Bandiera tedesca

29 giugno, 2010 § 1 Commento

Al Konzerthaus di Berlino domenica 27 alle quattro del pomeriggio c’è in programma la nona sinfonia di Mahler, mentre la Germania gioca gli ottavi di finale contro l’Inghilterra, nel campo da calcio di Bloemfontain in Sudafrica.  Chi avrebbe  avuto il coraggio di chiudersi  in una sala da  concerto in un pomeriggio campale come questo? Col sole oltretutto così brillante  da far supporre una diversa collocazione geografica per il Brandeburgo, più lontana dal Mare del Nord e più vicina alla Provenza…  Non voglio guardare la partita nella casa di Tempelhof, dove Martin ha tutte le intenzioni di  consacrare il pomeriggio suo e dei suoi ospiti al calcio.  Un calo di interesse da parte mia, durante il match, può essere giudicato come una mancanza di rispetto per la nazionale tedesca.  Quando gioca la Germania c’è poco  da scherzare, soprattutto se chi vorrebbe scherzare è un italiano che guarda la partita a casa di un tedesco.  Lo scontro fra Germania e Inghilterra sarebbe stato bello da vedere in qualche biergarten: in uno di  quei posti con i fusti di birra abbarbicati su tavolini posticci in ogni angolo,  con aliti di sudore misti all’odore di birra calda sotto il sole, dove le ragazze accaldate si sarebbero dipinte sul viso i colori della bandiera tedesca e avrebbero indossato corone di fiori di stoffa gialla, rossa e nera.  La bandiera tedesca è piuttosto lugubre per via di quella banda nera affiancata al rosso e al giallo,  ma sulle tinte naturali delle signore bionde, rosse o nere di capelli, ha un effetto piuttosto intrigante: niente a che vedere col bianco-rosso-verde delle sorelle bandiera.  Fra le ragazze truccate da bandiera tedesca e le loro controparti maschili in preda all’agitazione pre-partita, l’eccitazione del pomeriggio di festa è già eccessiva prima del fischio d’inizio, figuriamoci dopo.  Per  stare alla larga dall’ondata del calcio mondiale non dovevo di  certo venire a  Berlino.  Oltretutto, dopo la pessima figura della nostra nazionale,  non mi resta  che recitare la parte dell’Italiano deluso e, per quieto vivere, dovrei pure approvare l’orgoglio dei padroni di casa, schierandomi dalla loro parte.

Allora, per fortuna, il Konzerthaus di  Berlino mette contemporaneamente in scena la nona sinfonia di  Mahler, che insieme al singolare concerto per viola ed orchestra di un’autrice russa ancora vivente (Sofia Guibadulina) avrebbe superato  senz’altro la partita: in durata sicuramente e, per quanto mi riguarda, anche in interesse.  La simultaneità dell’evento calcistico ha l’effetto di selezionare per il concerto un pubblico decisamente senile, paragonabile, per senescenza, a quello che popola le serate di gala del teatro Alighieri di Ravenna.  La quasi totalità degli spettatori  al riparo dal sole e dal calcio, nella penombra del Konzerthaus di Berlino, ha visto la prima luce sotto il Terzo Reich.  Ci sono signore quiete dalle chiome canute, le accompagnano  uomini rubicondi col giro-vita di un metro e mezzo ed il bastone da passeggio.  Scricchiolano le protesi.  Una vibrazione dolorosa di sottofondo schmerzen schmerze rumina dalle conversazioni che sento salendo le scale.  Compro un biglietto per la  seconda fila del secondo ordine, questa volta sotto il ritratto di Tschajkowsky.  Accanto a me siede una coppia gentile d’età nazista, lei mi saluta cordialmente, lui bofonchia qualcosa, ma con cortesia: sulle note d’avvio del rarefatto concerto della Guibadulina, con orrore percepisco il fischio inesorabile del suo respiro, solfeggiato con metodo.  Lo sente anche la signora, che guarda il marito come per dire: “ma cosa ti succede?”.  Lui prende allora una caramella dalla tasca e la scarta lentamente con cura, producendo una sonorità di accompagnamento degna della migliore sperimentazione musicale contemporanea.  Per ascoltare Mahler, meglio che mi sposti subito dalla parte opposta, là sotto il ritratto di Berlioz, agli antipodi del respiratore umano che mi siede accanto.

