Religione fuori orario

30 gennaio, 2010 § 11 commenti

La messa commemorativa si è svolta tardi, ieri pomeriggio verso le cinque vicino a scuola, di fianco all’ospedale, in una chiesa moderna di cemento armato senza finestre, che ha solo una fessura di vetro al colmo degli spioventi, dove di giorno entra un po’ di luce dall’alto come una lama, ma di sera è buio.  Il tetto scivola giù obliquo, tanto che la chiesa sembra una vecchia tenda da campeggio, dove dentro è umido e fa freddo. Il riscaldamento dovrebbe essere incluso nel prezzo della messa, ma se non è così, i sacerdoti dovrebbero almeno specificarne il costo a parte: pro adequata temperatura ecclesiae, da aggiungere alle altre prebende.  Ma si vede che non interessa, cosicchè il 29 gennaio i ragazzi della scuola media entrano in chiesa al freddo e al gelo, come nella grotta, infagottati in giacche a vento multiformi e colorate.

Mi ero dimenticato l’iper-realismo dei crocefissi appesi in alto sopra gli altari delle chiese moderne, orribili macchine da tortura che la consuetudine cattolica vorrebbe trasformare in segni di pietà.   La “cinesina” in prima fila mi riconosce e mi saluta con la mano, chissà come lo vede lei quel crocefisso.  A me viene da guardare altrove bruscamente, tanto è lo spavento.  Con tutta la genialità che la nostra civiltà ha profuso nelle belle rappresentazione di Cristo in Croce -pensiamo a Giotto o a Cimabue- non capisco il perchè di tanto orrore.  L’abbiamo messo lì in quella forma, forse per spaventare gli stranieri? Come i crocefissi piantati sui muri delle scuole e nei tribunali, innumerevoli riproduzioni in scala della morte in croce, come gli aculei di un istrice che non può difendersi in altro modo dai predatori in arrivo.   Una volta Gesù era lì per dare un senso alla quotidina sofferenza di giudici, insegnanti ed avvocati, ma adesso, sulla testa dei bambini, quel crocefisso mi ricorda tanto un film di Brian de Palma, come si chiama…? Carrie…!  Nelle chiese e nei luoghi pubblici non si vedono più i bei Gesù della storia dell’arte occidentale e mi chiedo perché.

La messa è concelebrata da due sacerdoti, uno anziano con la voce acuta ed uno più giovane che comincia subito con l’atto penitenziale.  Da tanto tempo non sentivo recitare un mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.  In chiesa lo dicono tutti in coro e lo ripete anche il preside della scuola, che è proprio davanti a me.  A me sembra strano parlare così: io sono qui per commemorare una persona scomparsa, la mia partecipazione è un semplice gesto di civiltà, che colpa ne ho?   Ma questa è una messa in piena regola, poche storie: prima lettura, salmo, seconda lettura, vangelo, eccetera eccetera.  La prima lettura è un brano tratto dal libro di Samuele, un discorso molto particolare che ricordo di aver letto già qualche tempo fa, nella bibbia che ho a casa.   A dire la verità non l’avevo capito bene per cui lo ascolto con interesse e spero finalmente di trovarci un senso.  Ma il discorso è confuso, neanche stavolta è chiaro cosa combina il Re David, con le sue concubine e l’esercito che scorazza in lungo e in largo a fare man bassa di quello che trova in Israele.  Mi fermo a pensarci un po’ e mi sveglio che siamo già al vangelo, in una storia più facile da capire, quella del granello di senape o “senapa”.  Ma quando penso alla senape, mi viene automaticamente la domanda: “senape o ketchup?”

