Ricevimento stradale

23 marzo, 2010 § 4 commenti

Fra la prima e la terza ora del sabato ho un buco. Non so a chi sia venuto in mente di fomulare l’orario scolastico in questo modo, con due ore di matematica nella stessa classe farcite da un’ora di musica in mezzo, dopo la quale l’appendice geometrica della terza ora non serve a nulla, perché la classe si trasforma in un’orchestra rap, per magia.  La buon’anima del mio predecessore se n’era fatto una ragione e nel bel mezzo della lectio interrupta riceveva i genitori dei ragazzi, di sabato alle nove e mezzo del mattino, perché i genitori non vanno a lavorare di sabato, supponendo che facciano un lavoro normale senza turni, senza alberghi da gestire, e ristoranti, e discoteche e bische clandestine.

Esco nel corridoio e saluto cordialmente le bidelle, il cui mansionario non prevede lavori di pulizia durante la seconda ora del sabato, per cui esse restano pazienti in attesa, sedute ai loro posti di comando nelle cattedre e dentro le cabine sparse nei corridoi, a guardia di fantastici eventi.  Mi guardano e sorridono, le bidelle dentro la cabina con la cornice di alluminio, come portinaie di un ospedale dove per scherzo puoi chiedere: il reparto ostetricia dov’è?  Loro stanno al gioco e rispondono che il reparto ostetricia l’hanno spostato, qui c’è  solo “psichiatria infantile” ed io sono l’addetto alle cure.  La bidella più simpatica è una signora felliniana larga centoventi chili -tette a parte- con i capelli neri e gli occhi neri cerchiati di nero, come le donne del circo orfei.  Una certa grazia le deriva dalla erre moscia e da una voce suadente, che al buio sortirebbe effetti insperati sui maschi di qualunque età.  In effetti dà per scontate siffatte reazioni, tanto che prende in giro ad alta voce il premier silvio berlusconi, perché a lui non gli si rizza (sarà questo un uomo?) neanche a pagamento.

Mi guardo attorno alla ricerca di qualcuno, padre o madre in attesa.  Nessuno mi aspetta ed in attesa ci resto io,  a piedi su e giù nei corridoi.  Guardo i pannelli appesi alle pareti, vecchie carte geografiche e lavori di bricolage dei ragazzi d’altri tempi.  Gli sportelli  negli armadi di metallo lungo i corridoi sono chiusi con catene e lucchetti scompagnati. Grate un po’ divelte mettono in mostra dentro gli armadi i libri ordinati col nome di scuole soppresse, provenienti da questa o da quell’altra località: bei libri di trenta, quarant’anni fa, pronti per la consultazione, se gli insegnanti avessero la chiave per aprire quei lucchetti, senza chieder ogni volta il permesso in segreteria.  Il tempo passa e nessuno arriva, sono ormai le dieci, sono le dieci e un quarto e fra poco c’è l’intervallo. Devo fuggire da questi corridoi, prima che sui pavimenti si riversino i passi furibondi delle nuove leve in pausa a metà mattina.

Esco in strada e raggiungo il bar dell’angolo, per un cappuccino servito come al solito da due bionde rumene ancheggianti in jeans strizzacarne. Mi perdo a guardare un po’ loro, un po’ la foto gigante di Marco Pantani appeso dietro, sofferente martire di questo mondo a Cesenatico, in odore di santità. Poi torno a scuola, dopo l’intervallo, di nuovo in servizio fino alle tredici e trenta.  Vorrei attraversare la strada, ma un’automobile rossa in arrivo me lo impedisce.  Frena all’improvviso in mezzo ed abbassa il finestrino: una signora bionda si affaccia con la messa in piega fresca e tanti bracciali ai polsi.  Lei mi  sorride suadente, perchè mi conosce, o forse mi ha visto soltanto un’altra volta qui sul marciapiede.  Io non ricordo chi sia.  In una situazione come questa potrebbe chiedermi qualunque cosa: dov’è la spiaggia? Oppure: quanto vuoi? Mezz’ora…cinquanta euro?  Le professioniste del marciapiede sanno rispondere meglio di me, quando un uomo accosta l’automobile all’improvviso ed abbassa il finestrino per contrattare.  Io invece non so che dire, strizzo gli occhi e cerco di capire chi ho davanti.  La riconosco quando dice: “venuta tardi…capito dieci-mezzo, invece di nove-e-mezzo”   E’ in ritardo per il colloquio, la madre bulgara di un’alunna difficile, di quelle seduttive forse, o soltanto provocatrice.  La signora madre è un gran tipo e mi verrebbe voglia di salire in macchina con lei, avanti e indietro sul lungomare di Cesenatico con l’auto decappottabile.  Ci penso, ma non credo che il su-e-giù sul mare sia effettivamente più eccitante delle ore di guerra con la figlia e con gli amici della figlia che  mi aspettano a scuola.

