Berlino, vent’anni dopo

10 novembre, 2009 § 4 commenti

DSC01964Nella stazione di Paradestrasse un padre indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete.  Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime.  Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio disteso. I bambini guardano con gli occhi incantati: non sanno ancora che il sole sorge ad est e va a tramontare ad ovest, imparano così a distinguere le due parole secche della longitudine nella stazione della metropolitana vicino casa,  una mattina di Novembre, a Berlino. L’ovest e l’est su questa mappa non hanno una direzione ma indicano due metà avvolte una dentro l’altra, Yin e Yang prima divisi poi ricomposti, nel giorno in cui finalmente vissero tutti felici e contenti il nove novembre del 1989.  La sesta linea della metropolitana da nord a sud si snoda diritta sotto l’asse di  Frederichstrasse ed attraversava due volte il confine fra lo Yin e lo Yang, fuori-dentro, dentro-fuori. Per chi viveva nell’ovest era possibile entrare nell’est con i treni di questa linea che era proibita ai cittadini dell’est. La stazione di Frederichstrasse si apriva sotto terra in mezzo alla città con le bandiere rosse di una potenza straniera ad un chilometro dal Checkpoint Charlie (un nome niente affatto buffo, la terza lettera dell’alfabeto militare internazionale).

DSC01968Non riesco ad immaginare l’euforia di vent’anni fa, quando i Berlinesi dell’est si accalcarono al Checkpoint Charlie e pretesero l’apertura della frontiera, dopo l’annuncio ufficiale trasmesso in televisione. I militari di controllo ai varchi di passaggio non potevano credere a quel discorso che mandava in frantumi le loro carriere, eppure sentivano di non avere più alcun diritto di sparare sulla folla, che continuava ad addensarsi. Vent’anni dopo le TV di tutto il pianeta festeggiano in mondovisione il ricordo di questo evento epocale come festa global della libertà.  Il governo di Berlino offre in televisione esempi di maestria diplomatica per curare le divisioni del mondo intero (o solo per parlarne) mentre in città la gente non fa chiasso, torna in massa per strada in modo diverso da vent’anni fa, per guardare la recita dei mille monoliti di cemento colorato che cadono uno dopo l’altro come i pezzi di un domino davanti alla Porta di Brandeburgo. C’è molta gente, così tanta che alle nove di  sera i venditori ambulanti hanno già finito le patatine fritte. Alla festa della libertà ci arrivo anch’io, ma in ritardo, dopo il corso di Tedesco: le patatine sono finite, ma ci sono ancora bratwurst in abbondanza, che basterebbero a sfamare tutta l’Alleanza Atlantica. Mi accompagnano due colleghe, una proviene dal Cile, l’altra dalla Bulgaria: sulle dittature ne sanno più di me, ma il loro passato pesante non riaffiora nella nostra conversazione.

DSC01956Sembra incredibile, ma la festa global della libertà non è ancora una festa nazionale tedesca! Potrebbe diventarlo presto in Italia (…anzichè quel giorno di Aprile) ma troppe contraddizioni gravano sul nove novembre tedesco. Nel 1918 è il giorno della capitolazione che segna la fine della prima guerra mondiale, ma  il nove novembre del 1938 ricorda una pagina ancora più nera della storia tedesca, la notte dei cristalli, l’inizio delle persecuzioni antisemite. Nel quartiere attorno alla sinagoga, a due passi dalla scuola, ci sono candele accese alle finestre. Dediche in buste di plastica compaiono appese alle pareti e vengono appoggiate anche sui marciapiedi, accanto ai nomi dei deportati nei campi di sterminio. La caduta del muro, per qualcuno, resta ancora in secondo piano.

Fra il Reichstag e la Porta di Branderburgo, la gente fugge via, sparisce in fretta, o verso casa, o alla ricerca di una cena alternativa alla monocultura del bratwurst.  La festa è già finita, ma c’è chi dice che si è solo spostata poco più in là, a Potsdamer Platz. Dopo la rappresentazione coreografica dell’effetto domino, i monoliti colorati restano distesi a terra ed ostacolano il passaggio dei pedoni che devono fare un lungo giro attorno alla Porta per rientrare in centro attraverso le strade laterali. Alla fine della festa, quella fila rituale di blocchi distesi a terra va ad occupare nella mia memoria lo stesso spazio dei riti propiziatori, delle feste paesane alla fine dell’inverno nel paese dove sono nato.  L’odore del vino bollente nella notte fredda è lo stesso che accompagna i fantocci della vecchia di paglia e cartapesta, bruciata in piazza come una strega, coi suoi cattivi pensieri,  prima della nuova stagione.  Qui a Berlino il fantasma dell’oppressione è come quello dell’inverno.  Aspettiamo dunque la primavera e… teniamo a bada il fantasma della libertà.

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