La libertà rende Italiani

30 luglio, 2010 § Lascia un commento

Secondo Minzolini la rivista Der Spiegel elogia il governo italiano perchè sta gestendo bene la crisi, ma io credo che Minzolini non voglia più distinguere le prese per il culo, né quelle del nostro capo, né quelle dei tedeschi.   In Germania non si parla più tanto di politica italiana.  L’anno scorso facevano gola i gossip leggendari del nostro capo barzellettiere, ma adesso non c’è più niente di comprensibile da raccontare. Già da un po’ la situazione italiana ha superato il limite delle capacità rappresentative degli Europei d’oltralpe.  Il massimo che i tedeschi possono concepire in fatto di schiaffi ai ruoli istituzionali è il ritardo di qualche ora nell’elezione di Chirstian Wulff, nuovo presidente CDU del Bundestag, che passa soltanto a maggioranza verso sera al terzo tentativo.  In Germania la politica può ancora essere noiosa, raramente sorprende e non ha imparato ad essere satira di se stessa.    Ovvio che in Germania gli indagati non possono occupare ruoli istituzionali al vertice dello stato.  Neppure pensano di candidarsi, gli indagati, figuriamoci i condannati.   Non sanno ancora che in Italia hanno imparato a ribaltare le accuse e a dirsi beati, i perseguitati per causa della giustizia: una giustizia strumentale, elitaria, contro gli eletti di un popolo che è libero di votare per il padrone.  Se i tedeschi non parlano di quello che succede in Italia, è perchè temono una forma di contagio, così raccontano altre storie più normali.  D’altronde hanno altri interlocutori: da Bruxelles alla Turchia è  incontrovertibile, le strade dell’Europa non passano più da noi.  Per evitare che la speculazione internazionale si accanisca contro l’Italia, la lobby al comando gioca d’anticipo e si accanisce in prima persona contro gli Italiani.  Le speculazioni di Tremonti liberano dunque il popolo dalla paura di una speculazione internazionale.  Ma mi domando a cosa serve uno stato sovrano, se nega l’istruzione ed il lavoro pubblico, destinando sempre più risorse a gruppi egemoni fai-da-te.   Che cosa distingue questa speculazione da quella internazionale?   Che forse la speculazione nazionale parla la stessa lingua del popolo, ha radici nella stessa terra ed allora è “amica” mentre l’altra è “nemica” per il semplice fatto che è lontana e non ha un volto?  Nella nuova versione alleggerita dello stato italiano, il popolo liberato dovrà cavarsela sempre più da solo ed in più dovrà fare i conti con le espropriazioni voraci del gruppo egemone.  Non più oro alla “patria”, ma all'”oligarchia” di lingua italiana che libera dal male dell’internazionalizzazione.  Da almeno cent’anni non si sentiva parlare in questo modo, nell’Europa occidentale.

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Attraverso Berlino (II)

