Fiori di Marzo

30 marzo, 2010 § 2 commenti

Oltre alle margherite esplose tutte insieme in una notte, i primi fiori di questa primavera sono viola: saranno mica viole?  Ogni nuova fioritura mi coglie impreparato, ed anche piuttosto raffreddato dopo il mese di Marzo in ammollo, con la nebbia a mezz’aria, nè su, nè giù, e l’illusione di una bella stagione che ancora non c’è.  Nel terrazzo fioccano i germogli sempreverdi di una pianta svernante al clima rigido della riviera padana: la terra è già satura senza annaffiare, l’acqua nell’aria galleggia sull’acqua del mare  anche a Marzo, più che mai.  Ditelo a chi cerca il mare, di non venire a Pinarella a Marzo, che è ancora troppo presto. Ma c’è già del movimento.  L’appartamento qui accanto è in affitto (forse in vendita) ad una coppia di sordomuti che urlano (non proprio muti) una lingua preistorica, gutturale  e inconsapevole.  Almeno i sordomuti non sentono quello che le pareti hanno visto e che potrebbero raccontare:  grida feroci di coppie di passaggio senza figli, altre coppie passate di qua col fiocco azzurro sulla porta, reciprocamente dissuase da liti feroci, e ballerine di night-club indaffarate anche a casa di pomeriggio su appuntamento, e professionisti del sesso ambiguo già agli onori della cronaca politica di questa Italia, coi tempi che corrono…

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Ricevimento stradale

23 marzo, 2010 § 4 commenti

Fra la prima e la terza ora del sabato ho un buco. Non so a chi sia venuto in mente di fomulare l’orario scolastico in questo modo, con due ore di matematica nella stessa classe farcite da un’ora di musica in mezzo, dopo la quale l’appendice geometrica della terza ora non serve a nulla, perché la classe si trasforma in un’orchestra rap, per magia.  La buon’anima del mio predecessore se n’era fatto una ragione e nel bel mezzo della lectio interrupta riceveva i genitori dei ragazzi, di sabato alle nove e mezzo del mattino, perché i genitori non vanno a lavorare di sabato, supponendo che facciano un lavoro normale senza turni, senza alberghi da gestire, e ristoranti, e discoteche e bische clandestine.

Esco nel corridoio e saluto cordialmente le bidelle, il cui mansionario non prevede lavori di pulizia durante la seconda ora del sabato, per cui esse restano pazienti in attesa, sedute ai loro posti di comando nelle cattedre e dentro le cabine sparse nei corridoi, a guardia di fantastici eventi.  Mi guardano e sorridono, le bidelle dentro la cabina con la cornice di alluminio, come portinaie di un ospedale dove per scherzo puoi chiedere: il reparto ostetricia dov’è?  Loro stanno al gioco e rispondono che il reparto ostetricia l’hanno spostato, qui c’è  solo “psichiatria infantile” ed io sono l’addetto alle cure.  La bidella più simpatica è una signora felliniana larga centoventi chili -tette a parte- con i capelli neri e gli occhi neri cerchiati di nero, come le donne del circo orfei.  Una certa grazia le deriva dalla erre moscia e da una voce suadente, che al buio sortirebbe effetti insperati sui maschi di qualunque età.  In effetti dà per scontate siffatte reazioni, tanto che prende in giro ad alta voce il premier silvio berlusconi, perché a lui non gli si rizza (sarà questo un uomo?) neanche a pagamento.

Mi guardo attorno alla ricerca di qualcuno, padre o madre in attesa.  Nessuno mi aspetta ed in attesa ci resto io,  a piedi su e giù nei corridoi.  Guardo i pannelli appesi alle pareti, vecchie carte geografiche e lavori di bricolage dei ragazzi d’altri tempi.  Gli sportelli  negli armadi di metallo lungo i corridoi sono chiusi con catene e lucchetti scompagnati. Grate un po’ divelte mettono in mostra dentro gli armadi i libri ordinati col nome di scuole soppresse, provenienti da questa o da quell’altra località: bei libri di trenta, quarant’anni fa, pronti per la consultazione, se gli insegnanti avessero la chiave per aprire quei lucchetti, senza chieder ogni volta il permesso in segreteria.  Il tempo passa e nessuno arriva, sono ormai le dieci, sono le dieci e un quarto e fra poco c’è l’intervallo. Devo fuggire da questi corridoi, prima che sui pavimenti si riversino i passi furibondi delle nuove leve in pausa a metà mattina.