Ero seduto da quella parte anche la prima volta che sono entrato al Konzerthaus, ma era inverno, c’era la neve e la piazza del Gendarmenmarkt era affollata di bacarelle fumose.  Dopotutto Berlino è più bella d’inverno.  Anche i legni ed i cristalli del Konzerthaus hanno più personalità se fuori è buio, se fa freddo e c’è la neve.  Con il sole di un pomeriggio d’estate ed i mondiali di calcio in contemporanea, la magia dell’inverno richiede una buona dose di fantasia per essere rievocata.  La sinfonia comincia im Tempo eines gemaeclichen Laendlers. Il direttore Lothar Zagrosek si dà da fare a rincorrere le sonorità dei corni, delle trombe e dei timpani che irrompono nel Rondò Burlesque.  Questi della Konzerthausorchester non sono cool come i Berliner Philarmoniker (che darebbero voce a scelte stilistiche ammiccanti all’una o all’altra critica del sinfonismo di Mahler) ma professionisti seri, che riproducono dal vivo una musica epica ed inesauribile. Sehr trotzig: i violini hanno caldo, qualcuno sarebbe più contento se potesse guardare la nazionale tedesca in TV, con la birra in mano.  Sehr langsam und noch zurueckhaltend: l’adagio finale risuona come la cronaca di un’eroica sconfitta, profezia di guerre perdute e di finali calcistiche mai vinte.  Mentre l’ascolto, mi vien da credere che la Germania stia perdendo ancora clamorosamente contro l’Inghilterra.  Ma almeno stavolta è diverso.

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Arie berlinesi

26 giugno, 2010 § Lascia un commento

Tempelhof e Schoeneberg sono separati  da una spaccatura profonda dove corrono i binari delle metropolitane e delle linee extra-urbane a lunga percorrenza. Lo spazio che si vede dalla strada sopra la ferrovia è largo e verdeggiante come il letto di un fiume in cui i binari scorrono sinuosi e radi, ben distanziati l’uno dall’altro.  Sullo sfondo, in direzione del centro di Berlino, si alzano i profili delle nuove costruzioni di Potsdamer Platz: il grattacielo della Deutsche Bahn e la copertura vagamente conica, sbilenca e trasparente, del Sony Center, come il tendone di un circo che sta per essere smontato. Le novità architettoniche del ventunesimo secolo hanno il peso delle fantasie temporanee, fatte per essere ammirate e fotografate come installazioni d’arte.  Dopo i festeggiamenti del ventennale, qualcosa a Berlino è già stato smontato. A Lipziger Platz non c’è più il fondale posticcio di tubi innocenti e pubblicità, che completava l’ottagono della piazza storica sul lato rivolto ad est.  Adesso, nel vuoto metafisico dell’angolo mancante, è innegabile la sensazione che la ricostruzione dopo l’89 sia avvenuta a rovescio, dalla periferia dell’ex Berlino ovest verso il centro dell’est.  Altrove, nel cuore della città, prosegue comunque la crescita di una novità urbana al posto del castello e dell’ex palazzo della DDR.   Una voragine sta per essere ricomposta, con una forma nuova assegnata finalmente al lato mancante della piazza-giardino su cui si affaccia il Duomo.

