Un Requiem tedesco

26 novembre, 2009 § 3 commenti

Prima che cominci l’Avvento, in Germania commemorano i morti: non il due Novembre, ma l’ultima domenica dell’anno liturgico, che i tedeschi chiamano Totensonntag, la domenica dei morti. La festa del Cristo Regnante, che occupa lo stesso giorno nel calendario dei Cattolici apostolici italiani, qui non interessa. Prima di cominciare l’Avvento del “nuovo” anno, con le quattro candele accese una domenica dopo l’altra fino a Natale, una per una nella corona a centro tavola, in Germania vanno al cimitero, per commemorare la fine dell’anno nel luogo dove tutti vanno, presto o tardi, a finire. E’ diverso festeggiare i morti la domenica prima dell’inizio dell’Avvento, anzichè il due di Novembre. All’indomani della festa dei Santi che brillano di luce propria, in quel giorno feriale all’ombra dei Santi della Chiesa cattolica, i morti non fanno una gran figura: restano in secondo piano insieme ai vivi, soldati semplici dietro agli ufficiali della Santità.

Della Totensonntag non se sapevo ancora nulla, quando domenica scorsa mi sono messo in fila davanti alla biglietteria della Philarmonie per il Requiem di Brahms. Volevo assolutamente entrare, anche se a suonare non erano i Berliner Philarmoniker, ma l’orchestra della radio di Berlino, una “delle tante” orchestre stabili di questa città, diretta da Marek Janowski. Quando non ci sono i Philarmoniker, la fila si fa davanti alla biglietteria secondaria, sempre nell’atrio d’ingresso della Philarmonie, ma sul lato opposto. Signore anziane da sole o in gruppo davanti a me, con i capelli grigi e senza trucco, contrattano al botteghino gli ultimi posti laterali, a buon prezzo, ma non così defilati come l’ultimo settore alle spalle dell’orchestra. Quando arriva il mio turno io non chiedo altro se non “il biglietto più economico”. L’impiegata allo sportello è felicissima di esaudirmi in un attimo, cedendo per venticinque euro un posto del settore K. L’ultimo settore dell’Auditorium di Berlino non è poi così male. La gradinata sale alle spalle del coro, tanto che pare d’essere dentro al coro, con il direttore d’orchestra davanti agli occhi. Certo si perde un po’ della voce dei cantanti solisti, che si affacciano verso il pubblico dalla parte opposta, ma la visibilità è nel complesso eccellente: si vede tutta l’orchestra e si vedono benissimo i timpani, cruciali nel Requiem di Brahms. Quando i musicisti entrano nel palcoscenico e le luci si abbassano, in ogni angolo dell’auditorium sembra d’essere al centro, magicamente da soli insieme all’orchestra, con il resto del pubblico in sottofondo.

Conosco già il Requiem di Brahms attraverso un’incisione dei Berliner Philarmoniker del 1964. Negli anni della guerra fredda, Herbert von Karajan dirige l’orchestra berlinese come un plotone d’esecuzione: l’espressività coincide con il massimo della potenza, secca e decisa, in Brahms come in Beehtoven. Il Requiem di Brahms è un inno, come l’ultimo movimento della nona sinfonia di Beethoven. Vorrebbe esserne la continuazione, ma appare invece complementare, come l’altra faccia della medaglia, un inno di consolazione contrapposto all’inno alla gioia. Quando Brahms comincia a comporre il Requiem è appena trentenne e non porta ancora la barba. Da un po’ di anni cerca di dare forma ad una sinfonia, ma invano: il confronto con Beethoven incombe sul suo lavoro e lo fa sembrare inadeguato. Il materiale sonoro già progettato per la sinfonia che egli avrebbe voluto comporre nel solco della tradizione classica, come se si fosse trattato della decima sinfonia di Beethoven, va a finire nel Requiem, in quella seconda parte dove i timpani si fanno sentire con più insistenza.

