Riepilogo musicale

24 dicembre, 2009 § 1 Commento

La doppiezza di Berlino si vede ancora nella ridondanza dei luoghi per la musica che luccicano ovunque: due Teatri dell’Opera,  l’Auditorium ed il Konzerthaus, entrambi con due sale, una grande per l’orchestra sinfonica ed una piccola per la musica da camera.  L’offerta musicale di Berlino è così abbondante che porterebbe alla rovina chiunque avesse voglia di comperare biglietti per tutto quello che viene offerto.  Così, come soggetto a rischio, mi sono dovuto imporre alcune regole: non più di due o al massimo tre concerti la settimana, sempre e rigorosamento con i biglietti più economici. I prezzi che nei teatri italiani darebbero diritto ad un posto nel loggione, nelle sale da concerto berlinesi collocano lo spettatore in posizioni laterali o lontane, piuttosto scomode per la visione, ma non per l’ascolto. Dalle prospettive più bizarre della Philarmonie ho assistito ad alcuni concerti indimenticabili: il Requiem di Brahms, la Messa Salisburgensis di Biber ed ho visto i Berliner Philarmoniker diretti da Simon Rattle. La prima volta che sono entrato, è stato con un biglietto comperato quasi per caso qualche giorno prima del concerto. Mi sono lasciato guidare dalla gente in attesa davanti al botteghino della prevendita, dov’erano ancora disponibili alcuni biglietti, pochi posti a buon mercato nel settore speciale D della grande sala, prima del tutto esaurito. Ignoravo il programma: i Berliner Philarmoniker avrebbero potuto suonare qualunque cosa, sarebbe stata comunque una grande esperienza. Col mio biglietto conservato come un amuleto nel portafoglio per tre giorni, la sera del concerto mi trovo ad occupare una poltrona del settore speciale, insieme a pochi altri, in un piccolo balcone issato nel punto più alto della Philarmonie, proprio sopra l’orchestra, tanto che mi pare di planare come un angelo sulla testa dei musicisti e del direttore Simon Rattle che vedo chiaramente in faccia: sorrisi, smorfie e capelli ricci candidi.

Musiche di Schoenberg dal titolo complesso e dalle sonorità indistricabili, invadono la sala nella prima parte del concerto. Anche nella seconda parte i Berliner Philarmoniker affrontano Schoenberg, ma in una pagina assai diversa, la trascrizione per orchestra dell’opera venticinque di Brahms. Dopo le alchimie dodecafoniche, il classicismo di Schoenberg suona come un esercizio di stile, non credo che Brahms avrebbe apprezzato questa tardiva reinterpretazione sinfonica del suo capolavoro giovanile per pianoforte ed archi. Certuni parlano della trascrizione di Schoenberg come se si trattasse della quinta sinfonia di Brahms, ma questa versione orchestrale resta lontana dalla tessitura delle sinfonie Brahmsiane: assomiglia di più ad una danza ungherese, soprattutto in quel finale “alla zingarese” che sposta l’orchestra sul ritmo di un grande ballo popolare. I musicisti sul palco sono davvero tanti, come artigiani indaffarati sui propri strumenti in un laboratorio d’altri tempi,  circondati da un pubblico straripante che affolla la sala fin dentro al podio. I movimenti del direttore guizzano al centro della geometria sonora dell’auditorium: Rattle guarda sicuro, sembra davvero felice, saltella e si diverte come se stesse giocando.   Dalla punta della sua bacchetta sgorga un portentoso volume.  Ondate di ottoni inseguono i violini, i bassi li smorzano, rimproverati dalle percussioni.  Nell’alveo ligneo del podio, l’orchestra respira e canta come un solo strumento nelle mani del direttore, potente con le masse sonore, delicato quando abbassa il volume, sempre preciso ed esatto ma senza fatica, apparentemente senza peso.

