Una fine fuori luogo

26 maggio, 2010 § Lascia un commento

Dello zuccherificio di Cesena è rimasto solo un camino al centro del nuovo quartiere residenziale denominato “dell’ex-zuccherificio” in memoria della fabbrica che era stata costruita più di cent’anni fa sul fiume Savio, vicino alla ferrovia da cui si staccava un binario ricurvo fra i magazzini e l’argine alberato.  La fabbrica svuotata dei macchinari era rimasta in piedi per più di vent’anni dopo la chiusura, fra la vegetazione lussureggiante che l’invadeva fin dentro gli spazi liberi al piano terra.  Era un edificio storico di pregio, che si prestava a trasformazioni funzionali diverse dalla demolizione.  Ma i Sindaci architetti di Cesena hanno preferito demolirlo, perchè conveniva -era ovvio- costruire alveari di case a buon mercato al posto di quell’aristocratica testimonianza di civiltà industriale.  La salvaguardia del camino avrebbe dovuto dimostrare le buone intenzioni dei progettisti che sono proiettati verso il futuro, ma sanno cogliere l’importanza degli elementi architettonici appariscenti, quando il rapporto superficie-volume è tale da non sottrarre troppi metri quadrati alla speculazione edilizia.  In mezzo all’alveare labirintico delle nuove costruzioni, quel camino spunta oggi come una foglia di fico, fuori tempo e fuori luogo, anziché rievocare il passato, nasconde un’incoscienza vergognosa.

La fine di un contratto di lavoro a tempo indeterminato prevede la celebrazione di un rito consensuale nella sede dell’Associazione degli Industriali, che a Cesena è proprio lì, sotto il camino dell’ex zuccherificio, in quel terreno ancora carico di memorie agro-industriali cancellate solo in anni recentissimi dalla sterilità della rendita immobiliare a cui ambiscono gli industriali in crisi.  Venerdì prossimo salirò anch’io le scale di quell’alveare, insieme ad altri ex colleghi che non ricordo più come sono fatti in faccia, per il giudizio finale.

Nel frattempo sogno la spiaggia sommersa dal mare, e mi accorgo che la marea continua ad alzarsi ed a malapena possono contenerla le dune di sabbia a ridosso della pineta.  Poi mi accorgo che quella superficie sommersa dal mare non è la spiaggia, ma un immenso piazzale di zuccherificio dove il mare invade lo spazio della fabbrica, a perdita d’occhio, e continua ad alzarsi.  La mattina successiva vado a Bologna (non è un sogno) e trovo una città splendente sotto il sole di Maggio. Davanti al dipartimento di Fisica in via Irnerio mi rincuoro nel vedere finalmente intatto un pezzo del mio passato: la ghiaia e la vegetazione del cortile, la penombra dell’ingresso con gli infissi di legno, perfino i nomi dei professori nelle bacheche, sono sempre gli stessi, come se il tempo si fosse fermato al millenovecento novanta…  Guardo meglio e vedo che manca qualcuno: sono scomparsi i miei docenti di riferimento e, con loro, il settore di biofisica, fisica medica e sanitaria.  Era difficile scommettere sul futuro vent’anni fa.  D’altronde qualcuno mi aveva messo in guardia, con accento siciliano Basile diceva che  “Un bio-fi-si-go non è né un un biologo né un fisigo e quindi… resta tagliato fu-uori” Ma come! Il futuro significa sempre sviluppo… Sempre?  Col senno di poi, era meglio geofisica, guarda un po’:  i professori di vent’anni fa sono ancora tutti lì, coi loro nomi e le loro materie!  Potrei allora iscrivermi di nuovo all’università e fingere di non essermi ancora laureato, ricominciare da dov’ero rimasto nel millenovecento novanta, riavvolgendo gli ultimi vent’anni come un film da riguardare con altre premesse.  Potrei ad esempio rientrare giusto in tempo per vivere la crisi dell’Istituto Nazionale di Geofisica, con le recenti ombre di dismissione agitate dal “governo del fare”…

Fra una crisi e l’altra non so più quale scegliere, ma la crisi della scuola media sarà prossimamente per me la più probabile.

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