L’esecuzione di Marek Janoski comincia morbida, senza i timbri eccessivi di Karajan. Dopo le prime due parti sinfoniche e corali, le voci soliste si staccano come canti meditativi sulle parole del vecchio e del nuovo testamento, in continuità con i momenti corali che ritornano di tanto in tanto, fino al riepilogo sinfonico finale. Il percorso dal dolore terreno alla pace dello spirito trova compimento in alcuni versi dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo. Le sonorità diventano più dolci e rarefatte verso la fine, in un modo che ricorda la poesia di Dante, nel passaggio dall’inferno al purgatorio e al paradiso. Ma nella bibbia di Brahms non c’è traccia dell’inferno, nè del purgatorio. Quando parla tedesco, San Giovanni racconta un’altra storia…

Selig sind die Toten, die in dem Herrn sterben, von nun an. Ja der Geist spricht, dass sie ruhen von ihrer Arbeit; denn ihre Werke folgen ihnen nach.”


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East Side Gallery

19 novembre, 2009 § 2 commenti

Ha un nome inglese la galleria di dipinti murali a cielo aperto che decora l’ultimo tratto di muro rimasto intatto a Berlino, lungo il fiume fra Kreuzberg e Fredrichshain, per una lunghezza di oltre un chilometro.  La prospettiva della East Side Gallery, vista dalla nuova strada che costeggia la Spree a Fredrichshain, mette in mostra ancora il “Muro di Berlino” come il mondo occidentale se lo ricorda nelle immagini anteriori al 1989: una parete compatta di cemento uniforme, fatta di moduli alti  tre metri e sessanta centimetri decorati dalla fantasia ribelle degli artisti di strada, a Berlino Ovest.  Ma la East Side Gallery non centra nulla con i ricordi del mondo occidentale, a cominciare dal nome: il lato est non poteva essere dipinto prima dell’89, perchè chi osava avvicinarsi al muro da quella parte, anche solo per scherzo,  faceva una brutta fine.

La prospettiva dei ricordi televisivi e cinematografici del mondo occidentale è quella variopinta del lato ovest del muro, accanto al quale camminano  anche i pensosi angeli del “Cielo sopra Berlino… Ovest“.  Visto da est sarebbe stato un’altra cosa:  non un muro, ma una barriera di aree interdette, filo spinato e  torri di quardia, che sottraevano alla città un’area vitale profonda centinaia di metri, trasformandola in terra di nessuno, zona inavvicinabile, striscia della morte.  Dicono che i berlinesi dell’est stessero alla larga da quell”area militare armata che vietava l’accesso in occidente.  Le carte di Berlino Est, negli anni della divisione, nascondevano Berlino Ovest con un colore uniforme, come se dall’altra parte ci fosse stato il mare.  Per la propaganda comunista, Berlino era solo Berlino Est .  Quel pezzo di città che rimaneva al di là del muro era un’isola nemica in trappola, da cancellare.    Gli americani non avevano voluto lasciare il settore ovest alla Repubblica Democratica Tedesca?  Il settore Est, dal punto di vista sovietico, poteva farne a meno e scrivere la nuova  storia della Berlino comunista senza l’ Ovest, come se i  quartieri al di là del muro non fossero mai esistiti.

In modo del tutto diverso, invece, nelle carte di Berlino Ovest,  le piante della città non hanno mai nascosto il settore orientale.  Fra il 1961 e il 1989 la divisione appariva come un segno simbolico di frontiera a zig zag sulla carta della città di sempre, spezzata in due.  Le case distrutte dal governo di Berlino Est per fare spazio al muro, rimanevano disegnate  nelle carte occidentali, come promemoria per la città che sarebbe dovuta esistere al posto della Berlino divisa.  L’area  confinata  entro il recinto  del muro era tutto quello  che il mondo occidentale conservava della capitale tedesca, un’altra città chiamata Berlino,  in esilio nei quartieri perfiferici che le sorti della guerra mondiale avevano assegnato agli eserciti vincitori dell’ovest: francesi, inglesi e americani.  Visto da questa parte il muro appariva come un artefatto monotono ed inerte, caduto lì per  caso, oltre il quale si agitavano gli spiriti della rivoluzione comunista.  Per i giovan artisti creativi era normale sfidarlo con i graffiti. Avvicinarsi al limite era una normale consuetudine per tutti, a Berlino Ovest.