Comincia la predica.  Guardo il Sacerdote giovane che parla e penso che un prete è fondamentalmente diverso da un insegnante.  Nessun professore potrebbe permettersi di parlare così a lungo alla sua classe.  A un insegnante sono concesse frasi brevi (al massimo due subordinate) per un limite di venti secondi.  Con un discorso più lungo, i segni dell’apocalisse -che il Sacerdote può solo evocare senza vedere- si manifesterebbero subito fra i banchi di una scuola.   Ascolto in silenzio la voce chiara del prete e penso che quella voce possa essersi formata alle scuole di comunità, in qualche raduno di  Comunione & Liberazione, sentiti i discorsi iperbolici, le provocazioni con cui stordisce definitivamente i ragazzi infreddoliti in chiesa.  Dice che una persona muore due volte, se sopravvive solo nella memoria della gente che ha incontrato in vita, e ripete che la nostra partecipazione a questa messa sarebbe soltanto una presa in giro, se… (non ricordo la condizione).  Questa predica mi confonde le idee come la storia del Re David, ma, per fortuna, prima della fine arriva il momento in cui tutti si stringono la mano, uomini e donne: “la pace sia con te”, finalmente un’idea chiara di religione che fa bene allo spirito.

Alcuni ragazzi suonano le canzoni della messa con la chitarra, insieme ai loro insegnanti di musica.  Una professoressa con gli occhiali ed un pellicciotto stretto al collo dirige il coro con un piglio autentico da professoressa.  Gli insegnanti di musica sono i veri capitani di questa celebrazione,  la musica è  importante per i ragazzi di quest’età.  Deve averlo detto anche Socrate in qualche dialogo platonico, e devono averlo ripetuto altri nel corso della storia, che la musica, il ritmo, la ginnastica, vengono prima della matematica, della grammatica e della religione.  E’ un’idea da prendere in considerazione per la prossima riforma della scuola media.

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Nebbia

25 gennaio, 2010 § 6 commenti

La nebbia a mezz’aria sale e scende sulla spiaggia, come la brina che si posa dappertutto la mattina presto. La nebbia dovrebbe sciogliere la brina, ma è troppo freddo, nebbia e brina si confondono.   Il faro intermittente a Cesenatico fischia per i naviganti, ma chi è in mare trova la via di casa in un altro modo, non usa di certo quel fischio lugubre sospeso nella nebbia.   Qualche volta lo sento anch’io da casa: è la voce di un altro tempo che parla da lontano all’andirivieni forsennato del mondo. Ha qualcosa da dire alla gente in fila nei supermercati, alle automobili che non trovano parcheggio, al SUV incastrato in doppia fila.  Quando il faro fischia, so che nell’orto dietro casa l’aria fuma in silenzio attorno ai rami del pioppo.

Non ho ancora capito cosa passa per la testa dei ragazzi di seconda media ai quali sono capitato in sorte come insegnante di matematica.  Nessuno sa dirlo, è un segreto che il professore scomparso si è portato nella tomba.  Provo a fare un po’ di domande, per esempio: “il perimetro del rombo, come lo calcoliamo?”. Silenzio, nessuno ricorda cos’è un perimetro.  Hanno fatto le aree, il perimetro no, ma uno di loro alza la mano ed azzarda una risposta: “i lati del rombo sono tutti uguali, allora…” però i suoi compagni non lo seguono -parlano a voce alta- non so di che cosa stiano parlando, affari loro.  Passiamo ad una domanda più semplice: l’area del triangolo!  “Come si calcola l’area di un triangolo?”   In classe scoppiettano i frammenti di una risposta: base, altezza, per, no, diviso, altezza per due, altezza diviso due, altezza per base…  In mezzo a tanta confusione i ragazzi sono già convinti di aver detto la cosa giusta e ricominciano a chiamarsi ad alta voce da un lato all’altro dell’aula, come se la principale attività scolastica fosse parlar d’altro ed io -con le mie domande- un elemento di disturbo.

