Cronaca di una formalità

19 giugno, 2010 § Lascia un commento

L’attrazione del mio lavoro antico da tecnico dello zucchero ha allontanato la memoria scolastica recente, rimettendo in circolo gli spiriti di un mestiere imbalsamato nel marzo del 2006, da allora in cassa integrazione. L’ultima apparizione del fantasma ha avuto luogo alla fine di Maggio negli uffici che si fregiano dell’aquila e della ruota dentata della confindustria di Cesena, anche se qui gli industriali sono diversamente abili: anziché nella meccanica di precisione, sono affacendati nel cemento e nelle carni di pollo. Gli spazi nuovi al posto dell’ex zuccherificio demolito sono frutto di un progetto di architetti-geometri che non hanno ancora avuto il tempo di piantare l’erba nei giardini. File di alberelli  rinsecchiti coronano le sponde e promettono l’ombra alle future generazioni di professionisti in riunione negli uffici della confindustria, non agli operai ed ai tecnici dello zucchero condotti morbidamente verso il licenziamento, in un mattino di Maggio del 2010. Il camino dell’ex zuccherificio incombe beffardo nel mezzo, sembra il relitto di una cultura aliena, fuori dal suo contesto originale lo vedo: è un orologio solare gigante! Quali altri riti funebri qui sotto, allo scandire delle ore e delle stagioni? Oltre ai genocidi di antiche professioni d’interesse ormai soltanto antropologico? Gli operai rimasti aggrappati alla cassa integrazione fino al quinto anno di promesse sindacali camminano sotto il sole di Maggio alla ricerca di un ingresso da cui entrare  nei nuovi uffici della confindustria. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine li hanno convinti. Il  gioco è chiuso. A cosa sia servita la trattativa della riconversione, io mi domando: trascinata avanti per quattro anni sotto il sole e sotto la pioggia, fingendo impegni presi solo formalmente -nel rispetto degli accordi di Bruxelles- ma di  fatto disattesi. Per rendere appetibile l’esodo volontario degli operai e degli impiegati, bastava aspettare, non uno, non due, ma quattro anni più due mesi: un costo sostenibile per la quiete sociale degli ex lavoratori dello zucchero, addebitato per metà alle casse dell’INPS e solo per metà alle tasche del padrone, già ricompensato in abbondanza dai concorrenti europei, per aver venduto a loro -all’estero- la facoltà di produrre zucchero, con la complicità del Ministero italiano dell’Agricoltura.

Gli operai arrivano puntuali alle nove del mattino, gli impiegati poco dopo. L’ultimo a presentarsi nella sala della confindustria è il capo del personale, che entra con i suoi canonici quarantacinque minuti di ritardo. Nella sala moderna, più lunga che grande, regna l’ordine delle cose di rappresentanza ancora nuove, usate poco ed in parte inutili. Alcuni quadri alle pareti nascondono la fama di autori dediti ai cromatismi di base.  Caselli si ferma ad osservarli col piglio di chi se ne intende: da impiegato che era, si finge anche lui un po’ confindustriale, almeno per un giorno, visto che è qui per trattare alla pari “coi confindustriali” la fine del suo rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Altro che licenziamento! Uno scambio in piena regola, una trattativa mercantile. Era stanco di lavorare e stamattina è venuto a vendere il suo posto di lavoro, che c’è di strano? Con la mediazione dei sindacati, il suo posto-di-lavoro vale circa quarantamila euro, come un’auto di grossa cilindrata. Tutti sanno che personaggio sia Caselli, ma devo dire che durante l’ultima riunione si  è fatto valere sul serio, quando ha avuto il coraggio di affrontare Ridolfi, detto anche “Senegal”, che parlava agli irriducibili dello zuccherificio di Forlimpopoli per convincerli che era ora di smettere, che avevano già ricevuto abbastanza dopo quattro anni di cassa integrazione: “lo capite che vi abbiamo già dato tutto!? Se ve ne andate adesso ci sono ancora i soldi di incentivo, poi non ce ne saranno più”. Allora Caselli si alza e dice a Giampiero Ridolfi che si deve vergognare: “guadagni la pensione da  dirigente e continui a lavorare come consulente, porti via il lavoro ai giovani e vieni qua a dire a noi che dobbiamo licenziarci!?”  Ma io mi domando di quale lavoro stessero parlando, visto che non è proprio un lavoro quello del Ridolfi consulente pensionato, ma un saccheggio alle spalle del padrone, da vecchia volpe: un lavoro così non si impara da giovani, bisogna nascerci. Con me Ridolfi è stato sempre piuttosto amichevole, anche l’ultima volta che l’ho incontrato un po’ di anni fa, quando diceva che io non ero più la persona giusta: visto l’andazzo gli serviva un capataz, altro che un-fisico-laureato. Avessi  avuto qualche parentela illustre, diretta o acquisita,  un posto da idiot savant l’avrebbero scovato anche per me in un ufficio riconvertito. Ma privo di blasoni e di nozze azzeccate, con il curriculum inadeguato al ruolo di capataz, non mi restava che accomodarmi verso l’uscita, grazie ed arrivederci. Fuori dalla porta adesso siamo in tanti. C’è anche gente dalla parentela mediamente illustre ed altri che avrei giudicato degni del miglior ruolo di capataz. Loro sono arrivati al licenziamento senza passare dalla cassa integrazione: ieri in ufficio gli hanno fatto perfino la festa di addio, con la coca-cola, le patatine e l’aranciata amara.  Il giorno prima che il loro posto di lavoro a tempo indeterminato cadesse vittima dei giochi del mercato, in questo suicidio rituale collettivo, Ridolfi “Senegal” non ha rinunciato al suo ruolo di capo tribale, nel convocare tutti, uno ad uno nel suo ufficio per il saluto finale. Ha detto: “sapete,  in questi anni avete vissuto di rendita, ma non può più durare, adesso dovete darvi da fare…”.  Gli è poi sfuggita una nota di merito, a vantaggio delle impiegate part-time che son delle belle gnocche.  “Belle che!?” gli hanno gridato in faccia.  Queste donne sono un fascio di nervi, non accettano più neanche i complimenti.