Nelle periferie che frequento qui attorno, fra Tempelhof e Schoeneberg, vedo aumentare le vetrine sfitte, con su scritto “zu vermieten“.  La padrona della casa di Adolf-Scheidt Platz, dice che è una conseguenza della chiusura dell’aeroporto di Tempelhof: da quando è diminuto il traffico nel quartiere, molti negozi sono costretti a chiudere.  Di mattina mi fermo nelle librerie e nei negozi di dischi ancora aperti, che si affacciano sui marciapiedi ombreggiati di Schoeneberg, decisamente occidentali come piccoli Boulevard parigini.   C’è un negozio che si chiama “Fidelio”, dal nome dell’opera di Beethoven, che offre una raccolta fantastica di dischi e di  CD: poche novità, molti avanzi classici e Jazz, con prezzi così convenienti da far quasi  suporre una rivendita di seconda mano.  Nel mescolarsi, il nuovo ed il vintage fanno affiorare il senso del nostro tempo, in cui la qualità non coincide più necessariamente con la novità.   La polvere sulle copertine dei dischi più vecchi porta con sè un sapore autentico che le novità non sanno trasmettere. Anche le librerie tendono a mescolare vecchio e nuovo, alla ricerca di compromessi fra esigenze commerciali e qualità editoriale.  I prezzi dei libri vecchi o di seconda mano sono così convenienti, da fare supporre l’esistenza di un numero enorme di edizioni accatastate nei solai, in attesa d’essere smaltite, rivendute o distrutte.  Nella Buchandlung di Hauptstrasse c’è un signore minuto di una certa età con gli occhiali tondi come nei film degli anni trenta, molto cortese (forse gay) che tollera le richieste più strane.  Per dieci euro mi ha venduto un album di dieci foto del 1910 della città di Hildesheim: case di legno, campanili, portici romanici, ancora ignari delle distruzioni cui sarebbero andati incontro nel corso del Novecento.  Nel vendere l’album, il signore molto gentile mi ha ringraziato in francese.

Che ci faccio qui

21 giugno, 2010 § Lascia un commento

Ed eccomi di nuovo a Berlino…   Sono tornato per riprendere il filo di una storia e riportare a casa quella parte di me stesso che era rimasta a spasso in queste strade, in attesa di un’evoluzione imprevedibile.  Sono qui per un altro corso di tedesco, stavolta all’International Haus di Schoeneberg, letteralmente dietro casa:  ci vado  ogni giorno in bicicletta, da Adolf-Scheidt Platz, attraverso il ponte di Kolonnenstrasse, fino a Schoeneberg, lì dove secondo i progetti giganti del dittatore, nel 1939 sarebbe dovuto sorgere l’arco trionfale della Germania del futuro, da fare ombra alla città storica.  Nel verde di un giardino sul tragitto in  bicicletta, incombe un torrione rotondo e strano come un bunker, il solo residuo di quella volontà di cemento armato, interrotta da altre armi che non diedero spazio ai sogni e agli incubi di Hitler. Dalla parte opposta, verso Neukoelln, l’aereoporto di Tempelhof adesso è un parco urbano. Di domenica le biciclette percorrono le piste dove fino a due anni fa decollavano gli aerei. La città appare lontana, sommersa da una natura rigogliosa, come ai tempi del primo volo dei fratelli Wright.

