Senza titolo

26 aprile, 2010 § 2 commenti

Qualcuno si domanda se sono ancora a scuola. Sì ci sono, nonostante le divagazioni: ho una cartella piena di compiti da correggere e domani mi aspetta la gita scolastica a Mantova. Ma a scuola ci starò ancora per poco, anzi pochissimo.  Per beneficiare del pieno incentivo della crisi dello zucchero, devo entrare in mobilità volontaria prima del 31 Maggio. Ma  per entrare in mobilità devo essere in cassa integrazione e per tornare in cassa integrazione devo rinunciare al mio posto da prof.    Cioè devo prima licenziarmi da scuola, e poi licenziarmi dal mio posto di lavoro a tempo indeterminato che vale euro 42.000 di indennizzo e due anni di mobilità, ma solo entro la fine di Maggio.  Mi devo licenziare due volte di seguito nell’arco di una settimana, è strano ma funziona così: la chiamano “mobilità volontaria”.  Proverò a spiegarlo al preside, o forse rinuncio a spiegarlo, se no faccio la figura dello psicolabile.

In zuccherifico mi hanno fatto compilare una lettera vergata a mano dove recito le mie ultime volontà, in virtù dell’ accordo sindacale dell’undici Febbraio 2010.  Una volta l’undici Febbraio erano i Patti lateranensi (o la madonna di Lourdes, a seconda dell’orientamento), ma adesso c’è anche questa storia dello zucchero, l’undici Febbraio.  Fuori dalla porta della fabbrica hanno rimosso finalmente le macerie e si vede fino in fondo l’orizzonte lontano,  con le strade di traffico della nuova campagna senza più agricoltura, tutta strade, lampioni e scali merci.  La portineria è ormai chiusa e l’intero ufficio tecnico ha rassegnato le dimissioni.  L’impianto di confezionamento funziona col personale trasferito da un’altra azienda in crisi, rilevata per dimostrare buona volontà imprenditoriale ai sindacati che chiedevano un impegno concreto verso la riconversione, ma l’ex personale dello zuccherificio già occupato in portineria resta a casa, a “zero ore”. leggi ==> la sfir, storie di un declino industriale

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L’ufficio tecnico

11 aprile, 2010 § 3 commenti

Sembra rimasto tutto uguale, la porta pesante (blindata) si schiude su uno spazio elegante di rappresentanza, con un banco di legno massiccio scuro (davanti) dove si affaccia una segretaria piacente non più troppo giovane, con gli occhiali. Di segretarie ne ho viste passare parecchie, giovane madri sexi di buona famiglia, col seno scoperto quel tanto che basta e i pargoli a casa. C’è silenzio, perché gli uomini  che contano sono altrove, in trasferta nell’ultimo impianto di zucchero in Serbia e nel cantiere della raffineria pugliese, che è stata l’unica riconversione possibile, ispirata ad un progetto di quarantacinque anni fa. Declino? In ufficio resta un manipolo di disegnatori sfaccendati in attesa del caffé a metà mattina.  La barista raccoglie le ordinazioni al telefono e porta i caffè su per le scale, uno ad uno tintinnanti nel vassoio, macchiati, decaffeinati, e cappuccini.

Le pareti sono bianche e pulite, le porte di legno sono lucide più di quanto non lo fossero da nuove, quando mi avventurai a colonizzare questo luogo come se il destino l’avesse destinato a me per l’eternità, tredici anni fa.   Manco ormai da sette anni ed oggi, che rimetto piede qui dentro per la prima volta dopo tanto tempo, vedo una pulizia innaturale. Questo dovrebbe essere un ufficio tecnico, con i disegni stampati al plotter che si srotolano in ogni angolo sotto gli occhi dei progettisti, fra avanzi di carta, cartucce d’inchiostro e taglierine. Invece trovo qui un candore di rappresentanza più adatto ad un ufficio di mediazione commerciale che ad un ufficio tecnico. In effetti è così, fatto apposta per compiacere il vecchio padrone, classe 1926, figlio salottiero di un imprenditore dei tubi (Mario Maraldi) scomparso ormai da cinquant’anni.