Avrei desiderato rivedere i Berliner Philarmoniker anche sotto la direzione di Zubin Metha, la sera del cinque dicembre, ma non è stato possibile.  Quando a Berlino ci sono i grandi divi, la scritta “tutto esaurito” ai botteghini compare con mesi d’anticipo.  Non potendo entrare nella sala grande della Philarmonie,  la sera del cinque dicembre varco per la prima volta la soglia del Konzerthaus, nel cuore monumentale di Mitte al Gendarmenmarkt.   Probabilmente sono più interessato al luogo che al concerto, nella vigilia piovosa di Santa Klaus,  quando scopro l’altra metà dell’anima musicale di Berlino, classica, solenne come tutte le architetture storiche sopravvissute alla guerra ed incantate da quarant’anni di regime comunista.  Vado ad appollaiarmi su un palco del secondo ordine,  in un terrazzo diritto lungo i lati di una sala rigorosamente rettangolare, coi lampadari enormi di cristallo che prolungano lo stupore del passato.  Attorno ci sono i busti dei grandi musicisti, a distanza regolare l’uno dall’altro.  Nella parete dietro di me si affaccia Ector Berlioz, lo fisso negli occhi e mi vien quasi da salutarlo quando le luci si abbassano ed il concerto comincia. L’orchestra del Konzerthaus ha in programma una serata varia e ricca: l’overture di Schumann sulle scene del Faust di Goethe, il bellissimo concerto per violocello di un autore che scopro solo adesso (Frank Martin) e poi, tanto per finire, la settima sinfonia di Bruckner.  Alcune persone sedute davanti a me hanno l’aria di chi è a casa propria. Le guardo da dietro, quelle vecchie signore coi capelli bianchi, acconciate in modo antiquato e con tagli approssimativi.  Non assomigliano alle frequentatrici dei teatri dell’ovest: chissà da quanti anni hanno un abbonamento qui al Konzerthaus, da trenta? Da quarant’anni? Chissà.  Per certa gente dell’est, la caduta del muro non ha cambiato la mappa delle abitudini.

Bruckner dovrebbe essere un autore pesante, ma nella notte magica di Santa, sul podio berlinese del Konzerthaus, la settima sinfonia inanella una dopo l’altra le sue parti come i misteri di un rosario solenne, senza vincoli di spazio e di tempo.  Nel 1945 la radio tedesca diffuse nell’aria questa musica per annunciare la fine del grande dittatore.   Un bambino in prima fila chiude gli occhi e vorrebbe fuggire, appoggia la testa in braccio al padre e cerca di dormire.  Quella musica lo spaventa.  I genitori  gli sussurrano parole dolci per fargli capire quant’è bello: quel concerto è un regalo di Santa Klaus! Ma il bambino non ne vuole proprio sapere, il padre lo scuote, la madre guarda senza dire nulla e capisce di avere sbagliato.  La musica di Bruckner non può occupare i sogni dei piccoli.

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Alexanderplatz, stazione di polizia

15 dicembre, 2009 § Lascia un commento

Da quando gli è stato rubato il computer portatile, il matematico turco Verruh non chiude più a chiave la porta della sua stanza, perchè evidentemente non ha più molto da nascondere. Che sfortuna! Non portava mai il computer con sè, per paura di romperlo o di dimenticarlo in giro: alla possibilità di un furto non ci pensava proprio, nell’ambiente del Goethe Institut di Berlino. Ma mercoledì aspettava una risposta urgente dal decanato della sua università di Ankara e aveva bisogno di tenere d’occhio la casella di posta elettronica. Era in ansia perché il direttore di facoltà, un burocrate di primo piano, aveva cambiato idea circa la sua imminente trasferta presso l’Università di Magdeburgo, da Gennaio a Marzo del 2010. Costui aveva tutte le intenzioni di revocargli il permesso, perché l’attività didattica in Turchia è più importante della ricerca all’estero. Parole inaudite, per Verruh, che dice d’essere il soggetto trainante della ricerca della sua Università. Chi vorrebbe impedirgli la trasferta in Germania è un incapace barricato dietro le carte della burocrazia. Verruh se ne sarebbe già andato definitivamente dalla Turchia (almeno così dice) se non avesse una moglie e due figlie ad Ankara, due splendide bambine per nulla contente di un padre in fuga all’estero.