Cronaca di una formalità

19 giugno, 2010 § Lascia un commento

L’attrazione del mio lavoro antico da tecnico dello zucchero ha allontanato la memoria scolastica recente, rimettendo in circolo gli spiriti di un mestiere imbalsamato nel marzo del 2006, da allora in cassa integrazione. L’ultima apparizione del fantasma ha avuto luogo alla fine di Maggio negli uffici che si fregiano dell’aquila e della ruota dentata della confindustria di Cesena, anche se qui gli industriali sono diversamente abili: anziché nella meccanica di precisione, sono affacendati nel cemento e nelle carni di pollo. Gli spazi nuovi al posto dell’ex zuccherificio demolito sono frutto di un progetto di architetti-geometri che non hanno ancora avuto il tempo di piantare l’erba nei giardini. File di alberelli  rinsecchiti coronano le sponde e promettono l’ombra alle future generazioni di professionisti in riunione negli uffici della confindustria, non agli operai ed ai tecnici dello zucchero condotti morbidamente verso il licenziamento, in un mattino di Maggio del 2010. Il camino dell’ex zuccherificio incombe beffardo nel mezzo, sembra il relitto di una cultura aliena, fuori dal suo contesto originale lo vedo: è un orologio solare gigante! Quali altri riti funebri qui sotto, allo scandire delle ore e delle stagioni? Oltre ai genocidi di antiche professioni d’interesse ormai soltanto antropologico? Gli operai rimasti aggrappati alla cassa integrazione fino al quinto anno di promesse sindacali camminano sotto il sole di Maggio alla ricerca di un ingresso da cui entrare  nei nuovi uffici della confindustria. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine li hanno convinti. Il  gioco è chiuso. A cosa sia servita la trattativa della riconversione, io mi domando: trascinata avanti per quattro anni sotto il sole e sotto la pioggia, fingendo impegni presi solo formalmente -nel rispetto degli accordi di Bruxelles- ma di  fatto disattesi. Per rendere appetibile l’esodo volontario degli operai e degli impiegati, bastava aspettare, non uno, non due, ma quattro anni più due mesi: un costo sostenibile per la quiete sociale degli ex lavoratori dello zucchero, addebitato per metà alle casse dell’INPS e solo per metà alle tasche del padrone, già ricompensato in abbondanza dai concorrenti europei, per aver venduto a loro -all’estero- la facoltà di produrre zucchero, con la complicità del Ministero italiano dell’Agricoltura.

Gli operai arrivano puntuali alle nove del mattino, gli impiegati poco dopo. L’ultimo a presentarsi nella sala della confindustria è il capo del personale, che entra con i suoi canonici quarantacinque minuti di ritardo. Nella sala moderna, più lunga che grande, regna l’ordine delle cose di rappresentanza ancora nuove, usate poco ed in parte inutili. Alcuni quadri alle pareti nascondono la fama di autori dediti ai cromatismi di base.  Caselli si ferma ad osservarli col piglio di chi se ne intende: da impiegato che era, si finge anche lui un po’ confindustriale, almeno per un giorno, visto che è qui per trattare alla pari “coi confindustriali” la fine del suo rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Altro che licenziamento! Uno scambio in piena regola, una trattativa mercantile. Era stanco di lavorare e stamattina è venuto a vendere il suo posto di lavoro, che c’è di strano? Con la mediazione dei sindacati, il suo posto-di-lavoro vale circa quarantamila euro, come un’auto di grossa cilindrata. Tutti sanno che personaggio sia Caselli, ma devo dire che durante l’ultima riunione si  è fatto valere sul serio, quando ha avuto il coraggio di affrontare Ridolfi, detto anche “Senegal”, che parlava agli irriducibili dello zuccherificio di Forlimpopoli per convincerli che era ora di smettere, che avevano già ricevuto abbastanza dopo quattro anni di cassa integrazione: “lo capite che vi abbiamo già dato tutto!? Se ve ne andate adesso ci sono ancora i soldi di incentivo, poi non ce ne saranno più”. Allora Caselli si alza e dice a Giampiero Ridolfi che si deve vergognare: “guadagni la pensione da  dirigente e continui a lavorare come consulente, porti via il lavoro ai giovani e vieni qua a dire a noi che dobbiamo licenziarci!?”  Ma io mi domando di quale lavoro stessero parlando, visto che non è proprio un lavoro quello del Ridolfi consulente pensionato, ma un saccheggio alle spalle del padrone, da vecchia volpe: un lavoro così non si impara da giovani, bisogna nascerci. Con me Ridolfi è stato sempre piuttosto amichevole, anche l’ultima volta che l’ho incontrato un po’ di anni fa, quando diceva che io non ero più la persona giusta: visto l’andazzo gli serviva un capataz, altro che un-fisico-laureato. Avessi  avuto qualche parentela illustre, diretta o acquisita,  un posto da idiot savant l’avrebbero scovato anche per me in un ufficio riconvertito. Ma privo di blasoni e di nozze azzeccate, con il curriculum inadeguato al ruolo di capataz, non mi restava che accomodarmi verso l’uscita, grazie ed arrivederci. Fuori dalla porta adesso siamo in tanti. C’è anche gente dalla parentela mediamente illustre ed altri che avrei giudicato degni del miglior ruolo di capataz. Loro sono arrivati al licenziamento senza passare dalla cassa integrazione: ieri in ufficio gli hanno fatto perfino la festa di addio, con la coca-cola, le patatine e l’aranciata amara.  Il giorno prima che il loro posto di lavoro a tempo indeterminato cadesse vittima dei giochi del mercato, in questo suicidio rituale collettivo, Ridolfi “Senegal” non ha rinunciato al suo ruolo di capo tribale, nel convocare tutti, uno ad uno nel suo ufficio per il saluto finale. Ha detto: “sapete,  in questi anni avete vissuto di rendita, ma non può più durare, adesso dovete darvi da fare…”.  Gli è poi sfuggita una nota di merito, a vantaggio delle impiegate part-time che son delle belle gnocche.  “Belle che!?” gli hanno gridato in faccia.  Queste donne sono un fascio di nervi, non accettano più neanche i complimenti.