Esco in strada e raggiungo il bar dell’angolo, per un cappuccino servito come al solito da due bionde rumene ancheggianti in jeans strizzacarne. Mi perdo a guardare un po’ loro, un po’ la foto gigante di Marco Pantani appeso dietro, sofferente martire di questo mondo a Cesenatico, in odore di santità. Poi torno a scuola, dopo l’intervallo, di nuovo in servizio fino alle tredici e trenta.  Vorrei attraversare la strada, ma un’automobile rossa in arrivo me lo impedisce.  Frena all’improvviso in mezzo ed abbassa il finestrino: una signora bionda si affaccia con la messa in piega fresca e tanti bracciali ai polsi.  Lei mi  sorride suadente, perchè mi conosce, o forse mi ha visto soltanto un’altra volta qui sul marciapiede.  Io non ricordo chi sia.  In una situazione come questa potrebbe chiedermi qualunque cosa: dov’è la spiaggia? Oppure: quanto vuoi? Mezz’ora…cinquanta euro?  Le professioniste del marciapiede sanno rispondere meglio di me, quando un uomo accosta l’automobile all’improvviso ed abbassa il finestrino per contrattare.  Io invece non so che dire, strizzo gli occhi e cerco di capire chi ho davanti.  La riconosco quando dice: “venuta tardi…capito dieci-mezzo, invece di nove-e-mezzo”   E’ in ritardo per il colloquio, la madre bulgara di un’alunna difficile, di quelle seduttive forse, o soltanto provocatrice.  La signora madre è un gran tipo e mi verrebbe voglia di salire in macchina con lei, avanti e indietro sul lungomare di Cesenatico con l’auto decappottabile.  Ci penso, ma non credo che il su-e-giù sul mare sia effettivamente più eccitante delle ore di guerra con la figlia e con gli amici della figlia che  mi aspettano a scuola.

Il colloquio la signora vorrebbe farlo lì, adesso, in mezzo alla strada, col motore acceso e con il “prof” appeso al finestrino.  Per fortuna non c’è traffico. Di tanto in tanto un’automobile arriva e ci vede da lontano, frena ed oltrepassa educatamente a sinistra il nostro convegno estemporaneo sulla riga di mezzeria. La signora è consapevole, sa d’avere una figlia difficile, ma vuole rassicurarmi: “io dico a figlia: rispetta prof di matematica, che non è un stupido!”  Sabato scorso era il compleanno della ragazza, che ha voluto festeggiare in classe in maniera del tutto non autorizzata durante la mia lezione: due ore di risa e schiamazzi ricattatori in fondo all’aula, con altri cinque compagni.  I rimanenti, storditi dal rumore e dalla stanchezza dell’ultima ora del sabato, tendevano le orecchie come animali in via d’estinzione, mentre io, per legittima difesa, annunciavo una verifica imminente sul teorema di pitagora.  La signora madre, bionda, coi braccialetti e l’auto rossa, vorrebbe aiutarmi.  Dice d’avere un marito albergatore che sa porre un limite agli schiamazzi indisciplinati quando… turisti tedeschi ubriachi di notte tanto rumore, marito scende e urlare forte (paura!) che turisti tedeschi poi tutti zitti!  Suo marito  sa urlare e protrebbe aiutare anche me.  A scuola non ci avevamo ancora pensato, all’urlatore di sostegno…