Mi spaventa l’idea che non ricordino neppure l’area del triangolo.  “Base per altezza diviso due” per me è una filastrocca della scuola elementare, ma adesso perdo l’orientamento quando mi accorgo che metà di questa seconda media non sa di che cosa sto parlando, o forse finge, vorrei convincermi che sono soltanto distratti: “pensate ad altro!? su, concentratevi!”.  Apro il libro di testo, scelgo un’espressione con le potenze e le frazioni, chiamo qualcuno alla lavagna per risolverla, troppo lunga, prendiamone una più corta, troppo difficile, eccone allora una più facile: “ma vengono dei numeri troppo grandi, prof!”  Gli esercizi sul libro sono tutti difficili, così mi invento io un problema. Per trovare gli esercizi del livello giusto, devo procurarmi un sussidiario delle scuole elementari, non un libro moderno, ma un testo di venti, trent’anni fa.

Passiamo a scienze.  Durante le vacanze di Natale i ragazzi dovevano preparare una ricerca, ma qualcuno di loro non l’ha fatta: “tanto il professore è morto”.  Per stanarli dico a tutti che non ci sono scuse, devono presentare a me il lavoro che era stato loro assegnato: senza ricerca, cinque in pagella!  Si fa avanti una ragazza silenziosa e distinta, non la stordisce il baccano dei suoi compagni di classe.  Vuole presentare subito la ricerca di scienze, è una presentazione fatta con il software Mimio, all’avanguardia delle applicazioni didattiche dell’informatica.  Nei fogli scritti al computer, spiega i legami covalenti e polari, tira in ballo gli orbitali atomici e prova a spiegare il concetto di elettronegatività.  Intanto i suoi compagni di classe si accapigliano dall’altra parte dell’aula e io devo urlare come Tarzan per rimetterli a sedere.  Il concetto di elettronegatività mi appare come un tuffo nell’acqua blu sotto il sole della canicola.  La ragazza vuole sapere, provo a concentrarmi, devo dire qualcosa soltanto a lei e ci appartiamo per qualche istante come i membri di una società segreta.

Poi torno in mezzo agli altri e cerco di dominarli dall’alto con tutto il mio corpo, come uno stregone.  Mi sento a mio agio e mi pare quasi che il professore giusto oggi a scuola debba confondere il suo ruolo con quello del capotribù, poco intellettuale e molto sensitivo.   E a quelli che fanno le belle ricerche sugli atomi, sui legami chimici e sull’elettronegatività, bisognerebbe avere il coraggio di dire che, in questa scuola, non c’è posto per loro.

Il tempo degli altri

20 gennaio, 2010 § 2 commenti

Sento la campanella e vedo all’improvviso di nuovo i miei giorni da studente: un nodo in gola (avrò studiato?), non ricordo, devono forse interrogarmi?  Proprio adesso che il primo quadrimestre sta per finire, lo strano gioco del destino mi riporta fra i banchi di una scuola e mi sembra d’essere ancora lì al mio posto, in fondo, con la carta geografica dell’Europa alle spalle, nell’ultimo banco centrale.  Non oso sedermi in cattedra e dico a me stesso che preferisco stare in piedi: è un modo per rispettare la memoria del professore di matematica che è morto la domenica dopo Natale.  Ma io sono qui per sostituirlo e non posso più nascondermi nell’ultimo banco.  Cammino verso la finestra.  Davanti a me guardo i ragazzi già seduti in silenzio, un silenzio innaturale.  Dopo le altre vite già cominciate ed abbandonate chissadove, la mia scuola comincia così, con un’orazione funebre, e trovo forse le parole giuste, come se il mio mestiere fosse sempre stato quello di andare di scuola in scuola a tessere gli elogi dei professori morti all’improvviso, davanti ai loro allievi che non sanno cosa dire, orfani di matematica, di lettere o di scienze.  Nei primi banchi due ragazze piangono, qualcuno ha imparato solo stamattina che il professore non c’è più.