Dove il padrone non entra mai, nelle stanze dei disegnatori l’aria è più colloquiale: sugli scaffali dentro i raccoglitori di cartone ci sono i progetti di due categorie di impianti: fabbriche dismesse e fabbriche mai nate, archeologia e aborti di impianti industriali che hanno affacendato tecnologi, ingegneri e disegnatori in una grande recita stipendiata, divenuta finzione negli anni.  Nell’ufficio dei disegnatori, che ha ancora le pareti bianche pulite, i pannelli del controsoffitto sono caduti a pezzi e restano appesi soltanto ai margini, vicino alle pareti. Nel mezzo si scoperchia una voragine nera, coi tubi di condizionamento e la lana di vetro delle coibentazioni sospese nell’aria sulla testa dei disegnatori. Nessuno osa chiedere un intervento, tantomeno il direttore tecnico, che non si abbassa ad inutili frivolezze.  Se il padrone non vede, perché turbarlo con un problema invisibile?  I soldi devono essere spesi in investimenti produttivi e “produttivi”  sono solitamente i costi che permettono guadagni extra fuori busta a chi sta comprando.

Non so quanto siano produttivi i disegnatori che giocano al computer e non so quanto sia produttivo l’ingegner Giunchi che bighellona da un ufficio all’altro con le mani in tasca.  Mi salutano tutti col sorriso sulle labbra, sono contenti e stupiti di rivedere proprio me in quell’ufficio, anche l’ingegner Giunchi sembra contento di vedermi e mi sorride: proprio lui che aveva smesso di salutarmi quattro anni fa, quando era riuscito a spuntarla all’ultimo istante ed era stato trasferito dallo zuccherificio di Forlimpopoli all’ufficio tecnico di Cesena, il giorno prima che il personale della fabbrica entrasse in cassa integrazione. I vecchi operai dicevano: “andiamo verso la buona stagione, poco importa la cassa integrazione” ed io volevo crederci, ma la lettera di sospensione arrivò ugualmente come una coltellata insieme alla sirena delle cinque del pomeriggio, per tutti ma non per l’ingegner Giunchi, perché lui era destinato ad assistere i vecchi consulenti pensionati, i soli che continuavano a lavorare nell’ufficio tecnico di Cesena.

Mi chiedono: “dove sei stato, cosa hai fatto in questi anni?”  Rispondo senza pensarci, credo di prenderli  in giro dicendo che ho avuto una vita avventurosa, ma forse è proprio così. L’ingegner Giunchi invece ha avuto il tempo di fare un figlio e adesso sta aspettando il secondo, nonostante le minacce di licenziamento che riceve ormai quotidianamente. Continua a vagabondare di stanza in stanza senza niente fra le mani e ride, dice che ha superato il momento delle preoccupazioni: adesso vive alla giornata.  Ma entro il 31 maggio deve scegliere: o se ne va “volontariamente” col massimo dell’incentivo, oppure alza il livello dello scontro con l’azienda, per conservare il suo posto senza lavoro. Gli unici ancora indaffarati sono i consulenti già in pensione, ormai abbastanza maturi per portare a termine le consulenze senza l’assistenza dell’ingegner Giunchi. Il signor Berti si preoccupa per il “troppo lavoro” ed anche l’ingegner Zavarise guarda il computer con l’aria stralunata, non stacca mai gli occhi da quello che fa. Questi uomini non sono cambiati, sono vecchi come quindici anni fa, quando affiancavano i giovani neo-assunti, come l’ingegner Giunchi e come me: dicevano che avremmo dovuto sostituirli presto, ma ad un certo punto devono aver cambiato idea.  Per certa gente, se non basta andare in pensione, non resta che la natura: che segua il suo corso, il più in fretta possibile.

Il capo del personale

5 aprile, 2010 Commenti disabilitati su Il capo del personale

Alle otto e mezzo del mattino ho l’appuntamento con il capo del personale a Cesena.   Me l’ha concesso a quell’ora, non perché lo desiderasse lui, ma perchè io non avevo altro tempo per venire ad incontrarlo più tardi o di pomeriggio.  Quando arrivo, il capo del personale non c’è ancora.  Il ritardo con cui ogni giorno si presenta in ufficio, per lui è segno di successo professionale: sono lontani i tempi di Adriano Olivetti che per lavorare amava il buio prima dell’alba.