Bicicletta berlinese

16 marzo, 2010 § 1 Commento

Prima che a Pinarella arrivino i fuochi di San Giuseppe, con la sagra della seppia e i turisti in cerca del sole ambiguo, l’inverno finisce ed io ripenso a Berlino, alla mia bicicletta rimasta a svernare nel cortile di Jonasstrasse sotto casa di Eeva, a Neukoelln.  Quella bicicletta alla fine dell’estate l’avevo portata in un cortile del Tiergarten (Berlino abbonda di cortili ovunque, che in tedesco si pronunciano Hoefe) a casa di Yago, che l’anno scorso lavorava al Patentamt, la succursale berlinese dell’ufficio brevetti europeo.  Poi a Natale Yago ha traslocato ed io sono andato a movimentare la mia bicicletta verso l’altro cortile, con l’annuncio del freddo e della neve fresca.  Yago abitava in un affitto medio-economico, trecentottanta euro al mese: stanze grandi ben riscaldate, appena un po’ buie forse, ma larghe e con la moquette. Unica stravaganza: un box doccia in cucina fra i fornelli ed il lavandino, per soddisfare le esigenze igieniche degli inquilini senza spese aggiuntive.

Per raggiungere casa di Eeva, salgo in metropolitana, linea 9 e linea 8 sotto il centro storico monumentale ex-comunista, fino ad Hermann-Strasse, all’estremità opposta del centro.  La casa di Eeva si nasconde in un angolo che il senso comune direbbe malfamato, nel cuore magrebino più sporco di Neukoelln.  Le strade della zona hanno quasi tutte nomi ebrei, come Eeva, che si presenta col cognome Elliot, ma riappare in Facebook col suo nome vero autentico di Hava Oz, quando la cerco per chiederle com’è Berlino in questi giorni.  E’ finito l’inverno? Mi sono messo ad insegnare ai ragazzi di tredici anni, lo sai, matematica a scuola.  “Hai proprio scelto il mestiere più difficile del mondo” mi risponde lei che invece studia alla Frei Universitaat, un dottorato di ricerca in fisiologia del linguaggio, con le apparecchiature che guardano il cervello dentro.

Dentro casa di Eeva non c’è quasi nulla: un affitto gelido di soli duecento euro al mese, riscaldato da una moquette grigia e da una stufa storica monumentale rivestita di ceramica verde, che incombe al centro della stanza come il monolito di Kubrik.  Quando raggiungo Eeva per lasciarle la bicicletta, lei mi fa sedere sulla moquette  e beviamo un te caldo. Dimentica di accendere la stufa, ma non ha fretta di farlo, nella casa c’è un silenzio sovrannaturale e la temperatura non supera i sedici gradi.  Parla piano, come se la voce fosse un optional: per comunicare bastano i gesti ed è sufficiente lo sguardo dei suoi occhi blu che sono per metà israeliani e per metà finlandesi.  Eeva racconta la sua vita che si è svolta fra un angolo e l’altro del mondo: quando era bambina ha vissuto sette anni ad Helsinki e sette anni in Sudafrica. Poi è stata in Israele, non pericoloso ma… troppo provinciale.

La storia del fisico quantistico espulso dal mercato del lavoro si sarebbe intrecciata bene con quella dell’ebrea ricercatrice errante. La bicicletta poteva essere il seme giusto per fare germogliare la storia, sulle tracce di un vissuto o nelle intenzioni di un narratore.  Ma la narrazione potrebbe seguire adesso le pieghe parallele di un’altra pagina, visto che il fisico quantistico è approdato all’insegnamento della matematica sulle rive dell’Adriatico, potrebbe incontrare un’assistente di volo licenziata dall’Alitalia e riconvertita all’insegnamento della lingua inglese.  Storia improbabile, ma non impossibile, un altro capitolo dell’ Aldini Furioso.

Laboratorio di psicologia

10 marzo, 2010 § 1 Commento

La psicologa era arrivata qualche settimana fa con un progetto di psicoterapia di gruppo, che si sarebbe dovuto svolgere nella mia seconda-b, una classe difficile, vista la concentrazione di stranieri a cui si aggiungono alcune alunne particolari, che il gergo tecnico psicologico definisce “seduttive”.  “Ah, davvero!?” avevo risposto: “non me ne ero ancora accorto…”.  Eppure avrei dovuto capire la difficoltà del contesto straniero e seduttivo.  Ma io sono nuovo qui e non ho termini di paragone, per cui l’istinto mi porta a ricondurre entro un orizzonte di normalità tutti gli eventi chimerici della seconda-b, ivi incluse le alunne cosiddette seduttive.  Sabato scorso era l’ultimo giorno in seconda-b per la psicologa.  Non ce la faceva più ed ha tagliato corto, ha gettato la spugna venti minuti prima della fine, dicendo che i ragazzi non la scoltavano, non ne volevano più sapere dei suoi giochetti di psicologia di gruppo. L’ultima ora del sabato, quando io dovrei raccontare eroicamente la geometria, la psicologa se ne va di soppiatto, lasciando la classe in sommossa.