Così, per tenere sotto controllo la posta elettronica, mercoledì prende con sè il computer portatile e lo appoggia in un angolo della Biblioteca, propriamente detta Mediotek qui al Goethe di Berlino, con tutta l’enfasi riservata alle nuove tecnologie. Va a sedersi nell’angolo più nascosto, per non dare nell’occhio con le sue innovative ricerche sui metodi matematici per la riduzione del rumore nella trasmissione dei pacchetti digitali potenze di due. Si mette davanti ad un televisore guasto, sicuro di non portare via il posto a nessuno che volesse guardare un film in lingua originale tedesca. E´nervoso, si alza spesso, si allontana, ritorna, se ne va ancora. Verso le cinque lascia la sala e prolunga la sua assenza per un caffè al bar. Proprio in quel momento due giovani col cappellino e l’aria medio-orientale entrano e si fermano nell’angolo di Verruh, sicuri del fatto loro. Sembrano idraulici o elettricisti, li osservo e penso: “saranno qui per il televisore rotto”. In pochi minuti i due con la faccia mora se ne vanno, ma il televisore è ancora lì. Quel che viene a mancare è il computer portatile, che Verruh aveva chiuso e nascosto sotto alcuni libri. Così quando torna esclama sconvolto il mio nome, non sapendo a chi altri rivolgersi crede che posso aver preso io il suo computer. Ci metto un attimo per intuire la natura del sopralluogo dei due mori col cappellino. Altre persone sedute attorno a me confermano la mia impressione, ma nessuno di noi può dire di aver visto il furto. Dopo le quattro e mezzo, all’ingresso non c’è più il portiere titolare (un tipo panciuto in là con gli anni) ma una ragazza giovane e piacente, la quale ha altro a cui pensare e non distingue le facce di chi entra. I due mori mano-lesta evidentemente lo sanno. Fossimo stati in Italia, avremmo trovato subito un informatore, uno di quei tipi che non-sai-cosa-fanno-nella-vita, fuori sul marciapiede, il quale dopo qualche esitazione ci avrebbe indirizzato verso un angolo sconosciuto della città, dove avremmo potuto contrattare l’acquisto di un computer usato, come quello rubato, praticamente uguale. Ma a Berlino, a Shoenauser Strasse, non è così. La piccola criminalità si muove anche qui liberamente, ma senza punti di contatto con la società ufficiale, come una società parallela che occupa le fessure libere, fra un mansionario e l’altro dei contrattisti a termine, perfino nelle aule del Goethe.

Verruh si lascia prendere dal’ansia, telefona in Turchia al suo assistente e fa bloccare la carta di credito. Probabilmente i ladri sono Turchi come lui, questo lo fa sorridere e gli procura maggiore apprensione, perchè possono leggere e capire quello che lui ha scritto, possono… divulgare le sue ricerche prima che lui le abbia pubblicate (è si, proprio quelle! Le ricerche per la riduzione del rumore nella trasmissione dei pacchetti digitali potenze di due). Prima che sia troppo tardi deve assolutamente porgere denuncia alle forze dell’ordine, ma nessuno fra il personale del Goethe sembra scosso più di tanto, come se il furto non riguardasse l’Istituto. In effetti nessuno ha una responsabilità diretta su quello che è avvenuto, ognuno ha rispettato il proprio mansionario: cos’altro doveva fare?

Alla ragazza di guardia al primo piano, viene assegnato l’incarico di accompagnare Verruh alla stazione di polizia nell’isolato retrostante Alexanderplatz, mentre a me viene chiesto di scortare entrambi in qualità di testimone. La ragazza-immagine del primo piano ha una voce ben educata, è bionda con gli occhi blu, ha i capelli di un angelo Jugendstil, un viso delicato che pare di marzapane, la punta delle gote rosse ed un piercing misurato alla narice destra, tanto che dopo dieci passi, appena fuori sul marciapiede, mi innamoro perdutamente. La ragazza tiene in mano una mappa stampata da google, con le indicazioni sommarie dell’itinerario verso la stazione di polizia dove lei non è mai stata. Nel buio non troviamo la strada, mentre Verruh continua a fare supposizioni sul destino del suo computer. Avranno intenzione di riformattare il disco fisso? Lo rivenderanno? Per strada ci sono i lavori di un grande cantiere e noi andiamo avanti e indietro con le idee poco chiare. La ragazza è davvero tosta, non si perde d’animo e trova la polizia dove non avremmo immaginato, in un cortile moderno, nascosto, praticamente sommerso dai lavori del cantiere.

Robe turche e pasticcio italiano

7 dicembre, 2009 § Lascia un commento

Il matematico turco Verruh ha l’abitudine di chiudere a chiave la porta della sua stanza quando esce. Nessun lo faceva in questa casa prima di lui, non lo faccio io e non lo fanno neanche i proprietari nelle loro rispettive camere, dove tengono i libri, i computer ed altri oggetti personali in bella mostra. Mi sono ormai abituato al rumore della chiave nella serratura di Verruh, non credo che sia un segno di diffidenza verso di me: con quel rumore mi informa sui suoi spostamenti fuori casa, senza bisogno di dire “esco” o “sono tornato”. Io invece, che non chiudo ancora a chiave la mia serratura, quando esco lo chiamo per dirgli dove sto andando. Lui si affaccia nel piccolo spazio comune della nostra cucina e commenta con il consueto spontaneo stupore quello che dico, come se fosse uscito in quell’istante dal mondo delle idee, anzi no, dei numeri.