Dopo il 1989 il muro si dissolve in fretta e scompaiono anche le decorazioni degli anni della divisione.  Ma un pezzo resta intatto a Fredrichshain sulla riva della Spree, dove il passaggio fra l’est e l’ovest sarebbe stato comunque impossibile anche senza muro, a causa del fiume.  Gli artisti prendono subito d’assalto quella parete grigia ed uniforme e la trasformano in una galleria a cielo aperto, sul lato sottoposto, fino a qualche giorno prima, alla sorvaglianza feroce delle guardie  della DDR.  Quell’angolo triste diventa rapidamente un’attrazione da non perdere, per vent’anni, fino ad oggi.  Nei giorni del ventennale della caduta del muro, la East Side Gallery ravviva la sua identità e raccoglie di nuovo l’intraprendenza degli artisti di strada da tutto il mondo.  C’è anche un italiano in prima fila.  I suoi colleghi del resto del mondo hanno già finito e se ne sono andati, invece lui resta al lavoro col pennello in mano ed il grembiule imbrattato di colore fino alla vigilia del nove novembre, come se stesse  preparando il presepe per la notte di Natale.  E’ protetto  da un recinto e si lascia fotografare: è lui l’opera d’arte.

Gente dell’est, gente dell’ovest

14 novembre, 2009 § 3 commenti

Il signor Martin vive con la signora Renate nella casa di Tempelhof dove io sono ospite. Quando rientro dai festeggiamenti berlinesi, a vent’anni dal muro, la sera del nove novembre lui è ancora in piedi fra la cucina e la sala da pranzo. Assonnato ma vigile, mi chiede se ero alla Porta di Brandeburgo: certamente che c’ero anch’io là in mezzo a tutta quella gente, ma è finito molto presto, alle dieci non c’era più nessuno. Il signor Martin ha l’aria di non essersi mosso da casa, però glielo chiedo ugualmente, se è uscito, e lui mi risponde di no, non ha avuto voglia di mettere il naso fuori dalla porta dopo la giornata di lavoro. Con tutto quello che aveva già visto ed ascoltato in televisione, la festa non lo interessava più, il rumore, il freddo, la folla: meglio la poltrona. “La festa è per i berlinesi dell’est” racconta: ”per loro è davvero cambiata la vita, per noi dell’ovest è rimasto tutto più o meno uguale”. Fra la folla alla porta di Brandeburgo non ho guardato se erano di più i berlinesi dell’est o quelli dell’ovest, eppure si distinguono ancora abbastanza bene gli uni dagli altri.  Là in mezzo si sentivano tutte le lingue del mondo: il francese, lo spagnolo, tanto italiano, che complicavano il gioco del riconoscimento.

Distinguere chi viene dall’est da chi viene dall’ovest è un passatempo divertente in metropolitana, fra le  stazioni che si rincorrono lente a pochi metri le une dalle altre, in treno hai tutto il tempo di scrutare negli occhi chi sta seduto di fronte. C’è una fascia d’età attorno ai cinquant’anni sulla quale è davvero facile scommettere, se è gente originaria di Berlino est o di Berlino ovest. Potrei elencare una serie di indizi esteriori: i baffi ad esempio, o il taglio dei capelli, o la montatura degli occhiali. Ma non sono tanto i dettagli della persona, quanto piuttosto il portamento complessivo, è l’alone attorno ai gesti, agli sguardi, ai silenzi, che denuncia inequivocabilmente l’origine.   La riservatezza dei signori dell’ovest si riaccende all’improvviso in un sorriso, in uno sguardo sereno consapevole delle buone relazioni che sussistono nel mondo civile anche in loro assenza.  Il silenzio dei signori dell’est, al contrario, è una fuga solitaria verso le profondità metafisiche del pensiero, che teme d’essere disturbato e pertanto esige distanza. La stessa distanza brusca si vede ancora nei gesti di certe impiegate secche e biondicce della stazione di Alexanderplatz, che non guardano i clienti negli occhi.