Il mio orario in seconda-b è fatto per metà di ultime ore e per l’altra metà di penultime, tutte quarte e quinte ore prima delle quali i ragazzi sono allegramente impegnati in musica, ginnastica e disegno. Senza togliere nulla alla pari dignità degli insegnamenti, l’orario di matematica in questa classe non tiene conto del decadimento naturale della soglia di attenzione degli allievi dopo la ginnastica e dopo il mezzodì.  Se riesco a metterli tutti a sedere contemporaneamente, è un grande successo. Se poi  conquisto la loro attenzione per più di trenta secondi consecutivi, significa che ho detto qualcosa di veramente singolare, e mi viene il sospetto d’essere in fondo un mago, un medium o uno stregone.  La psicologa ritiene di dovere lavorare ancora in questa classe, per favorire la socializzazione fra gli alunni ed evitare che qualcuno resti escluso.  Avrebbe intenzione di utilizzare ancora le ore di matematica e di geometria per farli socializzare meglio.  A me pare, con tutto rispetto, che gli alunni di seconda-b socializzino già abbastanza bene.  Chi rischia l’esclusione in mezzo a loro sono gli insegnanti, e sono gli esperti di psicologia.

I ragazzi potrebbero restare chiusi in questa classe anche senza adulti, per cinque ore consecutive, e credo che non avvertirebbero nulla di veramente strano.  Darebbero comunque un senso alla loro permanenza a scuola  (un senso caotico, effimero,  scoppiettante, ma pur sempre un senso) anche senza la guida dell’ insegnante.  Ed io mi chiedo  se il professore, in quella posizione che occupa nella cattedra divenuta piccola sotto il peso degli anni, abbia ancora per tutti lo stesso scopo -di insegnare la matematica, di educare alle regole della vita da adulti- o se invece, nella turbolenza del mondo,  abbia acquisito anch’egli un senso caotico, effimero, scoppiettante, al punto da non distinguerlo più da tutto il resto, nella confusione.  Avrei voluto sapere dalla psicologa qualcosa in più su questo e su quel ragazzo, cosa gli passa per la testa, ma ciò esula dagli scopi del progetto, che ha il compito di tracciare solo un quadro d’insieme senza dettagli personali scomodi. Ma l’analisi d’insieme sono capace di farla da solo, per questo non mi serve aiuto.  Però, coi giochi di psicologia, qualcosa in più l’ho capito.

In seconda-b ci sono due gruppi, senza una distinzione netta fra chi appartiene all’uno ed all’altro, anche se esistono due poli di aggregazione che attirano e rendono la classe eccentrica, polarizzata: da una parte i “normali”, dall’altra i “trendy”.   Detto così, niente di strano, è nell’ordine del mondo.  Non stupisce che fra i normali ci siano i ragazzi più tranquilli, quelli che assomigliano ancora ai bambini di una volta, che studiano ed hanno qualche interesse per il programma scolastico. Ma fra i normali, già saldati all’interno del gruppo dei “normali”, ci sono anche i ragazzi e le ragazze  di prima alfabetizzazione, quelle che accompagnano le madri alle udienze, perchè le madri lavoratrici emigrate non sanno parlare italiano, mentre loro sì, e fanno da interpreti.  In mezzo agli ostacoli linguistici, mi stupisce la loro tenacia, la voglia di imparare e di migliorare, di arrivare primi.

