Un Requiem tedesco

26 novembre, 2009 § 3 commenti

Prima che cominci l’Avvento, in Germania commemorano i morti: non il due Novembre, ma l’ultima domenica dell’anno liturgico, che i tedeschi chiamano Totensonntag, la domenica dei morti. La festa del Cristo Regnante, che occupa lo stesso giorno nel calendario dei Cattolici apostolici italiani, qui non interessa. Prima di cominciare l’Avvento del “nuovo” anno, con le quattro candele accese una domenica dopo l’altra fino a Natale, una per una nella corona a centro tavola, in Germania vanno al cimitero, per commemorare la fine dell’anno nel luogo dove tutti vanno, presto o tardi, a finire. E’ diverso festeggiare i morti la domenica prima dell’inizio dell’Avvento, anzichè il due di Novembre. All’indomani della festa dei Santi che brillano di luce propria, in quel giorno feriale all’ombra dei Santi della Chiesa cattolica, i morti non fanno una gran figura: restano in secondo piano insieme ai vivi, soldati semplici dietro agli ufficiali della Santità.

Della Totensonntag non se sapevo ancora nulla, quando domenica scorsa mi sono messo in fila davanti alla biglietteria della Philarmonie per il Requiem di Brahms. Volevo assolutamente entrare, anche se a suonare non erano i Berliner Philarmoniker, ma l’orchestra della radio di Berlino, una “delle tante” orchestre stabili di questa città, diretta da Marek Janowski. Quando non ci sono i Philarmoniker, la fila si fa davanti alla biglietteria secondaria, sempre nell’atrio d’ingresso della Philarmonie, ma sul lato opposto. Signore anziane da sole o in gruppo davanti a me, con i capelli grigi e senza trucco, contrattano al botteghino gli ultimi posti laterali, a buon prezzo, ma non così defilati come l’ultimo settore alle spalle dell’orchestra. Quando arriva il mio turno io non chiedo altro se non “il biglietto più economico”. L’impiegata allo sportello è felicissima di esaudirmi in un attimo, cedendo per venticinque euro un posto del settore K. L’ultimo settore dell’Auditorium di Berlino non è poi così male. La gradinata sale alle spalle del coro, tanto che pare d’essere dentro al coro, con il direttore d’orchestra davanti agli occhi. Certo si perde un po’ della voce dei cantanti solisti, che si affacciano verso il pubblico dalla parte opposta, ma la visibilità è nel complesso eccellente: si vede tutta l’orchestra e si vedono benissimo i timpani, cruciali nel Requiem di Brahms. Quando i musicisti entrano nel palcoscenico e le luci si abbassano, in ogni angolo dell’auditorium sembra d’essere al centro, magicamente da soli insieme all’orchestra, con il resto del pubblico in sottofondo.

Conosco già il Requiem di Brahms attraverso un’incisione dei Berliner Philarmoniker del 1964. Negli anni della guerra fredda, Herbert von Karajan dirige l’orchestra berlinese come un plotone d’esecuzione: l’espressività coincide con il massimo della potenza, secca e decisa, in Brahms come in Beehtoven. Il Requiem di Brahms è un inno, come l’ultimo movimento della nona sinfonia di Beethoven. Vorrebbe esserne la continuazione, ma appare invece complementare, come l’altra faccia della medaglia, un inno di consolazione contrapposto all’inno alla gioia. Quando Brahms comincia a comporre il Requiem è appena trentenne e non porta ancora la barba. Da un po’ di anni cerca di dare forma ad una sinfonia, ma invano: il confronto con Beethoven incombe sul suo lavoro e lo fa sembrare inadeguato. Il materiale sonoro già progettato per la sinfonia che egli avrebbe voluto comporre nel solco della tradizione classica, come se si fosse trattato della decima sinfonia di Beethoven, va a finire nel Requiem, in quella seconda parte dove i timpani si fanno sentire con più insistenza.

L’esecuzione di Marek Janoski comincia morbida, senza i timbri eccessivi di Karajan. Dopo le prime due parti sinfoniche e corali, le voci soliste si staccano come canti meditativi sulle parole del vecchio e del nuovo testamento, in continuità con i momenti corali che ritornano di tanto in tanto, fino al riepilogo sinfonico finale. Il percorso dal dolore terreno alla pace dello spirito trova compimento in alcuni versi dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo. Le sonorità diventano più dolci e rarefatte verso la fine, in un modo che ricorda la poesia di Dante, nel passaggio dall’inferno al purgatorio e al paradiso. Ma nella bibbia di Brahms non c’è traccia dell’inferno, nè del purgatorio. Quando parla tedesco, San Giovanni racconta un’altra storia…

Selig sind die Toten, die in dem Herrn sterben, von nun an. Ja der Geist spricht, dass sie ruhen von ihrer Arbeit; denn ihre Werke folgen ihnen nach.”


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§ 3 risposte a Un Requiem tedesco

  • paola ha detto:

    Non avevo dubbi che anche nella commemorazione dei morti i tedeschi fossero migliori di noi………

  • paola ha detto:

    Tu non hai mai pensato di ringraziare i tuoi genitori per la bella cultura che ti hanno dato? Altrimenti come avresti fatto a descrivere così bene tutte le sensazioni che ha sprigionato questo “requiem tedesco”? Anch’io, ignorante in materia, sono convinta di aver capito quanto morbida potesse essere l’esecuzione di Janoski….

  • pontediferro ha detto:

    Paola, mi chiedevi se ho mai ringraziato i miei genitori, effettivamente no, non l´ho mai fatto. Forse non mi rendo conto di quello che mi hanno dato, dopotutto prima d´ora non mi ero mai accorto di avere tante cose da dire cosí bene. La cultura va condivisa, é bella se hai qualcuno che la vive insieme a te. Nei contesti che ho frequentato (in quelli lavorativi soprattutto) ho tenuto francamente nascosto molto, perché non potevo condividerlo, anzi il mio approccio culturale e critico mi qualificava come un elemento estraneo da emarginare (come effettivamente é accaduto). La cultura personale da sola non basta. Senza un contesto adeguato puó diventare sofferenza, anche se non ti chiami “Leopardi”.

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