Il preside non mi conosce, mi saluta all’ingresso ma in classe non si fa vedere: “guardiamo come va”, la situazione non è preoccupante, tanto che mi chiede di fare il coordinatore, un incarico lasciato vacante dal professore di matematica.  Io non so cosa vuol dire e lui risponde che devo farmi aiutare dall’insegnante di sostegno: “e chi è?” non sapevo di avere a disposizione un insegnante di sostegno…  Non trovo il registro, è rimasto chiuso a chiave in un cassetto e delle chiavi si sono perse le tracce: il professore se le era portate a casa, insieme ai libri di testo, come si chiamano i libri? Pitagora, e l’altro, di scienze… Zanichelli.  La scuola non ne ha altre copie e così entro in classe senza registro e senza libro, giovedì sette gennaio.  Sei giorni dopo, una collega mossa a compassione mi presta il suo Pitagora.  Invece il registro lo troviamo nel cassetto, lì dove sarebbe dovuto essere, aperto dal professore di musica con la chiave d’emergenza. Nel registro c’è scritto ben poco, il morto era un fuoriclasse.

L’applicata di segreteria compare bruscamente e strappa l’etichetta dal cassetto: “no, non così!”, mi viene da pensare che non è bello quel moto stizzoso contro l’ultima traccia del professore scomparso e quasi mi dispiace vedere già il mio nome stampato a caratteri grandi, rotondi e bambineschi, al posto del suo, in uno di quei cassetti legnosi, vecchi, quasi antichi, memori di innumerevoli cambi di appartenenza.  Il professore di musica ha trovato il registro e mentre me lo porge comincia a cancellare dalla copertina il nome del collega, ma io non ho il coraggio di continuare, non mi sembra giusto, è troppo presto.  Eppure funziona così, quando muore qualcuno, chi passa lì  per caso, salta dentro e prende la vita di chi non c’è più, è una specie d’incarnazione nel tempo di un’altra persona.

I primi tre giorni a scuola hanno una durata inverosimile.  Fuori non riesco a fare altro, solo sto fermo in silenzio ad ascoltare i concerti di Bach.  A tratti mi appare la vita del professore morto, che non è ancora la mia, quando entro in classe e i bambini mi corrono incontro, tre, quattro, cinque, sei tutti insieme con il quaderno aperto ed una domanda a testa a cui dovrei rispondere all’istante, mentre gli altri al loro posto fanno gli equilibristi in piedi sulla sedia, lanciano astucci, strappano carta e vanno e vengono davanti alla cattedra con la scusa del bagno.  La “cinesina” in prima fila chiede di andare alla lavagna, la rumena di prima alfabetizzazione vorrebbe dirmi qualcosa (cosa?) e la ragazza dichiarata “problematica” si rotola per terra recitando ad alta voce sermoni incomprensibili.  Per fortuna arriva l’insegnante di sostegno e incomincia a gridare a questo e a quello: è una donna alta e massiccia che dovrebbe insegnare ginnastica, invece è qui con me, a sostenermi.  Ho la testa che gira e non sento più l’esigenza di viaggiare in automobile. Tutto intorno a me sembra muoversi, come un vascello in rotta polare fra le nebbie e le brine, negli orti di Pinarella.

Senza libri, non so da che parte cominciare, ed il professore si è pure dimenticato di depositare la programmazione in segreteria.  Spero finalmente di avere qualche risposta nella prima riunione.  Al collegio dei docenti mi aspetto d’essere almeno presentato ai colleghi.  Ma il preside parla d’altro: orario,  iscrizioni, tempo prolungato, varie ed eventuali, neanche un cenno al morto.   I professori impiegano tre ore per discutere come distribuire le ore di matematica nel calendario del prossimo anno.    Una donna si alza, vorrebbe un gesto di commemorazione per il collega scomparso, ma il preside la zittisce: non è questo il luogo, nè il momento.   Allora quando?

