Figlia di madre punk

25 febbraio, 2010 § 4 commenti

C’è un momento particolare nel lavoro a scuola per cui l’insegnante assomiglia un po’ al prete che confessa, un po’ al medico che indovina le malattie dei suoi pazienti ed anche un po’ allo scrutatore nei seggi elettorali.  Lunedì ho consegnato le pagelle.  I genitori dei miei alunni aspettavano educati fuori dalla porta, uno alla volta davanti ad un’aula di servizio all’ingresso della scuola.  Entrando in quell’aula io per primo ho sentito un odore stagnante, umido, e le finestre piccole appiccicate al soffitto erano da aprire immediatamente  se non volevo lavorare col ricordo di un obitorio ospedaliero.   Una alla volta ne ho viste entrare di tutti i tipi: madri asiatiche del vicino e del lontano oriente, madri sudamericane ed italiane con l’accento “di su” o “di giù”, con buona pace di chi proclama la difesa padana.

Dopo due ore di colloqui sento la schiena a pezzi: non sono abituato a viaggiare cosi velocemente dall’asia al sudamerica, tantomeno a parlare contemporanemante in tanti modi diversi, mica sono il Papa, io.  Per smaltire la tensione rimasta appesa alla colonna vertebrale, mi dirigo in pescheria a Cesenatico.  Alle cinque del pomeriggio si può trovare pesce freschissimo appena scaricato dalle barche: seppie, calamari, gamberi, ma anche pesce azzurro, tre euro e cinquanta al chilo, praticamente vivo.   Mentre attraverso la strada a piedi (fa freddo, il cielo è grigio, è proprio inverno sul porto-canale di Cesenatico) un’automobile mi suona bip-bip ed accosta, apre lo sportello per farmi salire.  E’ Alfio, il prof. di tecnica: “cosa ci fai qua?! Dai sali!” E’ con una signora, una donna molto più giovane di lui che dice d’essere la sua fidanzata.  Io ci credo, ma lui non mi aveva ancora detto di avere una fidanzata: donne sì, tante, di qua e di là, ma diverse, mai sempre la stessa. Ha voglia di scherzare come al solito e mi fa girare in macchina avanti e indietro per le strade alberate della città deserta, fino ad un  tabaccaio che d’estate vende cartoline e giocattoli ai turisti, ma d’inverno solo sigarette e gratta-e-vinci.

Decido di rimanere per un aperitivo in un bar che si affaccia a ponente sul porto-canale, con l’acqua alta e le barche dei pescatori pronte per ripartire a ridosso della darsena.  Guardacaso proprio lì, nel bar dove ci fermiamo per l’aperitivo, c’è la mamma della “Matti” con i capelli viola ed un’amica che mette in mostra dieci anelli di piercing alle orecchie ed una treccia arancione.  Il prof. di tecnica offre da bere a tutti e cominciamo a parlare.  Non avevo ancora incontrato la mamma della “Matti”, ma mi sembra superfluo intavolare con lei una discussione sui problemi comportamentali della figlia, alla quale ho insegnato le terne pitagoriche rincorrendola a staffetta fra i banchi.  La madre dice di avere avuto tre figlie con lo stesso uomo, poteva almeno aver cambiato uomo, tanto per cambiare, visto che quell’unico padre se ne è andato in Spagna con gli zingari rom qualche anno fa, facendo perdere le sue tracce.  Però telefona una volta al mese per sentire se stanno tutti bene: ha ancora un cuore, si capisce.   Adesso che arriva la bella stagione, lei rimette in moto il suo chopper e parte insieme a qualche amica, di uomini non se ne parla proprio, proprio no.

Credo di trovare un punto di contatto con le esperienze della mamma della “Matti” quando lei racconta la sua formazione in un collegio di suore, nel paese dell’entroterra dove anch’io sono nato.   Ma è un’illusione.  Le religiose dell’orfanotrofio di Forlimpopoli, piccole di statura, dall’accento forzosamente sudista, nei  ricordi della mamma della “Matti” assomigliano terribilmente alla suora dei Blues Brothers, in missione per conto di Dio. Alfio è avanti con i lavori, al terzo bicchiere grida: “La matematica non esiste!”  L’asserzione raccoglie il plauso dei presenti, oste compreso.  Ma io chiedo all’oste: “quando la sera chiudi la cassa, la matematica esiste?”.  Ebbene sì, esiste, ma solo per fare i conti alla fine della giornata.  Mi sento stretto nei panni del professore di matematica, con tutti i vestiti del mio guardaroba, proprio questi dovevo indossare?  Allora lascio che la mamma della “Matti” mi dia un po’ di consigli, visto che la matematica è inutile e serve solo a rattristare gli animi: niente più brutti voti.  Io dovrei preoccuparmi di fare ridere questi ragazzi che sono costretti ad andare a scuola ogni mattina. Dice: “dipingiti i capelli di blu e vedrai, saranno tutti più contenti!”.  Perché non dovrei dipingermi i capelli di blu?

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