25 luglio, 2010 § Lascia un commento

I tram su rotaia viaggiano soltanto nella metà ex-comunista di Berlino.  I binari rimasti nel selciato delle strade permettono di distinguere i quartieri dell’ovest da quelli dell’est: da una parte se ne è persa traccia sotto l’asfalto del dopoguerra, mentre dall’altra i tram continuano a sferragliare sottovoce avanti e indietro sulle strade dell’ex progresso comunista. Verso la fine del novecento il tram è sembrato un mezzo di trasporto lento e d’intralcio allo sviluppo della libertà automobilistica, ma soltanto nella metà occidentale.   Fra chi si muoveva nel traffico urbano della città filosovietica, la rete tranviaria inanellava invece una catena di trasporti pubblici su rotaia, che favoriva la diffusione capillare dell’ideologia comunista fin sulla porta di casa.  Ancora oggi le rotaie partono dalle strade del centro in ogni direzione e, verso ovest, scompaiono sulla linea immaginaria del muro davanti ai grattacieli di Potsdamer Platz, dove avrebbero continuato volentieri la loro corsa se l’occidente non glielo avesse impedito.  Verso est i binari dei tram scorrono felicemente in mezzo alle strade, fra i volumi di quei palazzi parallelepipedi che sembrano fatti di mattonicini lego a grandezza naturale.  A partire dal centro simbolico della torre della televisione, i tram irradiano i loro percorsi ed aggiungono al paesaggio urbano della Berlino ex-comunista un altro giocattolo, che rinforza l’impressione iniziale di una città su misura per il divertimento di un bambino gigante.  Il gioco di un bambino non ha bisogno di rifiniture o di inutili dettagli: vuole forme accattivante e appariscenti, facilmente riconoscibili come le chiese col tetto a punta e tanto spazio attorno, come la torre della televisione che sembra un missile piantato in mezzo alla città.  La curiosità di un bambino si sazia guardando i tram che si rincorrono a vicenda, fra un capo e l’altro di un itinerario imprevedibilmente curvilineo.  Sembra un paradosso vedere un giocattolo di fantasia in questa città segnata dal vuoto delle distruzioni della guerra e dal grigio monumentale delle costruzioni comuniste, eppure la forma artificiale dell’involucro urbano resta lì in piedi come la conchiglia fantasmagorica di un mollusco mostruoso che non la abita più.  Vent’anni fa questa città era pronta per altri esseri viventi più colorati che l’hanno accolta come l’eredità ingombrante di un parente scomparso all’improvviso.  Giovani in arrivo da occidente hanno ricolonizzato gli angoli di Berlino est, accettandone le forme, l’ingombro, i vuoti.  Ci hanno aggiunto i colori: campiture brillanti di giallo e di viola sul grigio di sottofondo, nei viali incompiuti senza alberi del progresso comunista.

La quinta linea della metropolitana segue ad est il percorso della Frankfurter Allee, ricostruita in età staliniana col nome di Karl Marx Allee, monumentale e tagliente come una freccia lanciata nel cuore dell’Europa dal Politburo di Mosca. Le architetture simmetriche dei palazzi si inseguono per chilometri verso il punto di fuga di una prospettiva centrale su cui lo sguardo converge senza alternativa: sembra l’ingresso di una città asiatica erede di Babilonia. Nel cosmo berlinese, la Karl Marx Allee è agli antipodi del Ku’damm.  Sulla Karl Marx Allee viene da camminare con lo sguardo diritto in avanti ed il passo spedito: niente mani in tasca, niente kocktail colorati al bar.   Eppure entrambi i viali, sia quello marxista monumentale dell’est sia quello alberato filoamericano dell’ovest, hanno in comune un’assolutezza che li svincola dal circuito di strade attorno. Non conducono da qualche parte, bastano a se stesse queste strade che cominciano e finiscono senza un’adeguata continuazione in una città dissestata e ricomposta in forma cubista. La Karl Marx Allee attraversa il distretto operaio di Friedrichschain e crea attorno a sè una coreografia artificiale, che rivela una spettacolare finzione quando la si intercetta per caso, provenendo dalle fabbriche dismesse e dai condomini popolari delle strade laterali.  Appena sopra, la periferia di Prenzlauerberg non è poi così diversa da Friedrichschain.  In un bar si può stare seduti a bere mezzo litro di coca-cola per un euro e cinquanta.  Al Ku’damm una bottiglia così costerebbe quattro euro e non verrebbe offerta con lo stesso stile da un giovanotto in maglietta cool-minimalista e pantaloni corti al ginocchio. Fra Prenzaleuerberg e Friedrichshain i bar alla moda offrono l’immagine di un presente che è ancora moderatamente benestante, sebbene a contatto con vecchie povertà dell’est e nuove povertà globali.  I prezzi bassi hanno l’effetto di attirare qui i giovanissimi, che ridipingono gli infissi e si trasferiscono a coppie o in gruppo negli appartamenti popolari del vecchio regime, con il desiderio di avere dei figli.  Il vuoto ed il grigio dell’edilizia preesistente non li rattrista.   Il passato diventa un monumento vintage che, anzichè spaventare, dà l’impronta al gusto contemporaneo: essenziale ancora oggi nel legno, nel vetro e nei materiali da costruzione, così come nella stoffa colorata dei vestiti leggeri delle ragazze che percorrono chilometri in bicicletta – braccia tese sul manubrio,  al semaforo distendono i muscoli: il piede appoggiato per terra, d’estate senza calze, esprime una forza elegante, rimodellata dalle forme fantasiose del cuoio, in sandali robusti e primitivi.