Basta percorrere pochi chilometri in una direzione oppure in un’altra ed ecco a Berlino si schiudono storie diverse, tenute a distanza dal muro ed ancora oggi divergenti. Ex quartieri dell’est operaio senza più fabbriche,    ma ancora proletari, e giardini borghesi dell’ovest, belli ed addormentati come se fossero ancora protetti dal muro.   Il confine invalicabile di Berlino è stato per quasi trent’anni la membrana impermeabile di un terribile esperimento di chimica urbana.  Da vent’anni la membrana non c’è più, ma l’esperimento continua ancora oggi nel rimescolamento lento dei fluidi viscosi.  Gente dell’est si affaccia sull’ovest e crede di possederlo, solo perchè è libera di attraversarlo.  Ma il ritmo dell’ovest è differerente, va colto nei movimenti dei suoi abitanti, per entrarci non basta  camminare a testa alta.  Così la gente dell’est si ritrae e torna da dove è venuta: preferisce ancora oggi le abitudini del quartiere d’origine, chè è un luogo più intimo della grande città metropolitana.  A maggior ragione gli ex cittadini dell’ovest non sentono alcuna necessità di mescolarsi ai loro vicini dell’est.  Se ne stanno tranquilli nelle case affacciate sui giardini con il barbecue pronto per le salsicce. Le abitudini degli  abitanti disegnano nella mappa di Berlino ancora due città diverse.  L’integrazione è un processo lento, che avviene per lo più ad opera degli interessi commerciali.  I grandi cantieri ridisegnano da dentro il profilo della città storica mentre i negozi di abbigliamento ed i caffé spargono le luci colorate nelle strade di Mitte,  come prima della guerra, soprattutto per i turisti che da tutto il mondo si riversano a Berlino per comperare vestiti, oggetti vintage ed esperienze.  Gli stranieri di passaggio disegnano la nuova città di Berlino, più di quanto oggi non facciano i suoi abitanti.  Non mi stupisce allora che davanti alla porta di Brandeburgo, lunedì nove novembre, i Berlinesi sembrassero una minoranza rispetto ai turisti, giunti qui da tutto il mondo per celebrare l’anniversario della caduta del muro.

Secondo Martin, il nove novembre del 1989 non ha determintato un cambiamento nella vita dei Berlinesi dell’Ovest, mentre qualcosa è cambiato radicalmente per quelli dell’Est.  A me sembra che qualcosa sia cambiato anche all’ovest, nonostante l’iimperturbabilità dei barbecue sempre uguali nel  giardino. L’esperimento di chimica urbana prosegue per tutti.

Berlino, vent’anni dopo

10 novembre, 2009 § 4 commenti

DSC01964Nella stazione di Paradestrasse un padre indica ai suoi figli la mappa appesa alla parete.  Racconta che una volta a Berlino c’erano due città, a due passi l’una dall’altra, eppure lontanissime.  Appoggia la mano a sinistra e pronuncia la parola “West”, poi dice “Ost” e completa il giro a destra con il braccio disteso. I bambini guardano con gli occhi incantati: non sanno ancora che il sole sorge ad est e va a tramontare ad ovest, imparano così a distinguere le due parole secche della longitudine nella stazione della metropolitana vicino casa,  una mattina di Novembre, a Berlino. L’ovest e l’est su questa mappa non hanno una direzione ma indicano due metà avvolte una dentro l’altra, Yin e Yang prima divisi poi ricomposti, nel giorno in cui finalmente vissero tutti felici e contenti il nove novembre del 1989.  La sesta linea della metropolitana da nord a sud si snoda diritta sotto l’asse di  Frederichstrasse ed attraversava due volte il confine fra lo Yin e lo Yang, fuori-dentro, dentro-fuori. Per chi viveva nell’ovest era possibile entrare nell’est con i treni di questa linea che era proibita ai cittadini dell’est. La stazione di Frederichstrasse si apriva sotto terra in mezzo alla città con le bandiere rosse di una potenza straniera ad un chilometro dal Checkpoint Charlie (un nome niente affatto buffo, la terza lettera dell’alfabeto militare internazionale).