Luna nuova

16 gennaio, 2010 § 2 commenti

Le onde si dissolvono a riva, stagnanti fra la sabbia.  La loro forma riaffiora in miniatura sulle minuscole curve capricciose stampate con operosità malleabile lungo chilometri di costa.  La bassa marea scolpisce fondali riemersi da chissà quale profondità, con le vongole fresche sparse a riva, e i gabbiani saltellanti come animali da cortile sulla sabbia fra mare e terra.  La luna nuova riemerge dall’ombra, ma la falce non si vede ancora, mentre il sole va giù nel vapore rosso della sera.  Guardo i gabbiani, hanno il becco nella sabbia: sono tanti, questi uccelli selvatici in branco, e a me pare d’essere ai margini di una savana o in una tundra, ai confini della civiltà. Si muovono insieme, scappano, tornano e si fermano di nuovo con il becco infilato nella sabbia.  Li vedo e mi accorgo che sono piccoli, poco più che pulcini con le gambe diritte, e corrono e beccano e ripartono.  Gli uccelli di questa specie allevano i nuovi nati nella stagione fredda, forse è normale o forse è un’abitudine indotta dal clamore dell’estate, una rivincita della natura che in Adriatico si vede solo d’inverno. Poi penso all’eleganza nordica dei gabbiani e mi sembra normale che essi debbano venire al mondo adesso, sull’acqua limpida, dentro l’orizzonte smisurato dell’inverno.  A riva qualcuno dei più piccoli resta indietro, io mi avvicino e lui si spaventa: “vai, corri, torna nel branco!”.   Si sposta a zig zag ed è buffo, ma a me ricorda ormai qualcosa di familiare.  I bambini di dodici anni corrono allo stesso modo, nei corridoi della scuola media di Cesenatico.

Dieci giorni fa non immaginavo di interrompere così bruscamente il mio inverno berlinese.   Sarei dovuto ripartire l’undici gennaio, ma rimandavo l’acquisto del biglietto, non so perchè, da un giorno all’altro. Avevo organizzato quasi tutto, il nuovo corso di tedesco, l’alloggio di Adolf Scheidt Platz, ma il quattro gennaio ricevo una telefonata per un posto da insegnante di matematica alla scuola media di Cesenatico, diciotto ore settimanali fino a giugno.  No, proprio no, non ne voglio sapere: penso ai miei concerti alla Philarmonie, alle saune di Neukoelln. Meglio Berlino, meglio la cassa integrazione.  Poco prima avevo scambiato qualche parola con Olivo: eravamo colleghi all’università e adesso lui lavora a Zurigo. “Non andare ad insegnare” mi diceva: “la scuola ti distrugge il cervello”.  Ma Olivo è un sismologo e la Confederazione Elvetica gli offre sessantamila euro all’anno (senza tasse) per quello che fa di professione.  Oltre alla cassa integrazione, l’unica somma che io posso ancora riscuotere, in virtù della mia professionalità fuori luogo, sono i trentottomila euro lordi una tantum messi in palio dalle organizzazioni sindacali per gli operai del settore bieticolo-saccarifero che si tolgono di torno.   Dopo quindici anni di zuccherificio non mi resta molto da distruggere, oppure sì, non lo so, ditelo voi.  Così non ho resistito alla tentazione, ci ho pensato un giorno e una notte, e la mattina del sette gennaio ho deciso di presentarmi a scuola.

Pensavo di sostituire un insegnante in aspettativa o di prendere il posto di una donna in maternità.  Non immaginavo che sarei andato ad occupare la cattedra di un professore morto il 27 dicembre per infarto.  Non so che dire, spero soltanto che le cause del decesso non siano riferibili al lavoro che faceva.