Attraverso Berlino (I)

21 luglio, 2010 § Lascia un commento

La prima volta a Berlino mi è sembrato normale cercare posto in un albergo del Ku’damm, nel cuore dell’ovest.  Era un modo per avvicinarsi alla città senza entrare in contatto con le strade monumentali e spoglie ex-comuniste e senza dover affrontare subito gli enigmi delle successive riconversioni urbane.    Per i turisti stranieri, il Ku’damm è accogliente perchè non mette ancora in discussione la ricchezza  che il mondo occidentale ha accumulato nella seconda metà del Novecento.  Lì sono i marciapiedi larghi con vetrine colorate, tavolini all’aperto, bar, ristoranti con insegne luminose sgargianti, per tenere desta l’attenzione del mondo quando la sera fa buio.  I chilometri alberati del Ku’damm sembrano un viale d’accesso alla città, invece si perdono là dove dovrebbe trovarsi il centro, in vista delle nuove torri di Potsdamer Platz, fra le algide ambasciate del Tiergarten ed i viali più poveri che si incrociano ai confini fra l’est e l’ovest.  Fra tutte le città che ci sono a Berlino, quella che si vede al Ku’damm è ancorata al passato più di ogni altra. Qui in apparenza non è cambiato molto da quando il quartiere era una vetrina dell’Occidente cresciuto alle spalle del muro. Questo marciapiede sembra ancora il palcoscenico giusto per i tipi con la giacca di pelle lunga e le mani in tasca, disincantati frequentatori di night club, attori non protagonisti di telefilm che giocano con le slot machines e ascoltano musica elettronica un po’ ossessiva.  Il muro di Berlino non ha mai fatto veramente paura a chi fumava e beveva coi soldi americani nelle birrerie colorate del Ku’damm.

Ho impiegato un paio di giorni per raggiungere Alexanderplatz, come se una frontiera virtuale mi trattenesse nei distretti occidentali. Dovevo costruire prima una mappa dell’ovest se non volevo perdermi nell’est, ma mi sono avvicinato subito al confine, raggiungendo Potsdamer Platz sulla scorta di quello che diceva una guida touring del 2006: avrei trovato qui una Berlino nuova ed energica fra magiche architetture contemporanee, teatri e ristoranti di tendenza.  L’effetto di questa novità urbana illuminata dalle luci della sera è quello di una città atterrata all’improvviso in un luogo che non era il suo, come una colonia del far west.  Non bastano le foto in bianco e nero della vecchia Potsdamer Platz, coi tram sferraglianti e le carrozze postali, a ridestare la necessità di un luogo urbano in questo centro sommerso per trent’anni dal vuoto metafisico del “muro”.   La prima volta mi sono fidato della guida e di quello che dicono gli urbanisti: a Potsdamer Platz fingevo d’essere nel nuovo centro di Berlino, in un “Foro” del ventunesimo secolo aperto alle strade che arrivano in città da ogni direzione.  La prima volta non ho oltrepassato la linea del muro disegnata per terra e sono rimasto virtualmente in occidente, tornando subito in albergo al Ku’damm, dopo una cena con Schnitzel e WeissBier in un posto affacciato sulla Alter Potsdamer Strasse, ricostruita per dare forma ad un’anima antica rimasta nascosta nelle macerie per cinquant’anni.

