volta anche a Berlino (soprattutto a Berlino) c’erano le fabbriche ed il fumo usciva dai camini con la promessa di una ricchezza materiale per la Germania e per il mondo intero.   Gli involucri delle fabbriche e delle vecchie centrali elettriche dismesse fanno da sfondo al paesaggio urbano delle periferie: edifici del passato industriale recuperati nel verde e riadattate ad uffici, alberghi, officine.  E’ normale che la città post industriale definisca la sua nuova identità in relazione ad un passato industriale, visto che ce l’ha ed è abbastanza ricca da potersi permettere la conservazione di questo passato.

Gli edifici industriali dismessi piacciono alla gente perchè hanno qualcosa di monumentale e di misterioso, come i castelli antichi.  Purtroppo non piacciono alle imprese immobiliari romagnole, tantomeno a quelle che hanno riconvertito lo spirito industriale in rendita, dopo la dismissione degli zuccherifici.   Mentre io mi trovo a Berlino, a Forlimpopoli viene demolita anche la distilleria ORBAT, nella fertile pianura romagnola concimata col cemento.  Al mio ritorno me ne accorgo subito da lontano: il profilo del paesaggio non è più lo stesso, come se avessero spianato una montagna.   A parte gli obblighi di legge,  ha senso conservare una fabbrica degli anni trenta del Novecento? Gli elettricisti di Forlì dicono che “nel vecchio” non guadagnano abbastanza.  Meglio lavorare “nel nuovo”.   La pensano così anche i costruttori di villette a schiera, assertori dei tre piani terra-cielo e dei tre metri di giardino privato.   Le finiture di pregio, vero motore dell’economia romagnola del nuovo millennio, non sembrano compatibili con i fabbricati industriali del 1938.

Eppure avevo saputo da fonti autorevoli che l’ex distilleria, così centrale lungo il tragitto fra la stazione e la piazza,  sarebbe dovuta diventare la nuova sede degli uffici comunali di Forlimpopoli.  Qualche giorno fa vedo il Sindaco e gli chiedo, tanto per scherzare, che fine hanno fatto i progetti di riconversione dell’ex distilleria.  “Quali progetti? Perchè? E’ stata demolita? Non lo sapevo… ” il sindaco scuote la testa: “se è crollata vuol dire che doveva finire così, faremo senza.”   Io me ne vado senza fiatare, non oso interferire con questa pianificazione urbanistica di ineffabile rigore.  L’area dell’ex distilleria era stata comprata dalla SFIR diCesena, quando ancora non era chiaro il destino della riconversione, con l’obiettivo di costruire case dappertutto: le famose villette a schiera terra-cielo con finiture di pregio, sia nell’area dell’ex-distilleria, sia nell’area dell’ex zuccherificio.  Zuccherificio e distilleria sono industrie affini che avrebbero potuto trovare ampie sinergie produttive in vita, ma i rispettivi padroni si sono fatti la guerra per quarant’anni, trovando finalmente un’intesa postuma, sul valore della nuda terra, quando le fabbriche non funzionavano più.

Per ottenere le concessioni edilizie, la trattativa con l’amministrazione comunale è simile a quella con i sindacati per il licenziamento degli operai: è un dare e un avere, è un gioco delle tre carte sia per licenziare, sia per costruire.  L’ultima apparizione del Presidente SFIR, in prima linea a recitare una parte sempre più gommosa, ha stimolato nuovi entusiasmi.  Dice che costruirà un centro congressi al posto dello zuccherificio, non importa quando, l’importante è crederci.  Intanto, però, eliminiamo subito i vincoli edilizi dall’area dell’ex distilleria: le villette a schiera e le finiture di pregio non possono perdere tempo.

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