Dalla parte opposta, il gruppo dei trendy si qualifica come antagonista di questa strana normalità.  Ai trendy non piace chi si impegna per la competizione scolastica, poco importa: sono altri i principi ispiratori del carisma (l’apparire, l’indossare, l’atteggiare, il provocare).  I “trendy” si fanno beffe dei “normali” e vorrebbero farsi beffe anche degli insegnanti, se non fosse che gli insegnanti hanno il registro in mano, una  forma di potere con cui bisogna scendere a patti… ostentano disinteresse per lo studio, perchè al mondo c’è altro (a tredici anni) e dissimulano così una triste povertà di voglia, e di curiosità.  Il gruppo dei trendy è fluttuante e si coagula attorno a femmine col ruolo di leader.  Non è detto che siano davvero più ricche, queste ragazze che vestono firmato e si atteggiano da indifferenti, ma se guardo la loro scheda anagrafica scopro spesso origini oriunde, padri italiani e madri straniere, radici miste intrecciate dal caso sulla riva dell’Adriatico, alla fine del Novecento.

Tredici anni a marzo

3 marzo, 2010 § 5 commenti

Fra febbraio e marzo il cielo cambia consistenza ed anche se è freddo non è più così freddo, ed anche se è buio non è più subito così buio.  Nell’aria succede qualcosa che amplifica i rumori in lontananza: sento di nuovo i camion in viaggio  sulla statale e l’abbaiare dei cani che rispondono ai margini dell’orto.  Il cielo ha un colore pastello che dipinge le cose di una luce non più cristallina, ma vaporosa, di stile adriatico come le pitture veneziane delle origini, quando le case galleggiavano sulla laguna e sembravano appese al cielo turchese.  Alle cinque della sera in pescheria a Cesenatico il sole entra diritto dalle finestre.  I raggi intensi ed orizzontali, prima del tramonto congiungono l’immaginazione del cosmo con l’alto adriatico, una linea ipotetica aggancia Cesenatico alla laguna, attraverso il Po e attraverso il ricordo delle Valli e di Ferrara.

Quando nel registro di classe vedo l’anno di nascita dei miei studenti ho un sussulto.  Oggi è il compleanno di qualcuno che è nato il tre marzo millenovecento novantasette.  Se ci penso, sento la scossa di un corto circuito, perchè ho perfettamente in mente cosa facevo il tre marzo millenovecento novantasette.   Le creature confuse e vocianti alle quali sono toccato in sorte come insegnante di matematica, hanno avuto la possibilità di crescere fino ad altezze di un metro e sessantacinque centimetri, in un tempo che a me sembra fuggito di mano.  Nel mese di marzo di tredici anni fa sentivo d’essere destinato ad una carriera fulminea in virtù di meriti autoevidenti, da un punto di vista evidentemente strabico.  In cielo brillava la cometa Hale-Bopp, una rivelazione del firmamento.  A causa di uno stupido incidente, la mia FIAT-Uno (che avrei rottamato pochi mesi dopo) aveva una enorme ammaccatura sulla portiera nel lato del passeggero, per cui viaggiavo con la FIAT-Tipo di mio padre, un’auto tutt’altro che nuova e poco scattante, senza servosterzo.

A Ferrara ci andavo ogni settimana in macchina, credevo di frequentare un corso di specializzazione universitario a spese dell’azienda che mi stipendiava generosamente per pensare allo zucchero, invece partecipavo alle lezioni fantasma di un corso già estinto e sopravvissuto  per la volontà pervicace dei soci ottuagenari dell’associazione nazionale fra i tecnici dello zucchero e dell’alcole.  Il corso aveva un nome altrettanto strano: tecnologie per la produzione dello zucchero e dell’alcole, ed annunciava un destino in dissolvenza.  Le ore di lezione erano concentrate negli ultimi due giorni della settimana lavorativa, giovedì e venerdì, con pausa-pranzo succulenta a spese dell’azienda, dove le quattro società zuccheriere nazionali facevano a gara nel rimborso-spese dei tecnici-rampolli, esibiti in quella sede in pompa magna e mostrati alle aziende concorrenti. Dopo mangiato, se non ci attardavamo in qualche ristorante periferico dal nome espressivo come “Il tagliere” oppure “Il testamento del porco” – i quali richiedevano l’automobile per essere raggunti, ed il relativo parcheggio – avevamo tempo per standerci a pensare in Piazza Ariostea,  sulla riva rivolta a sud, nel quadrato verde della piazza col sole di marzo in faccia.

