Un aeroporto post-urbano a Tempelhof

11 luglio, 2010 § 1 Commento

Provate a guardare Berlino dall’alto.  Vista con Google  Hearth, la città appare grande sfilacciata fra insenature verdi e con un buco rotondo quasi nel mezzo, come il nucleo al centro di una cellula urbana tentacolare.  Fino a due anni fa lì c’era l’aeroporto di Tempelhof, il Zentral Flughafen del 1937.  Ai margini della pista c’è ancora l’edificio dell’aeroporto,  preludio alla grandezza delirante che si sarebbe  dovuta esprimere a cominciare da qui, nella nuova Berlino ribattezzata Germania con la “G” dura dai Nazional-Socialisti.  Questa città del  futuro è un delirio ormai datato e le piste dell’aeroporto dismesso sono sì grandi, ma non come quelle degli Hub più recenti.  Di concezione gigante rimane la planimetria arcuata dell’edificio, che include decine di angar di rimessaggio dei primi velivoli costruiti per le traversate transoceaniche.  Già una volta la storia aveva capovolto il senso di questo aeroporto, da simbolo di potere imperiale a ponte di libertà.  Gli aerei americani atterravano a Tempelhof per rifornire gli abitanti di Berlino-ovest all’epoca  del blocco sovietico, e gli abitanti di Berlino-est trovavano qui una facile via di fuga verso l’occidente, fino al 1961, prima che il muro glielo impedisse.  Ma un nuovo capovolgimento del senso di questo luogo è oggi evidente, ben più radicale ma ancora piuttosto difficile da decifrare.   L’aeroporto non è più alla ribalta per la tecnologia, nè per l’eroismo del dopoguerra, ma è ancora al centro di una importante e nuova trasformazione, in cui la tecnologia ed il progresso diventano un canocchiale capovolto che allontana anziché avvicinare, rimpicciolisce anziché ingrandire.  Bisogna prendere le distanze dal passato recente per ritrovare un altrove, qui ed ora.  Restano le piste di decollo e le vie laterali di servizio dell’aeroporto e resta la segnaletica orizzontale bianca e rossa dipinta sull’asfalto, come se qualche aereo dovesse ancora atterrare.  Fra un asfalto e l’altro si stendono superfici naturali, che includono aree destinate al ripopolamento degli uccelli ed all’addestramento dei cani, una savana urbana cresciuta nel cuore della città sotto il caldo di Luglio, ben oltre le intenzioni degli ecologisti che l’hanno promossa.  Sembra un esperimento fatto apposta per vedere  la natura che riprende il sopravvento, con quale rapidità l’asfalto viene divorato palmo a palmo dalle radici delle erbe spontanee.   Verso sera la gente invade il parco di Tempelhof.  Da Kreuzberg entrano i giovani con le bici e con i pattini.  Da Neukoelln si fanno largo famiglie intere di magrebini, le donne chiuse nei loro vestiti  ermetici, cantano e mangiano nella savana di Tempelhof, ignari del senso originale di quel luogo, come se l’aeroporto fosse un simbolo misterioso, come un osservatorio megalitico appartenuto ad una civiltà ormai estinta.  Mi aspetto di vedere animali selvatici in corsa ed i fuochi che punteggiano gli accampamenti di nomadi neolitici, in un futuro prossimo, in questo cuore post-urbano di  Berlino.

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§ Una risposta a Un aeroporto post-urbano a Tempelhof

  • paola ha detto:

    Abbiamo capito….non ti sei mosso più di tanto da Tempelhof (massimo, massimo qualche foto a Potzdamer Platz), sei uscito dall’area prescritta solo per andare alla Konzerthaus (perlomeno sembra che ti sia piaciuta la musica che hai ascoltato!?!), hai fatto solo una nuova amicizia “stramba” (Yuri) nella tua famiglia ospitante, hai partecipato con discreto interessamento alle partite della Germania, sei stato sicuramente promosso con il massimo dei voti al B2….insomma ti sei comportato bene, da bravo ragazzo….puoi rientrare in patria a testa alta……

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