Sabato gli dico che ho intenzione di andare alla Porta di Brandeburgo, dove dovrebbero esserci i manifestanti del No-B-day. Verruh risponde in inglese: “My god, ci sarà la polizia, sarà pericoloso!”, poi, scherzando, dice che si prepara per una testimonianza in caserma, nel caso dovessero arrestarmi. Provo a spiegargli che non dovrebbe esserci nessun problema: l’unico rischio concreto è quello di non essere presi sul serio, nell’Italia delle barzellette, ma ci sono abituato. Verruh da parte sua dichiara che preferisce stare alla larga dalle manifestazioni, anche se ci sarebbero validi motivi per partecipare. Non solo quelle contro, ma anche le manifestazioni a sostegno del governo possono diventare pericolose. In Turchia è già successo in anni niente affatto remoti che un’intera classe dirigente è stata decapitata da un gruppo antagonista, il quale ha incarcerato politici e ad anche professori universitari. Le biografie scientifiche di alcuni colleghi turchi sono inquietanti, si interrompono all’improvviso, senza una data di morte. E’ facile immaginare che gli accademici fuori circolazione stiano ancora scontando qualche pena abnorme, in un carcere nazionale di massima sicurezza. Verruh non è proprio tranquillo, forse la sua casella di posta elettronica è già sotto controllo.Ma lui dice di sì sempre a tutti, cosa deve temere? Dice a tutti di sì, poi torna nel mondo dei suoi numeri, dove nessuno lo può disturbare.

Sabato 5 dicembre, verso le tre del pomeriggio, davanti alla Porta di Brandeburgo quattro furgoni della polizia a protezione della manifestazione sembrano perfino troppi per quel gruppo pacifico di alcune centinaia di persone, giovani soprattutto, che vanno e che vengono con qualche striscione e molti cartelli. Il più grande – Achtung Europa! – fa da sfondo alle automobili in coda davanti al semaforo del Viale 17 Giugno, proprio lì dov’era il muro. I manifestanti rumoreggiano in piazza con la musica di un impianto improvvisato, come ai tempi delle proteste universitarie. Due giovani militanti infagottati di viola, un tedesco ed un italiano idealtipi delle rispettive razze, prendono il microfono e salgono su un palchetto al centro della piazza. Cominciano a leggere un documento, come un proclama, tradotto simultaneamente in tedesco dal collega biondo. Il pubblico si appassiona, scrosciano applausi e sento di nuovo il calore delle manifestazioni giovanili, come a Bologna nel 1990, ai tempi della Pantera. In un lampo riaffiorano i ricordi degli anni dell’Università, quando qualcuno alzava la bandiera per dire che “la ricerca è libera, senza padroni!”. Io guardavo chi parlava a quel modo con curiosità e diffidenza: avrei fatto ricerca anche per i “padroni”, se solo me lo avessero chiesto, ma non immaginavo a cosa sarei andato incontro.

Questo però non è più il 1990 e non siamo a Bologna. Dietro ai relatori si alzano le colonne della Porta di Brandeburgo: siamo a Berlino, nel laboratorio del futuro d’Europa. Fa un certo effetto trovare proprio qui, sotto la Porta di Brandeburgo, alcune giovani voci sconosciute della cultura italiana, che in un solo pomeriggio sanno dire più cose di quelle raccontate da rai1 in un intero palinsesto annuale. Il loro discorso azzera le ideologie: parlano di dignità dei cittadini, di rispettabilità delle istituzione messe a dura prova da un assalto senza precendenti dal dopoguerra, in Italia. I ragionamenti, a volte un po’ complicati in lingua italiana, diventano magicamente più brevi e semplici nella traduzione tedesca simultanea, tanto che penso, così, per la prima volta, che la caotica disorganizzazione dell’Italia sia solo il riflesso della complessità di una lingua con troppe sfumature. Se così fosse, il ministro Renato Brunetta dovrebbe imporre subito il Tedesco come lingua della pubblica amministrazione: cosa aspetta!? Dopotutto anche il “dittatore” di Woody Allen aveva dichiarato che lo stato di Bananas avrebbe avuto lo “Svedese” come lingua ufficiale.