Il giorno dopo ho avuto finalmente voglia di passare oltre e non sono più sceso fra i turisti di Potsdamer Platz.  Con la linea 2 della U-Bahn arrivo fino ad Alexanderplatz ed è stato effettivamente come oltrepassare un confine: non più fra l’est e l’ovest, ma fra la città dell’architettura moderna e la città delle persone che ci abitano.   Alexanderplatz  non è più un invenzione comunista e non ha bisogno del clamore di nuove idee urbanistiche per rivalersi sul passato.  La vita scorre appoggiandosi alle preesistenze architettoniche come ad una scogliera.  Le forme razionali dei palazzi grigi di Alexanderplatz hanno le finestre tutte uguali, scandite sulle facciate come le grate di un’inferriata.  Le costruzioni della metà ex-comunista di Berlino sono quasi sempre realizzate con moduli prefabbricati, ma anche quando non sono fatte così, conservano comunque il rigore razionale delle figure geometriche solide, ampie superfici, pochi alberi attorno, moduli ripetuti senza decorazioni non necessarie.  A guardarle bene, ricordano le costruzioni fatte con i mattoncini lego di una volta, quelli rossi: quando erano disponibili solo poche varianti del parallelepipedo di base, le casette venivano fuori sempre inesorabilmente squadrate.   Nella metà ex-comunista di Berlino c’è una rete artificiale di piazze, di viali, di palazzi semplificati che fanno sembrare la città un plastico di mattoncini lego a grandezza naturale.  Un bel divertimento.  Anche la torre della televisione, con la palla luccicante e l’antenna sospesa in mezzo, sembra in tutta apparenza il gioco di un bambino gigante piantato lì: eppure doveva fare un effetto completamente diverso quando l’hanno costruita, a cominciare da quel nome ambiguo di “torre della televisione”, che in tedesco può anche voler dire “torre per vedere lontano”.

Ma per capire cosa poteva essere Alexanderplaz in epoca comunista, bisogna andarci di sera tardi, d’inverno, quando uno strato sottile di neve attenua i rumori e rende uguali le superfici delle strade e della piazza.  Allora può succedere di vedere un tram silenzioso avvicinarsi sui binari. Una persona sale, nessuno scende.  Le finestre serrate, chiudono su tre lati lo spazio che quasi non sembra più una piazza, ma il cortile molto grande di qualcuno che non ama la gente.  Nel tempo che serva al tram per percorrere lo spazio a lui destinato da un capo all’altro della metafisica architettura comunista -prima di vederlo scomparire oltre una piega lontana del paesaggio urbano-  viene da pensare a qualcosa di grande: l’infinito,  l’eternità, l’incarnazione materiale di un Dio che non doveva esistere.

