L’ufficio tecnico

11 aprile, 2010 § 3 commenti

Sembra rimasto tutto uguale, la porta pesante (blindata) si schiude su uno spazio elegante di rappresentanza, con un banco di legno massiccio scuro (davanti) dove si affaccia una segretaria piacente non più troppo giovane, con gli occhiali. Di segretarie ne ho viste passare parecchie, giovane madri sexi di buona famiglia, col seno scoperto quel tanto che basta e i pargoli a casa. C’è silenzio, perché gli uomini  che contano sono altrove, in trasferta nell’ultimo impianto di zucchero in Serbia e nel cantiere della raffineria pugliese, che è stata l’unica riconversione possibile, ispirata ad un progetto di quarantacinque anni fa. Declino? In ufficio resta un manipolo di disegnatori sfaccendati in attesa del caffé a metà mattina.  La barista raccoglie le ordinazioni al telefono e porta i caffè su per le scale, uno ad uno tintinnanti nel vassoio, macchiati, decaffeinati, e cappuccini.

Le pareti sono bianche e pulite, le porte di legno sono lucide più di quanto non lo fossero da nuove, quando mi avventurai a colonizzare questo luogo come se il destino l’avesse destinato a me per l’eternità, tredici anni fa.   Manco ormai da sette anni ed oggi, che rimetto piede qui dentro per la prima volta dopo tanto tempo, vedo una pulizia innaturale. Questo dovrebbe essere un ufficio tecnico, con i disegni stampati al plotter che si srotolano in ogni angolo sotto gli occhi dei progettisti, fra avanzi di carta, cartucce d’inchiostro e taglierine. Invece trovo qui un candore di rappresentanza più adatto ad un ufficio di mediazione commerciale che ad un ufficio tecnico. In effetti è così, fatto apposta per compiacere il vecchio padrone, classe 1926, figlio salottiero di un imprenditore dei tubi (Mario Maraldi) scomparso ormai da cinquant’anni.

Dove il padrone non entra mai, nelle stanze dei disegnatori l’aria è più colloquiale: sugli scaffali dentro i raccoglitori di cartone ci sono i progetti di due categorie di impianti: fabbriche dismesse e fabbriche mai nate, archeologia e aborti di impianti industriali che hanno affacendato tecnologi, ingegneri e disegnatori in una grande recita stipendiata, divenuta finzione negli anni.  Nell’ufficio dei disegnatori, che ha ancora le pareti bianche pulite, i pannelli del controsoffitto sono caduti a pezzi e restano appesi soltanto ai margini, vicino alle pareti. Nel mezzo si scoperchia una voragine nera, coi tubi di condizionamento e la lana di vetro delle coibentazioni sospese nell’aria sulla testa dei disegnatori. Nessuno osa chiedere un intervento, tantomeno il direttore tecnico, che non si abbassa ad inutili frivolezze.  Se il padrone non vede, perché turbarlo con un problema invisibile?  I soldi devono essere spesi in investimenti produttivi e “produttivi”  sono solitamente i costi che permettono guadagni extra fuori busta a chi sta comprando.

Non so quanto siano produttivi i disegnatori che giocano al computer e non so quanto sia produttivo l’ingegner Giunchi che bighellona da un ufficio all’altro con le mani in tasca.  Mi salutano tutti col sorriso sulle labbra, sono contenti e stupiti di rivedere proprio me in quell’ufficio, anche l’ingegner Giunchi sembra contento di vedermi e mi sorride: proprio lui che aveva smesso di salutarmi quattro anni fa, quando era riuscito a spuntarla all’ultimo istante ed era stato trasferito dallo zuccherificio di Forlimpopoli all’ufficio tecnico di Cesena, il giorno prima che il personale della fabbrica entrasse in cassa integrazione. I vecchi operai dicevano: “andiamo verso la buona stagione, poco importa la cassa integrazione” ed io volevo crederci, ma la lettera di sospensione arrivò ugualmente come una coltellata insieme alla sirena delle cinque del pomeriggio, per tutti ma non per l’ingegner Giunchi, perché lui era destinato ad assistere i vecchi consulenti pensionati, i soli che continuavano a lavorare nell’ufficio tecnico di Cesena.

Mi chiedono: “dove sei stato, cosa hai fatto in questi anni?”  Rispondo senza pensarci, credo di prenderli  in giro dicendo che ho avuto una vita avventurosa, ma forse è proprio così. L’ingegner Giunchi invece ha avuto il tempo di fare un figlio e adesso sta aspettando il secondo, nonostante le minacce di licenziamento che riceve ormai quotidianamente. Continua a vagabondare di stanza in stanza senza niente fra le mani e ride, dice che ha superato il momento delle preoccupazioni: adesso vive alla giornata.  Ma entro il 31 maggio deve scegliere: o se ne va “volontariamente” col massimo dell’incentivo, oppure alza il livello dello scontro con l’azienda, per conservare il suo posto senza lavoro. Gli unici ancora indaffarati sono i consulenti già in pensione, ormai abbastanza maturi per portare a termine le consulenze senza l’assistenza dell’ingegner Giunchi. Il signor Berti si preoccupa per il “troppo lavoro” ed anche l’ingegner Zavarise guarda il computer con l’aria stralunata, non stacca mai gli occhi da quello che fa. Questi uomini non sono cambiati, sono vecchi come quindici anni fa, quando affiancavano i giovani neo-assunti, come l’ingegner Giunchi e come me: dicevano che avremmo dovuto sostituirli presto, ma ad un certo punto devono aver cambiato idea.  Per certa gente, se non basta andare in pensione, non resta che la natura: che segua il suo corso, il più in fretta possibile.

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§ 3 risposte a L’ufficio tecnico

  • paola ha detto:

    Ci ho pensato un bel pò…non sapevo se dirtelo oppure no…posso capire la tua grande amarezza (e credimi ne so qualcosa), ma l’ultima frase è proprio cattiva…..

  • Chiara ha detto:

    Mah, così cattiva non mi sembra… Mi sembra una conseguenza logica del tutto: che altro c’è da dire?

  • paola ha detto:

    Se a voi sembra normale augurare il peggio a delle persone (anziane, vabbè….chissà come reagiremo noi un domani davanti al fatto di mollare il posto!!!!) che stanno facendo uno pseudo-lavoro di consulenza in uno pseudo-ufficio tecnico(capirai che invidia…non mi sembra avranno un gran futuro neanche loro!!!!!), perchè vi sembra una conseguenza logica, perchè non c’è altro da dire, padroni di farlo…ognuno reagisce come crede…

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