Il capo del personale

5 aprile, 2010 Commenti disabilitati su Il capo del personale

Alle otto e mezzo del mattino ho l’appuntamento con il capo del personale a Cesena.   Me l’ha concesso a quell’ora, non perché lo desiderasse lui, ma perchè io non avevo altro tempo per venire ad incontrarlo più tardi o di pomeriggio.  Quando arrivo, il capo del personale non c’è ancora.  Il ritardo con cui ogni giorno si presenta in ufficio, per lui è segno di successo professionale: sono lontani i tempi di Adriano Olivetti che per lavorare amava il buio prima dell’alba.

Adesso il mio legame con l’azienda è un evanescente rapporto in sospensione di cassa integrazione.  Il capo del personale non mi convoca da quattro anni, eppure  non ha ancora smesso di pagarmi puntualmente, milletrecentosettanta euro al mese più i contributi, quando io non sospendo volontariamente il trattamento di cassa integrazione straordinaria perchè vado a fare altro. Il suo impegno in questi anni l’ha profuso in azioni di disturbo: squadre di outplacement senza successo, minacce di imminente licenziamento che si risolvono ogni  anno, suo malgrado, con il rinnovo della cassa integrazione.  I sindacati trovano la complicità di tutti, con questa cassa integrazione straordinaria reiterata ossessivamente prima dell’ imminente riconversione, sempre  l’anno prossimo. I tre anni consentiti per legge sono già quattro, per effetto magico delle trattative e dei ricatti,  e adesso diventano cinque, con la grande deroga. La cassa integrazione rinnova la stessa formula di crisi grave e strutturale.  Il passo decisivo della riconversione lo temono tutti, padroni, sindacati e operai, perché la riconversione è cosa seria: se funziona, ok, ma, se non funziona, tutti a casa,  basta incentivi agli operai, basta finanziamenti agli industriali.  Nell’ incertezza della grande crisi, in attesa delle riconversioni che verranno -oppure no, chissà-  i più ampi margini di manovra, padroni, operai e sindacati li vedono nella proroga, nell’attesa, nell’irresolutezza della trattativa che scivola avanti anno dopo anno.

Il capo del personale entra di soppiatto nella sala riunioni del primo piano, che ha le vetrate sospese sul traffico del mattino in centro a Cesena.  Indossa una giacca di velluto marrone piuttosto lucida, una camicia bianca con la cravatta rossiccia brillante di un guardaroba di vent’anni fa.  Le guance lunghe sono  ricoperte da una barba bruna vagamente imperiale, da imperatore barbarico, sfumata di bianco: non era così l’ultima volta che l’avevo incontrato qualche anno fa.  Gli occhi sono piccoli, puntiformi, sprofondati fra le guance  che sanno di unto, di cena pesante la sera prima, di digestione faticosa col riscaldamento troppo alto in camera da letto.   Mi accoglie con uno sguardo suino che dissimula distacco professionale: anche a me questa mattina deve ripetere la solita storia, mostrare il precipizio, fare paura.  Non deve convincermi (non può farlo, per legge) ma può dipingere un futuro fosco, una prospettiva talmente intollerabile da indurmi alla fuga, ben’ inteso: una scelta spontanea, facendo leva sui soldi di incentivo concordati equamente con la complicità dei sindacati.

Di solito il capo del personale, per spaventare i dipendenti, ventila la possibilità di un trasferimento lontano.  La nuova raffineria di Brindisi è uno spauracchio sufficiente per i più, ma non per me.  Il capo del personale dimostra invece di conoscermi piuttosto bene, nel promettermi un futuro da operaio agli arresti domiciliari, nel raparto confezionamento sopravvissuto all’ex-zuccherificio di Forlimpopoli, fra le macerie.   Una mossa simile l’aveva già fatta sette anni fa, quando aveva revocato la mia posizione negli uffici della direzione tecnica di Cesena, trasferendomi senza esplicito motivo nella fabbrica di Forlimpopoli, con il pretesto che dovevo fare esperienza.   Un avvertimento, tanto per  dire che non ero destinato a fare carriera in azienda.  Ero cresciuto troppo per continuare a recitare la parte dell’ enfant prodige e poi non avevo i parenti giusti in famiglia: per di più avevo messo su l’abitudine di raccontare le cose per iscritto con eccessiva chiarezza.  Sette anni fa, nessuno immaginava che lo zucchero italiano sarebbe finito così in fretta.

L’accordo sindacale per il 2010 è più complicato dei quattro precedenti.  I sindacati cominciano a perdere potere contrattuale, si capisce dal modo in cui viene somministrato l’incentivo.  I dipendenti che scelgono di entrare volontariamente in mobilità ricevono il massimo dell’incentivo entro il 31 Maggio, poi solo la metà: i soldi scendono da quaranta a venti-mila euro.  Ma io dovrei terminare l’anno scolastico, che mi impedisce di rientrare nello zucchero prima del 30 Giugno, per potermi licenziare volontariamente, da dentro. Oppure dovrei rientrare in azienda prima della fine della scuola, per non perdere ventimila euro di raschiatura del barile.   Fra lo zucchero e la matematica, a Maggio manderò i ragazzi in spiaggia.  E credo che sceglierò la spiaggia anch’io, sempre l’ultima.

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