Un aeroporto post-urbano a Tempelhof

11 luglio, 2010 § 1 Commento

Provate a guardare Berlino dall’alto.  Vista con Google  Hearth, la città appare grande sfilacciata fra insenature verdi e con un buco rotondo quasi nel mezzo, come il nucleo al centro di una cellula urbana tentacolare.  Fino a due anni fa lì c’era l’aeroporto di Tempelhof, il Zentral Flughafen del 1937.  Ai margini della pista c’è ancora l’edificio dell’aeroporto,  preludio alla grandezza delirante che si sarebbe  dovuta esprimere a cominciare da qui, nella nuova Berlino ribattezzata Germania con la “G” dura dai Nazional-Socialisti.  Questa città del  futuro è un delirio ormai datato e le piste dell’aeroporto dismesso sono sì grandi, ma non come quelle degli Hub più recenti.  Di concezione gigante rimane la planimetria arcuata dell’edificio, che include decine di angar di rimessaggio dei primi velivoli costruiti per le traversate transoceaniche.  Già una volta la storia aveva capovolto il senso di questo aeroporto, da simbolo di potere imperiale a ponte di libertà.  Gli aerei americani atterravano a Tempelhof per rifornire gli abitanti di Berlino-ovest all’epoca  del blocco sovietico, e gli abitanti di Berlino-est trovavano qui una facile via di fuga verso l’occidente, fino al 1961, prima che il muro glielo impedisse.  Ma un nuovo capovolgimento del senso di questo luogo è oggi evidente, ben più radicale ma ancora piuttosto difficile da decifrare.   L’aeroporto non è più alla ribalta per la tecnologia, nè per l’eroismo del dopoguerra, ma è ancora al centro di una importante e nuova trasformazione, in cui la tecnologia ed il progresso diventano un canocchiale capovolto che allontana anziché avvicinare, rimpicciolisce anziché ingrandire.  Bisogna prendere le distanze dal passato recente per ritrovare un altrove, qui ed ora.  Restano le piste di decollo e le vie laterali di servizio dell’aeroporto e resta la segnaletica orizzontale bianca e rossa dipinta sull’asfalto, come se qualche aereo dovesse ancora atterrare.  Fra un asfalto e l’altro si stendono superfici naturali, che includono aree destinate al ripopolamento degli uccelli ed all’addestramento dei cani, una savana urbana cresciuta nel cuore della città sotto il caldo di Luglio, ben oltre le intenzioni degli ecologisti che l’hanno promossa.  Sembra un esperimento fatto apposta per vedere  la natura che riprende il sopravvento, con quale rapidità l’asfalto viene divorato palmo a palmo dalle radici delle erbe spontanee.   Verso sera la gente invade il parco di Tempelhof.  Da Kreuzberg entrano i giovani con le bici e con i pattini.  Da Neukoelln si fanno largo famiglie intere di magrebini, le donne chiuse nei loro vestiti  ermetici, cantano e mangiano nella savana di Tempelhof, ignari del senso originale di quel luogo, come se l’aeroporto fosse un simbolo misterioso, come un osservatorio megalitico appartenuto ad una civiltà ormai estinta.  Mi aspetto di vedere animali selvatici in corsa ed i fuochi che punteggiano gli accampamenti di nomadi neolitici, in un futuro prossimo, in questo cuore post-urbano di  Berlino.

Ma non doveva vincere la Germania?

8 luglio, 2010 § Lascia un commento

Dopo che la Germania ha perso le semifinali dei mondiali di calcio, a Berlino c’è chi festeggia lo stesso per strada e fa più chiasso dei Tedeschi. Stavolta sono gli Spagnoli a festeggiare, ma potevano essere anche gli Italiani, i Turchi o gli Africani: Berlino è piena di gente che non c’entra nulla con il popolo tedesco. Per vedere la semifinale ero stato invitato a cena dai padroni di casa, insieme a Yuri, il nuovo inquilino russo, un professore di tedesco nato e cresciuto da qualche parte fra il Volga ed il Mar Nero. La nostra partecipazione alla cena in concomitanza con la partita, doveva essere un tributo alla grandezza del calcio tedesco. Dopo le ultime due vittorie schiaccianti, la mia superficiale conoscenza dei fatti calcistici dava per vincente anche stavolta, senza alcun dubbio, la Germania. Ero lì dunque per compiacere i padroni di casa davanti al televisore in attesa di un destino già scritto. Non credevo di dovere predisporre la mia faccia a smorfie particolari di disgusto o di dispiacere, ma l’ho capito subito, appena è cominciato il primo tempo, che le aspettative potevano essere disattese. Chi aveva voglia di mordere in questa semifinale era la Spagna, mentre i tedeschi correvano di qua e di là nel campo da calcio con l’aria bollita..

