L’ultimo spettacolo

4 luglio, 2010 § Lascia un commento

E’ sempre più caldo a Berlino e la finale dei mondiali di calcio è ormai dietro l’angolo.  Vinceranno i global-crucchi della Germania che unisce insieme l’ovest e l’est?  La vittoria contro l’Argentina è sembrata fatale.  Per sapere con quale faccia (contrita o sorridente) mi sarei dovuto presentare al Biertempel per lo spuntino delle sei, prima del  concerto della sera al Kozerthaus, guardo la partita in camera da letto.   Alla fine del primo tempo purtroppo mi addormento -colpa del caldo torrido e del ventilatore che tengo acceso accanto al televisore- e mi risveglio di soprassalto al sessantesimo minuto, giusto in tempo per vedere gli ultimi tre gol spettacolari di questa squadra che continua a fare gioco contro l’Argentina fino alla fine, anche se sta già vincendo.  I giovani scendono per strada ma i festeggiamenti sono meno rumorosi di domenica scorsa, dopo la vittoria contro l’Inghilterra.  Con il quattro-a-zero contro l’Argentina di Maradona, qui credono di aver già vinto la coppa del mondo.  I Tedeschi sono fatti così: hanno bisogno di vincere ma, quando vincono, lo considerano normale, è un complesso da primi della classe.  Dopo il successo della nazionale di calcio, al Konzerthaus mi aspetto un’esecuzione gioiosa e rilassata.  In programma c’è una suite di Richard Strauss e  una sinfonia di Dvorak, non la celebre “Dal nuovo mondo”, ma un’altra meno nota, la numero sei. La sinfonia “Dal nuovo mondo” mi sarebbe piaciuto ascoltarla a Houston: era in calendario alla Concert Hall in un sabato di Settembre, all’inizio della stagione concertistica 2008-09, ma quella sera ci fu un cambio di programma e la musica la fece l’uragano Ike, senza orchestra, una sinfonia dell’altro mondo, un segno del destino.  Adesso voglio vedere cosa succede se in programma c’è a Berlino la sinfonia numero sei, che i musicisti chiamano “Dal vecchio mondo”, tanto per distinguerla dall’altra.  Fuori dalla porta del Konzerthaus alcune signore  molto gentili fermano  i passanti per vendere i biglietti.  Non c’è il tutto esaurito e quelle signore  non sono  di certo lì per vendere a prezzo maggiorato i posti comperati in prevendita.  C’è sempre gente che rinuncia allo spettacolo, ma questa volta sembrano più del solito.   E’ cosi brutto il  concerto di questa sera?  In tanti hanno cambiato idea e non vogliono ascoltare il “vecchio mondo” di Dvorak, solo perché la squadra di calcio tedesca rinnova promesse di vittoria: avevano comperato il biglietto qualche giorno fa, per consolarsi in caso di  sconfitta.  Trovo così per quindici euro un biglietto in platea e mi accorgo che il mio tedesco mittelstufe B2 funziona bene quando devo contrattare al ribasso. Imparo nuove cose, altre le dimentico: questa lingua tedesca mi sta addosso come una coperta piena di buchi, ma sufficientemente robusta da funzionare. Con diabolica precisione sbaglio ancora le preposizioni e le concordanze di genere e parlo come se in italiano qualcuno dicesse “questa biglietto costa anche per meno”.  Non capiscono subito che sono straniero e mi guardano strano, come se li stessi prendendo in giro, ma la signora mi vende lo stesso per quindici euro un biglietto che al  botteghino ne costa ventitrè, felice di disfarsene, e fruga sottosopra nella borsa alla ricerca di cinque euro di resto (che disordine!) prima di schizzare via.

E’ l’ultimo concerto della stagione.  L’orchestra del Konzerthaus cambia registro sotto la direzione di Thomas Deusgaard. I musicisti non hanno altri pensieri, il suono è puro, il direttore governa le armonie ed i timbri dell’orchestra, ed intrattiene un dialogo con le emozioni del pubblico.  Questa esecuzione è eccezionale: la sinfonia numero sei di Dvorak non ha niente da invidiare alle interpretazioni meglio riuscite della sua sorella maggiore “Dal nuovo mondo”.    La direzione di Thomas Deusgaard (e chi lo conosceva?) non è poi così lontana da quella di Simon Rattle.

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