L’ora del té col matematico turco

4 dicembre, 2009 § Lascia un commento

La gente che risiede con me nella casa di Adolf-Scheidt Platz, a Berlino ci sta il tempo di un corso di lingua tedesca, un mese, due mesi, o poco più. Nella stanza accanto alla mia, in questa mansarda di legno accogliente con uso di cucina, si avvicendano uomini su per giù di quarant’anni, temporaneamente distaccati altrove qui a Berlino, in una parentesi sabbatica della loro vita, lontano dalla quotidianità del lavoro, lontano dalla moglie e dai figli. La mia vita in questa casa è più piacevole in loro compagnia. Quando c’è qualcuno con cui parlare, come in un lungo viaggio in treno, ho le mie storie da raccontare ed ascolto quelle degli altri, come se fosse normale dire apertamente di sè davanti a gente sconosciuta, come se fosse il destino -e non il caso di un momento- ad incrociare le storie di due persone nel pianerottolo della stessa casa. Sembra strano, ma fra poco non ci vedremo più, nè ci sentiremo, tuttavia sarà diverso dal non essersi mai incontrati.

Verruh è professore di matematica all’università di Ankara. Ha i capelli neri come è giusto per un turco, ma nel complesso la sua figura è snella: il viso bianco allungato con gli occhiali lo fa sembrare un tipo decisamente europeo, finchè non si ritrae davanti alla carne di maiale su cui proprio non vuole mettere i denti, ma più per abitudine che per convincimento. Dice che i Turchi musulmani praticanti stanno diventando una minoranza: come lui, molti impiegati e molti insegnanti vanno alla moschea una o due volte l’anno, solo per le tradizionali feste religiose, anche se la televisione preferisce presentare la situazione in un altro modo. Verruh si alza presto la mattina e trascorre la giornata fuori casa. Dopo le lezioni di tedesco cerca posto in una biblioteca del centro dove rimane fino a sera. Poi torna a casa, alle nove, all’ora del té. Il té di Verruh é un normale té in bustina, ma è un peccato per lui berlo da solo. Così di sera mi chiama, scandisce il mio nome balbettando un po’, come se stesse imparando per la prima volta la parola lo-ren-zo. Io mi affaccio sulla porta della stanza, mentre sento gorgogliare già l’acqua nel bollitore, prendo una tazza ed una bustina, poi mi siedo nell’angolo della cucina con il soffitto basso ed aspetto che l’acqua bollente si mescoli al colore del té. Verruh dice subito qualcosa, se non altro per cortesia, poi cominciamo a parlare davvero, a volte per ore, davanti al té che diventa tiepido e si raffredda via via sempre più nella tazza oramai semivuota. Allora mi appare la storia recente della Turchia e l’altra, memorabile, dell’Impero Ottomano; vedo il profilo delle montagne dell’Anatolia, sospese fra l’Asia e l’Europa, e mi accorgo di non saper proprio nulla del crocevia culturale di oggi in Turchia. Verruh da parte sua mi interroga sull’Italia e mi chiede ad esempio qual’è stato il personaggio più importante della storia italiana, forse Leonardo da Vinci, oppure Giulio Cesare. Ci metto un po’ per spiegargli che l’Italia è un concetto moderno (ai tempi di Giulio Cesare c’erano gli “antichi romani”) e che anche il “migliore” oggi in Italia, valuta se stesso in relazione agli ultimi cento-cinquant’anni. Per i Turchi un orizzonte così breve sarebbe inconcepibile.

La Turchia ha una storia millenaria giocata nel Mediterraneo in antagonismo con la storia dell’Italia, che dovrebbe avere pertanto una continuità altrettanto millenaria. I Turchi cacciarono i Romani da Bisanzio e le presero dai Veneziani a Lepanto. Sempre contro gli Italiani persero la prima guerra mondiale, dopo la quale i Turchi si ritrovarono confinati nello stato attuale, in quella scomoda regione di passaggio fra l’Europa ed il Medio Oriente, di enorme importanza tuttavia, per motivi strategici e militari. La storia dell´attuale nazione turca comincia dopo la grande sconfitta del 1918. All’indomani della prima guerra mondiale, il generale Ataturk imposta le regole di una costituzione laica e moderna, orientata verso le idee piú avanzate degli stati europei. Quando parla di Ataturk, Verruh si ravviva e cambia espressione, perché è lui il personaggio più importanti della storia turca degli ultimi… cento-cinquant’anni! La lungimiranza di Ataturk ha impedito nel corso del Novecento le derive totalitarie ed ha tenuto distanti le gerarchie musulmane dalla politica, evitando le commistioni catastrofiche che hanno insanguinato altri stati del Medio Oriente.

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