L’ingegner Giunchi ha i capelli ancora neri, ma radi, e si massaggia la testa con le dita: un ingegnere con quindici anni d’esperienza non deve temere il “mercato”, ma sono tre  notti che non dorme, e non per colpa della figlia appena nata. Rinaldini invece è di buon umore: sta seduto a malapena in una delle poltroncine appoggiate in fondo, sul lato corto della sala lunga, dove si accalcano gli operai in attesa del licenziamento. Anzichè  sedersi al tavolo, aspettano disordinatamente in un angolo, chi in piedi, chi seduto, come in una sala d’attesa. Ridono e parlano d’altro, e ingannano così il tempo. Anche l’operaio della CGIL si è tolto dal viso l’espressione seria delle riunioni dove cinque mesi fa elogiava la trattativa sindacale, la più robusta d’Europa. Stamattina ha una camicia sgargiante e sembra pronto per la spiaggia. Non capisco come lui possa essere così contento dei soldi di incentivo, visto che fino a qualche mese fa li  riteneva una provocazione bella e buona contro la  dignità del lavoro operaio. Devo essermi perso almeno una puntata della trattativa sindacale. Era forse sufficiente scrivere nero su bianco, nei nuovi fogli dell’accordo per il 2010, che i soldi di incentivo avrebbero avuto una data di scadenza, come la ricotta e la mozzarella, per trasformare la protesta in una festa di addio?  La posta in gioco era stata fissata una volta per tutte, prendere o lasciare: d’ora in poi non ci sarebbe più stata la possibilità di mettersi con i sindacati contro il “potere dei padroni”. Chiunque avesse intravisto un’alternativa per la propria vita, o avesse conservato quel  briciolo d’orgoglio su cui facevano breccia le provocazioni del capo del personale, avrebbe fatto bene ad andarsene subito. Rimanere significava consegnarsi alla bontà del padrone che avrebbe preteso almeno una grata riconoscenza servile, al livello più basso della gerarchia professionale, da chi rifiutava il licenziamento.  Anche per questo bisognava essere portati.

I rappresentanti delle tre confederazioni sindacali siedono fra gli altri, anche loro al tavolo della sala lunga della confindustria. L’uomo della CGIL è sempre lui, con la camicia a righe e la stempiatura precoce, affetto da loquacità balbuziente. Della CISL c’è una signora dall’aria casalinga, con la messa in piega di un mese fa e la lista della spesa in tasca. Ma la UIL offre il pezzo forte: una bella mora ancora abbastanza giovane da fare supporre un erotismo atletico, coi capelli lunghi ed il trucco pesante che manda Rinaldini in visibilio. Con la stessa faccia che avevano nelle riunioni in cui veniva difesa l’inamovibilità dei dipendenti, i tre sindacalisti assistono chi va incontro al licenziamento volontario e bisbigliano formulari astrusi, come i preti nelle orecchie dei condannati a morte. Per ultimo arriva finalmente il capo del personale, come un commissario d’esame senza esame. Siede anche lui in fondo alla sala lunga, in mezzo alla baraonda di chi occupa in disordine i posti lì attorno. Volge le spalle a metà della gente, ma non se ne cura, perché sono altre le formalità che gli stanno a cuore.  Rinaldini gli è proprio dietro e con una mano potrebbe spolverargli la forfora dalla giacca, ma potrebbe anche fare qualunque altro gesto repentino, inatteso, violento. Ma non osa. I soldi spesi in quattro anni  di trattativa sindacale sono serviti proprio a questo, a distogliere l’attenzione dalle cause, dalle persone, da chi poteva essere ritenuto troppo banalmente responsabile della crisi SFIR.