Il colloquio la signora vorrebbe farlo lì, adesso, in mezzo alla strada, col motore acceso e con il “prof” appeso al finestrino.  Per fortuna non c’è traffico. Di tanto in tanto un’automobile arriva e ci vede da lontano, frena ed oltrepassa educatamente a sinistra il nostro convegno estemporaneo sulla riga di mezzeria. La signora è consapevole, sa d’avere una figlia difficile, ma vuole rassicurarmi: “io dico a figlia: rispetta prof di matematica, che non è un stupido!”  Sabato scorso era il compleanno della ragazza, che ha voluto festeggiare in classe in maniera del tutto non autorizzata durante la mia lezione: due ore di risa e schiamazzi ricattatori in fondo all’aula, con altri cinque compagni.  I rimanenti, storditi dal rumore e dalla stanchezza dell’ultima ora del sabato, tendevano le orecchie come animali in via d’estinzione, mentre io, per legittima difesa, annunciavo una verifica imminente sul teorema di pitagora.  La signora madre, bionda, coi braccialetti e l’auto rossa, vorrebbe aiutarmi.  Dice d’avere un marito albergatore che sa porre un limite agli schiamazzi indisciplinati quando… turisti tedeschi ubriachi di notte tanto rumore, marito scende e urlare forte (paura!) che turisti tedeschi poi tutti zitti!  Suo marito  sa urlare e protrebbe aiutare anche me.  A scuola non ci avevamo ancora pensato, all’urlatore di sostegno…

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§ 4 risposte a Ricevimento stradale

  • vally ha detto:

    Anche per questa, come ormai per tutte le situazioni italiane, l’unico commento è: sarebbe comico, se non fosse veramente tragico!

  • Chiara ha detto:

    Anno 1964 o giù di lì. Mia madre è giovane (25 anni) prof. di Lettere in un Istituto Tecnico a Prato, città a quel tempo in esplosione industriale, con telai familiari che spuntavano dappertutto, nelle cantine, nelle cucine, ei cortili dei condiminii… Tutti lavoravano ai telai. Dunque, orario di ricevimento. Si avanza la madre di uno decisamente somaro. Ha (la madre) una gran pelliccia di visone, gioielli vistosi ecc. ecc. Dice: “Senta, guardi, noi ci s’ha i telai, il ragazzo mi deve entrare in ditta l’anno prossimo, tempo da perdere ‘un ci se n’ha, bisogna che si diplomi a giugno e basta.” “Signora, finché la mia materia c’è bisogna che il ragazzo studi anche quella e io devo dargli il voto in conseguenza. Se non studia va a settembre” La signora la fulmina. Si sbottona la pelliccia, l’apre e la smuove in modo da mostrare che il visone è foderato di leopardo. Poi: “Senta, io ‘un so quanto la guadagna, lei, ma qui si lavora e si guadagna, ‘un ci s’ha mica tempo da perdere con le bischerate!”

  • Caromaso ha detto:

    la situazione è seria e a tutti consiglio un ceck su http://www.spinoza.it/

  • claudia ha detto:

    p.s. la chiave della biblioteca, quella che apre i lucchetti, ce l’ho sempre avuta io,non la segreteria. sai perchè non si dà a tutti gli insegnanti ma solo a chi si occupa della biblio? per fare in modo che si sappia cosa sparisce!!!

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