Robe turche e pasticcio italiano

7 dicembre, 2009 § Lascia un commento

Il matematico turco Verruh ha l’abitudine di chiudere a chiave la porta della sua stanza quando esce. Nessun lo faceva in questa casa prima di lui, non lo faccio io e non lo fanno neanche i proprietari nelle loro rispettive camere, dove tengono i libri, i computer ed altri oggetti personali in bella mostra. Mi sono ormai abituato al rumore della chiave nella serratura di Verruh, non credo che sia un segno di diffidenza verso di me: con quel rumore mi informa sui suoi spostamenti fuori casa, senza bisogno di dire “esco” o “sono tornato”. Io invece, che non chiudo ancora a chiave la mia serratura, quando esco lo chiamo per dirgli dove sto andando. Lui si affaccia nel piccolo spazio comune della nostra cucina e commenta con il consueto spontaneo stupore quello che dico, come se fosse uscito in quell’istante dal mondo delle idee, anzi no, dei numeri.

Sabato gli dico che ho intenzione di andare alla Porta di Brandeburgo, dove dovrebbero esserci i manifestanti del No-B-day. Verruh risponde in inglese: “My god, ci sarà la polizia, sarà pericoloso!”, poi, scherzando, dice che si prepara per una testimonianza in caserma, nel caso dovessero arrestarmi. Provo a spiegargli che non dovrebbe esserci nessun problema: l’unico rischio concreto è quello di non essere presi sul serio, nell’Italia delle barzellette, ma ci sono abituato. Verruh da parte sua dichiara che preferisce stare alla larga dalle manifestazioni, anche se ci sarebbero validi motivi per partecipare. Non solo quelle contro, ma anche le manifestazioni a sostegno del governo possono diventare pericolose. In Turchia è già successo in anni niente affatto remoti che un’intera classe dirigente è stata decapitata da un gruppo antagonista, il quale ha incarcerato politici e ad anche professori universitari. Le biografie scientifiche di alcuni colleghi turchi sono inquietanti, si interrompono all’improvviso, senza una data di morte. E’ facile immaginare che gli accademici fuori circolazione stiano ancora scontando qualche pena abnorme, in un carcere nazionale di massima sicurezza. Verruh non è proprio tranquillo, forse la sua casella di posta elettronica è già sotto controllo.Ma lui dice di sì sempre a tutti, cosa deve temere? Dice a tutti di sì, poi torna nel mondo dei suoi numeri, dove nessuno lo può disturbare.

Sabato 5 dicembre, verso le tre del pomeriggio, davanti alla Porta di Brandeburgo quattro furgoni della polizia a protezione della manifestazione sembrano perfino troppi per quel gruppo pacifico di alcune centinaia di persone, giovani soprattutto, che vanno e che vengono con qualche striscione e molti cartelli. Il più grande – Achtung Europa! – fa da sfondo alle automobili in coda davanti al semaforo del Viale 17 Giugno, proprio lì dov’era il muro. I manifestanti rumoreggiano in piazza con la musica di un impianto improvvisato, come ai tempi delle proteste universitarie. Due giovani militanti infagottati di viola, un tedesco ed un italiano idealtipi delle rispettive razze, prendono il microfono e salgono su un palchetto al centro della piazza. Cominciano a leggere un documento, come un proclama, tradotto simultaneamente in tedesco dal collega biondo. Il pubblico si appassiona, scrosciano applausi e sento di nuovo il calore delle manifestazioni giovanili, come a Bologna nel 1990, ai tempi della Pantera. In un lampo riaffiorano i ricordi degli anni dell’Università, quando qualcuno alzava la bandiera per dire che “la ricerca è libera, senza padroni!”. Io guardavo chi parlava a quel modo con curiosità e diffidenza: avrei fatto ricerca anche per i “padroni”, se solo me lo avessero chiesto, ma non immaginavo a cosa sarei andato incontro.

Questo però non è più il 1990 e non siamo a Bologna. Dietro ai relatori si alzano le colonne della Porta di Brandeburgo: siamo a Berlino, nel laboratorio del futuro d’Europa. Fa un certo effetto trovare proprio qui, sotto la Porta di Brandeburgo, alcune giovani voci sconosciute della cultura italiana, che in un solo pomeriggio sanno dire più cose di quelle raccontate da rai1 in un intero palinsesto annuale. Il loro discorso azzera le ideologie: parlano di dignità dei cittadini, di rispettabilità delle istituzione messe a dura prova da un assalto senza precendenti dal dopoguerra, in Italia. I ragionamenti, a volte un po’ complicati in lingua italiana, diventano magicamente più brevi e semplici nella traduzione tedesca simultanea, tanto che penso, così, per la prima volta, che la caotica disorganizzazione dell’Italia sia solo il riflesso della complessità di una lingua con troppe sfumature. Se così fosse, il ministro Renato Brunetta dovrebbe imporre subito il Tedesco come lingua della pubblica amministrazione: cosa aspetta!? Dopotutto anche il “dittatore” di Woody Allen aveva dichiarato che lo stato di Bananas avrebbe avuto lo “Svedese” come lingua ufficiale.

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