La cena nel terrazzo affacciato sul giardino interno, è quella tipica senza varianti che ho già sperimentato almeno un altro paio di volte nella casa di Adolf-Scheidt Platz: due Wurst a testa, un’insalata mista ed una Kartoffeln Salat: verdure, tante patate e maionese mescolate insieme. “Un insalata russa!” – direbbero gli italiani, ma Yuri non sa cosa sia l’insalata russa e preferisce chiamare questo intruglio deutscher salat, non in omaggio alla nazionale di calcio tedesca, ma proprio perchè nella grande madre Russia, fra il Volga e il Mar Nero, la chiamano così: “insalata tedesca”.  Yuri è un tipo di cinquant’anni piuttosto rotondo e scuro  di carnagione, che parla a raffica in modo divertente guardando diritto negli occhi.  Ha qualcosa di mediterraneo, sembrerebbe greco, anzi  spagnolo.  Dice di essere nato sulle rive del Mar Nero, un mare a cui non siamo abituati, poco distante dal Mediterraneo, quasi un pezzo di Mediterraneo insaccato e dimenticato fra le coste del vicino oriente.  Yuri parla molto bene in tedesco, perchè ha studiato lingue alla Humbolt Universitaet, quando ancora a Berlino c’erano due città. Arrivando in treno da Mosca dopo due giorni di viaggio, scendeva ad Ostbanhof, fino al 1990 la stazione centrale di Berlino est.  Dell’epoca comunista ne parla senza rancore e senza rammmarico: con quella faccia scaltra che si ritrova, se la sarebbe cavata sotto qualunque regime.  Quand’era studente guadagnava qualche soldo  facendo la comparsa nei film di propaganda della DDR.  Ricorda di avere recitato una parte da militare russo nel parco di Potsdam e di aver scambiato qualche battuta con l’attore che interpretava Lenin, in un altro film tedesco-orientale di serie B sulla rivoluzione d’Ottobre.  Aveva tanti  amici a Berlino-est negli anni dell’Università. C’era anche una ragazza italiana, un po’ più vecchia,  si chiamava… Maria e veniva da Torino.  Studiava letteratura alla Humbolt e risiedeva a Berlino-est con un visto speciale.  Suo marito era un militante delle Roten Brigaden, in Italia, e non voleva che si parlasse male di quello che faceva.

Yuri non è appassionato di calcio, ma si presta volentieri al rito della partita, tenendo vicino a sè una bottiglia di birra sufficientemente grande da durare almeno fino alla fine del primo tempo.  Martin siede sulla punta del divano e, al posto della birra, preferisce altre bevande poco alcoliche e coloratissime.  Io sto seduto in mezzo, un po’ indietro nel divano semicircolare, così da poter dissimulare meglio la noia in caso di emergenza, anche se quando mi siedo, prima dell’inizio, non ritengo probabile il ricorso ai tempi supplementari ed ai calci di rigore “…tanto vince la Germania”. Anche la signora Renate siede finalmente davanti ai mondiali di calcio, in una seggiola accanto al divano, dalla quale dispensa commenti scaramantici  che colorano la telecronaca di osservazioni inopportune: perchè il pallone rimane così indietro?… Heute schliesst “der Schwarz” schlecht.   Al primo minuto del primo tempo avverto un sottile senso di imbarazzo, perché non è divertente fare il tifo per questa Germania quando il gioco ce l’hanno in mano gli avversari.   Ammutolisco deliberatamente per non tradire emozioni inopportune.  Martin non capisce cosa stia succedendo alla sua Nazionale e scivola in avanti con la  testa protesa verso la televisione, sulla punta del divano.   Sospira e ride di sollievo ogni volta che gli avversari sbagliano “porta”, cioè non fanno rete.  Il goal, i tedeschi lo chiamano con la traduzione della parola “porta”, mentre il rigore suona come “calcio degli undici metri”.  Dopo i primi quarantacinque minuti sullo zero a zero temo lo strazio dei tempi supplementari.  Per fortuna il gol di Puyol taglia la testa al toro tedesco ed allontana il fantasma dei “calci dagli undici metri” che avrebbero rievocato troppo da vicino la finale del 2006,  con tutti quegli italiani indiavolati attorno alla coppa del mondo .    Temo che per Martin sia ormai  chiaro che gli italiani non portano fortuna alla Nazionale tedesca di calcio, nè come avversari in campo, nè come ospiti davanti alla TV.