L’ingegner Giunchi ha i capelli ancora neri, ma radi, e si massaggia la testa con le dita: un ingegnere con quindici anni d’esperienza non deve temere il “mercato”, ma sono tre  notti che non dorme, e non per colpa della figlia appena nata. Rinaldini invece è di buon umore: sta seduto a malapena in una delle poltroncine appoggiate in fondo, sul lato corto della sala lunga, dove si accalcano gli operai in attesa del licenziamento. Anzichè  sedersi al tavolo, aspettano disordinatamente in un angolo, chi in piedi, chi seduto, come in una sala d’attesa. Ridono e parlano d’altro, e ingannano così il tempo. Anche l’operaio della CGIL si è tolto dal viso l’espressione seria delle riunioni dove cinque mesi fa elogiava la trattativa sindacale, la più robusta d’Europa. Stamattina ha una camicia sgargiante e sembra pronto per la spiaggia. Non capisco come lui possa essere così contento dei soldi di incentivo, visto che fino a qualche mese fa li  riteneva una provocazione bella e buona contro la  dignità del lavoro operaio. Devo essermi perso almeno una puntata della trattativa sindacale. Era forse sufficiente scrivere nero su bianco, nei nuovi fogli dell’accordo per il 2010, che i soldi di incentivo avrebbero avuto una data di scadenza, come la ricotta e la mozzarella, per trasformare la protesta in una festa di addio?  La posta in gioco era stata fissata una volta per tutte, prendere o lasciare: d’ora in poi non ci sarebbe più stata la possibilità di mettersi con i sindacati contro il “potere dei padroni”. Chiunque avesse intravisto un’alternativa per la propria vita, o avesse conservato quel  briciolo d’orgoglio su cui facevano breccia le provocazioni del capo del personale, avrebbe fatto bene ad andarsene subito. Rimanere significava consegnarsi alla bontà del padrone che avrebbe preteso almeno una grata riconoscenza servile, al livello più basso della gerarchia professionale, da chi rifiutava il licenziamento.  Anche per questo bisognava essere portati.

I rappresentanti delle tre confederazioni sindacali siedono fra gli altri, anche loro al tavolo della sala lunga della confindustria. L’uomo della CGIL è sempre lui, con la camicia a righe e la stempiatura precoce, affetto da loquacità balbuziente. Della CISL c’è una signora dall’aria casalinga, con la messa in piega di un mese fa e la lista della spesa in tasca. Ma la UIL offre il pezzo forte: una bella mora ancora abbastanza giovane da fare supporre un erotismo atletico, coi capelli lunghi ed il trucco pesante che manda Rinaldini in visibilio. Con la stessa faccia che avevano nelle riunioni in cui veniva difesa l’inamovibilità dei dipendenti, i tre sindacalisti assistono chi va incontro al licenziamento volontario e bisbigliano formulari astrusi, come i preti nelle orecchie dei condannati a morte. Per ultimo arriva finalmente il capo del personale, come un commissario d’esame senza esame. Siede anche lui in fondo alla sala lunga, in mezzo alla baraonda di chi occupa in disordine i posti lì attorno. Volge le spalle a metà della gente, ma non se ne cura, perché sono altre le formalità che gli stanno a cuore.  Rinaldini gli è proprio dietro e con una mano potrebbe spolverargli la forfora dalla giacca, ma potrebbe anche fare qualunque altro gesto repentino, inatteso, violento. Ma non osa. I soldi spesi in quattro anni  di trattativa sindacale sono serviti proprio a questo, a distogliere l’attenzione dalle cause, dalle persone, da chi poteva essere ritenuto troppo banalmente responsabile della crisi SFIR.

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