Eravamo abbastanza giovani per confondere la nostra identità con quella degli studenti universitari e delle studentesse in attesa dei primi esami di giugno, che si toglievano le scarpe e parevano morte abbandonate sulla riva di Piazza Ariostea.  Ma noi eravamo paradossalmente ancora più giovani, vista la decrepitezza dei maestri zuccherieri, per i quali il nostro orizzonte di gioventù s’allargava fino ai trent’anni ed anche più in là, se ciò serviva a tenerci alla larga dalle incombenze concorrenziali dell’età adultà, fermi in un’adolescenza professionale pretestuosa e cortigiana.  Non potevamo lamentarci del ricco contratto di lavoro, nè delle nostre responsabilità risibili, tantomeno degli obblighi scolastici.  Dopo gli anni di studio a Bologna, a Ferrara vivevo un momento di svago nel mondo illusorio dei giovani professionisti destinati all’isola che non c’è.
Il mestiere di “tecnico dello zucchero” portava con sè un alone di mistero, ancor più esoterico del lavoro del fisico nucleare.  Bisognava chiedere ad un tecnico dello zucchero come si fa lo zucchero, per scoprirne i segreti: da dove comincia, come procede per arrivare ai cristalli bianchi?  Non era affatto semplice, per questo esisteva da cinquant’anni una scuola di specializzazione a Ferrara.  Fra i fondatori della scuola, l’ultimo sopravvissuto era spesso al tavolo della presidenza, in occasione delle riunioni annuali dell’associazione zuccheriera, seduto in una posa solenne da uomo d’altri tempi che aveva fatto la guerra, e che poi aveva ricostruito gli zuccherifici bombardati, consegnandoli a noi, qui ed ora, che eravamo pagati a tempo indetermitato per eseguire l’ultimo balletto, l’opera triste della chiusura.
Nel mezzo c’erano stati gli anni dello sviluppo tumultuoso in cui le barbabietole andavano ad occupare angoli remoti della penisola con gli zuccherifici annessi, aperti e dismessi nel volgere di poco, fra il sessanta e l’ottanta, perchè lo zucchero conveniva farlo altrove: in pianura, più lontano, più a nord.  Da sempre lo zucchero rincorre un “altrove” più consono alla natura della materia prima, barbabietola o canna che sia.  E nel mondo globale questo altrove è sempre più lontano, fuori dai confini nazionali e fuori dall’Europa.    Nel marzo millenovecentonovantasette, l’età dell’oro era già finita, ma Raul Gardini se lo ricordavano ancora bene quando arrivava in elicottero, elegante, ed entrava all’improvviso dalla porta di servizio con pochi altri: scambiava una battuta con qualcuno e ripartiva subito, chissà dove andava.  Non gli era bastato lo zucchero Eridania, aveva comperato anche quello francese della Beghin-Say, ma, dopo di lui, l’insolita conquista nel mercato francese si era ribaltata in un’occupazione francese del mercato italiano, coi dirigenti della Beghin-Say dislocati in Italia a presidiare le fabbriche Eridania, senza una parola di italiano in bocca.
Quando in automobile tornavo a casa, mi fermavo a Ravenna di notte e mi pareva d’essere a due passi dallo spirito di Raul Gardini, nelle strade archelogiche del centro, fra un battistero bizantino ed il cemento palazzinaro dei mausolei moderni.  Incontravo Francesca, qualche volta in carne ed ossa, qualche volta inafferrabile in un gioco a rincorrersi per ore al telefono, finchè lei scendeva a salutarmi sulla porta di casa, se ero fortunato.  A me bastava incontrarla con la scusa di parlare, stare insieme, fare tardi.   Ma lei  esigeva un figlio, diceva: subito!  Non ho mai capito se era seria quando parlava così, o se sia stato soltanto un modo per mettermi alla prova.  Se l’avessi assecondata, senza pensarci, forse avrei avuto fortuna, forse no.  Ma la possibilità che ho scelto è quella della mia vita.   L’altra possibilità, che allora non scelsi, si manifesta adesso ogni mattina a scuola, in quelle creature tredicenni che osservo e che, per la prima volta, cerco di capire.   Quando li guardo penso a loro, ma penso anche a me, e a tutto quello che sarebbe potuto nascere tredici anni fa.

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