Adesso il mio legame con l’azienda è un evanescente rapporto in sospensione di cassa integrazione.  Il capo del personale non mi convoca da quattro anni, eppure  non ha ancora smesso di pagarmi puntualmente, milletrecentosettanta euro al mese più i contributi, quando io non sospendo volontariamente il trattamento di cassa integrazione straordinaria perchè vado a fare altro. Il suo impegno in questi anni l’ha profuso in azioni di disturbo: squadre di outplacement senza successo, minacce di imminente licenziamento che si risolvono ogni  anno, suo malgrado, con il rinnovo della cassa integrazione.  I sindacati trovano la complicità di tutti, con questa cassa integrazione straordinaria reiterata ossessivamente prima dell’ imminente riconversione, sempre  l’anno prossimo. I tre anni consentiti per legge sono già quattro, per effetto magico delle trattative e dei ricatti,  e adesso diventano cinque, con la grande deroga. La cassa integrazione rinnova la stessa formula di crisi grave e strutturale.  Il passo decisivo della riconversione lo temono tutti, padroni, sindacati e operai, perché la riconversione è cosa seria: se funziona, ok, ma, se non funziona, tutti a casa,  basta incentivi agli operai, basta finanziamenti agli industriali.  Nell’ incertezza della grande crisi, in attesa delle riconversioni che verranno -oppure no, chissà-  i più ampi margini di manovra, padroni, operai e sindacati li vedono nella proroga, nell’attesa, nell’irresolutezza della trattativa che scivola avanti anno dopo anno.

Il capo del personale entra di soppiatto nella sala riunioni del primo piano, che ha le vetrate sospese sul traffico del mattino in centro a Cesena.  Indossa una giacca di velluto marrone piuttosto lucida, una camicia bianca con la cravatta rossiccia brillante di un guardaroba di vent’anni fa.  Le guance lunghe sono  ricoperte da una barba bruna vagamente imperiale, da imperatore barbarico, sfumata di bianco: non era così l’ultima volta che l’avevo incontrato qualche anno fa.  Gli occhi sono piccoli, puntiformi, sprofondati fra le guance  che sanno di unto, di cena pesante la sera prima, di digestione faticosa col riscaldamento troppo alto in camera da letto.   Mi accoglie con uno sguardo suino che dissimula distacco professionale: anche a me questa mattina deve ripetere la solita storia, mostrare il precipizio, fare paura.  Non deve convincermi (non può farlo, per legge) ma può dipingere un futuro fosco, una prospettiva talmente intollerabile da indurmi alla fuga, ben’ inteso: una scelta spontanea, facendo leva sui soldi di incentivo concordati equamente con la complicità dei sindacati.

Di solito il capo del personale, per spaventare i dipendenti, ventila la possibilità di un trasferimento lontano.  La nuova raffineria di Brindisi è uno spauracchio sufficiente per i più, ma non per me.  Il capo del personale dimostra invece di conoscermi piuttosto bene, nel promettermi un futuro da operaio agli arresti domiciliari, nel raparto confezionamento sopravvissuto all’ex-zuccherificio di Forlimpopoli, fra le macerie.   Una mossa simile l’aveva già fatta sette anni fa, quando aveva revocato la mia posizione negli uffici della direzione tecnica di Cesena, trasferendomi senza esplicito motivo nella fabbrica di Forlimpopoli, con il pretesto che dovevo fare esperienza.   Un avvertimento, tanto per  dire che non ero destinato a fare carriera in azienda.  Ero cresciuto troppo per continuare a recitare la parte dell’ enfant prodige e poi non avevo i parenti giusti in famiglia: per di più avevo messo su l’abitudine di raccontare le cose per iscritto con eccessiva chiarezza.  Sette anni fa, nessuno immaginava che lo zucchero italiano sarebbe finito così in fretta.

L’accordo sindacale per il 2010 è più complicato dei quattro precedenti.  I sindacati cominciano a perdere potere contrattuale, si capisce dal modo in cui viene somministrato l’incentivo.  I dipendenti che scelgono di entrare volontariamente in mobilità ricevono il massimo dell’incentivo entro il 31 Maggio, poi solo la metà: i soldi scendono da quaranta a venti-mila euro.  Ma io dovrei terminare l’anno scolastico, che mi impedisce di rientrare nello zucchero prima del 30 Giugno, per potermi licenziare volontariamente, da dentro. Oppure dovrei rientrare in azienda prima della fine della scuola, per non perdere ventimila euro di raschiatura del barile.   Fra lo zucchero e la matematica, a Maggio manderò i ragazzi in spiaggia.  E credo che sceglierò la spiaggia anch’io, sempre l’ultima.

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