L’ultimo spettacolo

4 luglio, 2010 § Lascia un commento

E’ sempre più caldo a Berlino e la finale dei mondiali di calcio è ormai dietro l’angolo.  Vinceranno i global-crucchi della Germania che unisce insieme l’ovest e l’est?  La vittoria contro l’Argentina è sembrata fatale.  Per sapere con quale faccia (contrita o sorridente) mi sarei dovuto presentare al Biertempel per lo spuntino delle sei, prima del  concerto della sera al Kozerthaus, guardo la partita in camera da letto.   Alla fine del primo tempo purtroppo mi addormento -colpa del caldo torrido e del ventilatore che tengo acceso accanto al televisore- e mi risveglio di soprassalto al sessantesimo minuto, giusto in tempo per vedere gli ultimi tre gol spettacolari di questa squadra che continua a fare gioco contro l’Argentina fino alla fine, anche se sta già vincendo.  I giovani scendono per strada ma i festeggiamenti sono meno rumorosi di domenica scorsa, dopo la vittoria contro l’Inghilterra.  Con il quattro-a-zero contro l’Argentina di Maradona, qui credono di aver già vinto la coppa del mondo.  I Tedeschi sono fatti così: hanno bisogno di vincere ma, quando vincono, lo considerano normale, è un complesso da primi della classe.  Dopo il successo della nazionale di calcio, al Konzerthaus mi aspetto un’esecuzione gioiosa e rilassata.  In programma c’è una suite di Richard Strauss e  una sinfonia di Dvorak, non la celebre “Dal nuovo mondo”, ma un’altra meno nota, la numero sei. La sinfonia “Dal nuovo mondo” mi sarebbe piaciuto ascoltarla a Houston: era in calendario alla Concert Hall in un sabato di Settembre, all’inizio della stagione concertistica 2008-09, ma quella sera ci fu un cambio di programma e la musica la fece l’uragano Ike, senza orchestra, una sinfonia dell’altro mondo, un segno del destino.  Adesso voglio vedere cosa succede se in programma c’è a Berlino la sinfonia numero sei, che i musicisti chiamano “Dal vecchio mondo”, tanto per distinguerla dall’altra.  Fuori dalla porta del Konzerthaus alcune signore  molto gentili fermano  i passanti per vendere i biglietti.  Non c’è il tutto esaurito e quelle signore  non sono  di certo lì per vendere a prezzo maggiorato i posti comperati in prevendita.  C’è sempre gente che rinuncia allo spettacolo, ma questa volta sembrano più del solito.   E’ cosi brutto il  concerto di questa sera?  In tanti hanno cambiato idea e non vogliono ascoltare il “vecchio mondo” di Dvorak, solo perché la squadra di calcio tedesca rinnova promesse di vittoria: avevano comperato il biglietto qualche giorno fa, per consolarsi in caso di  sconfitta.  Trovo così per quindici euro un biglietto in platea e mi accorgo che il mio tedesco mittelstufe B2 funziona bene quando devo contrattare al ribasso. Imparo nuove cose, altre le dimentico: questa lingua tedesca mi sta addosso come una coperta piena di buchi, ma sufficientemente robusta da funzionare. Con diabolica precisione sbaglio ancora le preposizioni e le concordanze di genere e parlo come se in italiano qualcuno dicesse “questa biglietto costa anche per meno”.  Non capiscono subito che sono straniero e mi guardano strano, come se li stessi prendendo in giro, ma la signora mi vende lo stesso per quindici euro un biglietto che al  botteghino ne costa ventitrè, felice di disfarsene, e fruga sottosopra nella borsa alla ricerca di cinque euro di resto (che disordine!) prima di schizzare via.

E’ l’ultimo concerto della stagione.  L’orchestra del Konzerthaus cambia registro sotto la direzione di Thomas Deusgaard. I musicisti non hanno altri pensieri, il suono è puro, il direttore governa le armonie ed i timbri dell’orchestra, ed intrattiene un dialogo con le emozioni del pubblico.  Questa esecuzione è eccezionale: la sinfonia numero sei di Dvorak non ha niente da invidiare alle interpretazioni meglio riuscite della sua sorella maggiore “Dal nuovo mondo”.    La direzione di Thomas Deusgaard (e chi lo conosceva?) non è poi così lontana da quella di Simon Rattle.

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