Il capufficio

11 gennaio, 2010 § 1 Commento

Gli auguri di buon anno me li ha fatti anche il signor Medri, che era capufficio a Cesena, negli anni in cui saremmo potuti diventare il primo centro di ingegneria in Italia per la progettazione di impianti zuccherieri. Lavoravamo in via Benedetto Croce, negli uffici della Direzione Tecnica SFIR rimessi a nuovo nel 1996 con un bel pavimento in cotto, le piastrelle di manifattura spagnola e le porte di legno massiccio.  Il signor Medri si alzava raramente dalla scrivania piazzata come una cattedra al centro della stanza che condivideva con il suo collaboratore, un disegnatore di quarant’anni dall’aria inspiegabilmente giovanile. Si alzava di rado, in virtù di una teoria che amava raccontare di tanto in tanto con parole ricercate, voce impostata e lunghe pause: “Il mondo si divide fra met-ìn-culi (l’accento sulla seconda sillaba) e prend-ìn-culi: un giorno ti accorgi d’essere met-ìn-culo, un altro giorno prend-ìn-culo, ma non lo sai finché non ti alzi la mattina.” Dunque, nell’incertezza fra le due posizioni, era meglio rimanere seduti.  Usciva dalla scrivania solo quando lo chiamavano i dirigenti (ed allora, purtroppo, doveva constatare l’appartenenza alla categoria dei prend-ìn…) per una riunione di corridoio o per un incontro a porte chiuse dove si sarebbe dovuto addossare qualche colpa: in fondo lo pagavano anche per questo.

Il nome di Medri risuonava con un grido: “…dai, va là, vieni qua!” quando serviva un preventivo per una nuova fabbrica balenata in mente all’ora del caffè al piano di sotto. Quand’era in visita l’anziano dottor Maraldi bisognava rispondere in fretta, era il padrone!  A volte bastava scrivere a penna un numero, una quantità, un prezzo, tanto che il signor Medri era abituato a dare i numeri, con la complicità del dottor Ridolfi, che sottobanco qualcuno chiamava “il Senegalese“.  Quel soprannome -davvero buffo per un cinquantenne romagnolo aitante- gli si era appiccicato a causa di una battuta un po’ di tempo fa, una volta che sarebbe dovuto andare a Foggia, non in automobile come al solito, ma in treno. L’idea di muoversi in treno lo faceva inorridire.  “Non sono mica un Senegalese” diceva e ripeteva in dialetto romagnolo: “An so miga un senegalis“.  Quando lavoravamo insieme, Medri non esercitava un controllo sulle mie attività, nonostante fosse il capufficio.  Lo vedevo comparire accigliato davanti a me, solo quando dovevamo prendere accordi sull’auto aziendale.   Nell’anarchia della direzione tecnica, ognuno gestiva liberamente la propria attività finchè cause di forza maggiore non fossero intervenute a determinare uno spostamento od il trasferimento in altra sede, eventi tipici di molte aziende, ma, almeno nel nostro caso, del tutto imperscrutabili.

Ora mi sorprende sentire al telefono Medri che racconta cosa sta succedendo negli uffici di Cesena, come se ciò interessasse ancora entrambi, legati insieme da un rapporto che non è più di lavoro, ma d’affetto.  Lui è in pensione da tre anni, io in esilio da sette: prima nella pancia della fabbrica di Forlimpopoli, poi, da quando lo zuccherificio non c’è più, in cassa integrazione.  Gli impiegati ancora al lavoro nell’ufficio tecnico di Cesena -una decina di persone scampate fino ad ora all’isolamento ed alla cassa integrazione- sono state convocate dal direttore, sempre lui, Giampiero Ridolfi il “Senegalese”, che non è più dipendente S.F.I.R. ma è ancora lì, al suo posto, con uno stipendio doppio da pensionato consulente, pagato adesso per convocare i suoi uomini di una vita e dirgli che non c’è più lavoro, basta: le riconversioni sono finite, tutti a casa! Ma come, anche loro, proprio loro, i fedelissimi? Quelli rimasti a fianco dell’impresa nel momento più difficile della transizione, a cui veniva detto d’avere fiducia, di non andare in giro a cercare altro, perchè a loro sarebbe stato garantito un posto…, insomma, anche loro come gli altri  in cassa integrazione, con la prospettiva della mobilità.