La scuola è finita

9 giugno, 2010 § 1 Commento

La bidella con la erre moscia e le forme abbondanti, quella appollaiata come la bigliettaia di un circo nella cabina di vetro ed alluminio nella scuola media, mi ha invitato al pranzo finale, domani alle tredici e trenta, al termine delle riunioni lunghissime suggellate dalla consegna delle pagelle ai genitori.  Mi sembra sia passato un secolo da quando cercavo d’impormi su quella furia variopinta di giovanissimi affacciati sulla soglia dell’adolescenza, ma ne conservo già un ricordo frammentario, d’esperienza remota o futura, d’altra vita.  Non è così per loro, almeno per qualcuno di loro ancora alla ricerca insistente di un contatto con me su facebook attraverso messaggi farneticanti così:

“ciiaooo prof come stai??scusa x quello ke ti ho fattt1me ne pento ma fidati ci eravamo affezzionati a teee ti vogliamo bene e ti voremo bene ti vogliamo bene by vale kiss vienici a trovare ci manchi.”

Per un “prof” è meglio vivere lontano dal luogo dove insegna, in altre terre ed in altri social network.

Caro MAXXI

2 giugno, 2010 § 3 commenti

Il genio italiano si spende alla ricerca di nomi efficaci.  Anche questa volta ci siamo riusciti e per il “Museo delle Arti del XXI secolo” di Roma sono state estrapolate alcune lettere che formano un nome accattivante da piccolo amico, un po’ domestico un po’ esterofilo, adatto a questa struttura attuale che del cemento conserva la sostanza, ma non l’odore.  Le travi di sostegno nel soffitto del MAXXI si assottigliano ed assumono la forma sinuosa di fasci di legno lamellare fra un capo e l’altro, curve tese con leggerezza come balsa fra le dita del progettista.  Il disegno a matita è impresso nel cemento, questo del MAXXI è cemento “a matita”.   Lo spazio sia dentro che fuori è a misura d’uomo, grande ma non gigante.  E’ strano scovare la forma sinuosa dei tre piani di Zaha Hadid, rigirati e avvolti come i pezzi di una fune adagiata per terra, fra i palazzi novecenteschi della Roma sovrabbondante, senza facile parcheggio, senza vita facile per chi gira attorno in automobile mattina e sera.  Rinserrato nell’area di un quartiere periferico del ventesimo secolo, Il MAXXI lancia la sfida del ventunesimo, in uno spazio lontano dalla città storica a cui volge le spalle. Che coraggio! E pare che vinca. L’arte contemporanea è un gioco. Anche l’arte antica, quand’era contemporanea, era un gioco, ma sono passati troppi anni per ricordare che gioco fossero gli affreschi e le sculture che ritroviamo a frammenti nella polvere delle chiese e dei palazzi antichi.   A Roma, il gioco dell’arte contemporanea adesso comincia al MAXXI, seguendo un filo immaginario che guida i passi del visitatore senza interruzione, in un unico ambiente sinuoso, vario, nuovo ad ogni sguardo. Muovendosi dentro è inevitabile perdere l’orientamento, ma i fasci di travi sottili sopra la testa rassicurano, con la stessa razionalità dei binari di uno scalo merci affiancati l’uno all’altro, attraverso scambi meccanici divaricano il percorso al punto giusto per condurre altrove.  Le scale, le rampe, i diaframmi, disegnano i flussi dei visitatori come un’opera d’arte.  E noi abbiamo recitato una parte in quest’opera d’arte, in mezzo a tanti, sabato 29 Maggio.

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