Medri non è stupito: il suo semplice modello “binario” dei rapporti umani interpreta perfettamente ciò che accade. Certuni si sono illusi, ma la vera natura del lavoro dipendente, che si manifesta inesorabilmente prima o poi, è quella del prend-ìn-culo. Almeno gli operai di Forlimpopoli sono nel solco delle tutele sindacali.  Gli impiegati di Cesena credevano di non averne bisogno, visto il rapporto di prossimità con la famiglia proprietaria, per quei saluti a denti stretti quando incrociavano gli eredi su e giù per le scale, ma non è bastato. Il padrone è vecchio, malato, e gli eredi affilano i coltelli per spartirsi le spoglie della proprietà sul cadavere del vecchio.  Gli impiegati sono nel mezzo, se conoscessero le buone maniere se ne andrebbero in punta di piedi, senza disturbare, ma hanno ancora bisogno, anche loro tengono famiglia e farebbero qualunque cosa pur di conservare lo stipendio:  che scatole questa gente che si attacca e che crede a buon diritto di possedere una quota della società, solo perchè ci ha lavorato per un po’ di anni, venti, trenta….  Ma adesso che è finita, dove li mettiamo!?

L’anno in deroga

4 gennaio, 2010 § 1 Commento

Il 29 dicembre arrivo per ultimo alla riunione sindacale, alle due di un pomeriggio grigio.   Potrei parcheggiare l’auto dentro il recinto ma preferisco lasciarla fuori, accanto alle altre in sosta sotto i pini sempreverdi che resistono alle demolizioni ed ai cambiamenti di nome di quella che era la “società fondiaria industriale romagnola”.  Non fa più freddo come i giorni scorsi. Passo accanto alle automobili lucide e seminuove dei dieci operai e dei quattro impiegati che sono già là, dentro gli uffici della palazzina, oltre il recinto divelto e rimediato, sotto i pini sempreverdi ormai vecchi di cinquant’anni.  Questo gruppo è il più piccolo fra quelli in cui si dirama la decadenza della famiglia SFIR: altri gruppi più grandi si trovano a Cesena,  a Foggia ed a Ferrara, per un totale di centoquarantanove persone ancora in cassa integrazione.

Mi siedo nell’ultimo posto libero. La sala riunioni è piccola e quindici persone ci entrano a malapena.  In questa fabbrica non c’è mai stata una vera sala riunioni: l’ultimo direttore, che era un uomo pratico, tre anni prima della chiusura aveva deciso di trasformare il suo ufficio in sala riunioni, mettendoci dentro un grande tavolo rettangolare con molte sedie, ma adesso che non c’è più la fabbrica, quell’ufficio è finito nel cumulo di macerie che si staglia contro il cielo grigio.  Gli infissi di alluminio dell’unica finestra, dietro le spalle dei delegati sindacali, incorniciano le macerie ed i rami diritti di un albero senza foglie che pare un’allegoria dell’inverno.  Come altra gente seduta a questo tavolo, anche i due delegati erano operai dello zuccherificio, addetti rispettivamente al reparto cristallizzazione ed all’essiccamento.  Quei due me li ricordo giovani e mori, ma quattro anni di vita lontano dalla fabbrica,  le attese interminabili nei palazzi del potere, hanno cambiato i tratti della loro fisionomia: non solo i capelli sono diventati improvvisamente grigi, ma anche la bocca è cambiata, sembra più grande, e le mani sembrano più piccole ed impacciate, con tutta quella carta fra le dita.

Dei due parla per primo l’uomo della ci-gi-elle. Dice d’essere soddisfatto. I risultati della contrattazione sindacale italiana garantiscono la cassa integrazione per il quinto anno consecutivo:  “Non succede da nessun’altra parte in Europa,  c’è da esserne orgogliosi!”.  Non è stato facile, anzi non è facile raggiungere l’accordo condiviso, perchè all’appello manca ancora la firma di Eridania, un ex-nome della concorrenza che vorrebbe negare ai propri dipendenti il diritto a dodici mesi di cassa integrazione straordinaria in deroga, dopo tre anni già consumati di cassa integrazione straordinaria.   Per ricevere ancora lo stipendio a fine mese, bisogna accettare definizioni lunghe come i titoli della Wertmuller: quando finisce la cassa integrazione comincia la cassa integrazione straordinaria e, se non basta, ci si appella alla cassa integrazione straordinaria in deroga, come dire: un’eccezionale straordinarietà di cassa per operai e padroni seduti al tavolo delle trattative.  Fra un anno saranno ancora seduti lì ad invocare un’ulteriore deroga ancor più straordinaria, finchè qualcuno farà saltare il tavolo come succede nelle bische, quando chi trucca il gioco capisce di avere esagerato.

Eridania vorrebbe farlo saltare subito, questo tavolo, perchè ha già tentato la riconversione senza riuscirci. Sembrava facile trasformare gli zuccherifici in centrali energetiche, per dare continuità al lavoro dei dipendenti, ma la gente che abita attorno alle fabbriche ha avuto il sospetto che le riconversioni servissero a bruciare rifiuti pericolosi.   Hanno fatto di tutto per ostacolare i nuovi impianti industriali e ci sono riusciti.  Senza riconversione non possono arrivare i soldi dell’indennizzo europeo, visto che la trattativa italiana vincola l’indennizzo alla continuità industriale dei siti produttivi.  Per i ministri di Bruxelles sarebbe stato sufficiente demolire i vecchi impianti, con l’aggiunta di misure adeguate affinchè nessuno perdesse il lavoro ed il relativo stipendio.  “Lavoro” e “posto di lavoro” sono due concetti diversi che nella trattativa italiana vanno a coincidere, stretti insieme nel vincolo della riconversione industriale, per cui nessuno può essere licenziato, mentre le imprese hanno l’obbligo di ricollocare nelle fabbriche riconvertite tutti quelli che, nel frattempo, non se ne vanno volontariamente.  Nel frattempo… quel tempo ha un ruolo cruciale nel plasmare la volontarietà dei dipendenti che scelgono d’andarsene.

L’uomo della ci-gi-elle dice d’essere tutto sommato soddisfatto, perchè la società fondiaria industriale romagnola, alla quale noi apparteniamo, ha agito con maggiore determinazione nel mettere in campo la riconversione industriale.  Si vede già qualcosa oltre le macerie, al di là dei rami spogli dell’albero rinsecchito inquadrato dagli infissi della finestra.  I magazzini del vecchio zuccherificio sono diventati un impianto di confezionamento e la nuova società insediata là dentro dice d’avere un posto per tutti gli operai in cassa integrazione! Non subito, fra un po’, ma quando?  Non si sa, forse fra un anno.  Ma la nuova società non è proprio nuova, raccoglie l’eredità  di un’impresa in crisi che ha ancora macchine e operai a cinquanta chilometri da qui.  Tutte le macchine dovrebbero essere trasferite nel luogo della riconversione ed anche gli operai dovrebbero arrivare, con la promessa di nuovi posti di lavoro, ma quali posti? Gli stessi posti destinati ai cassintegrati dello zuccherificio, una poltrona per due, sperando che qualcuno inciampi per strada.   Le parole “trasferimento” e “riconversione” mescolano le carte di due crisi aziendali che vorrebbero neutralizzarsi a vicenda, come se si trattasse di un prodotto algebrico in cui “meno” per “meno” fa “più”.

Gli operai seduti al tavolo della riunione ascoltano agitati.  Anche se ricordassero tutta l’algebra che hanno studiato a scuola, non capirebbero ugualmente la logica dell’operazione.  Un anno di cassa integrazione straordinaria in deroga allontana per un po’ il dolore, ma non il male incurabile della crisi. Fra un anno saranno di nuovo tutti qui, pieni di domande, ad ascoltare altre mezze risposte, deroga su deroga, come un disco che ripete ossessivamente lo stesso solco, finchè qualcuno, da fuori, non verrà a fermarlo.

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