DSC01968Non riesco ad immaginare l’euforia di vent’anni fa, quando i Berlinesi dell’est si accalcarono al Checkpoint Charlie e pretesero l’apertura della frontiera, dopo l’annuncio ufficiale trasmesso in televisione. I militari di controllo ai varchi di passaggio non potevano credere a quel discorso che mandava in frantumi le loro carriere, eppure sentivano di non avere più alcun diritto di sparare sulla folla, che continuava ad addensarsi. Vent’anni dopo le TV di tutto il pianeta festeggiano in mondovisione il ricordo di questo evento epocale come festa global della libertà.  Il governo di Berlino offre in televisione esempi di maestria diplomatica per curare le divisioni del mondo intero (o solo per parlarne) mentre in città la gente non fa chiasso, torna in massa per strada in modo diverso da vent’anni fa, per guardare la recita dei mille monoliti di cemento colorato che cadono uno dopo l’altro come i pezzi di un domino davanti alla Porta di Brandeburgo. C’è molta gente, così tanta che alle nove di  sera i venditori ambulanti hanno già finito le patatine fritte. Alla festa della libertà ci arrivo anch’io, ma in ritardo, dopo il corso di Tedesco: le patatine sono finite, ma ci sono ancora bratwurst in abbondanza, che basterebbero a sfamare tutta l’Alleanza Atlantica. Mi accompagnano due colleghe, una proviene dal Cile, l’altra dalla Bulgaria: sulle dittature ne sanno più di me, ma il loro passato pesante non riaffiora nella nostra conversazione.

DSC01956Sembra incredibile, ma la festa global della libertà non è ancora una festa nazionale tedesca! Potrebbe diventarlo presto in Italia (…anzichè quel giorno di Aprile) ma troppe contraddizioni gravano sul nove novembre tedesco. Nel 1918 è il giorno della capitolazione che segna la fine della prima guerra mondiale, ma  il nove novembre del 1938 ricorda una pagina ancora più nera della storia tedesca, la notte dei cristalli, l’inizio delle persecuzioni antisemite. Nel quartiere attorno alla sinagoga, a due passi dalla scuola, ci sono candele accese alle finestre. Dediche in buste di plastica compaiono appese alle pareti e vengono appoggiate anche sui marciapiedi, accanto ai nomi dei deportati nei campi di sterminio. La caduta del muro, per qualcuno, resta ancora in secondo piano.

Fra il Reichstag e la Porta di Branderburgo, la gente fugge via, sparisce in fretta, o verso casa, o alla ricerca di una cena alternativa alla monocultura del bratwurst.  La festa è già finita, ma c’è chi dice che si è solo spostata poco più in là, a Potsdamer Platz. Dopo la rappresentazione coreografica dell’effetto domino, i monoliti colorati restano distesi a terra ed ostacolano il passaggio dei pedoni che devono fare un lungo giro attorno alla Porta per rientrare in centro attraverso le strade laterali. Alla fine della festa, quella fila rituale di blocchi distesi a terra va ad occupare nella mia memoria lo stesso spazio dei riti propiziatori, delle feste paesane alla fine dell’inverno nel paese dove sono nato.  L’odore del vino bollente nella notte fredda è lo stesso che accompagna i fantocci della vecchia di paglia e cartapesta, bruciata in piazza come una strega, coi suoi cattivi pensieri,  prima della nuova stagione.  Qui a Berlino il fantasma dell’oppressione è come quello dell’inverno.  Aspettiamo dunque la primavera e… teniamo a bada il fantasma della libertà.

A Berlino c’era un muro…

6 novembre, 2009 § 5 commenti

DSC01892Sono entrato per la prima volta nella Philarmonie di Berlino per un concerto di musica da camera una settimana fa.  Il programma proponeva brani sublimi del Novecento ed anche il quintetto opera 115 di Brahms, con un musicista nano al clarinetto dotato di energia sorprendente.   Il suono degli archi riverberava ipnotico dentro lo spazio architettonico spigoloso dell’auditorium che sa di legno come i teatri antichi.  L’auditorium giallo di Hans Scharoun è affascinante dentro, mentre da fuori sembra uno strumento musicale gigante di fantasia cubista.  Sono entrato quando ancora non c’era nessuno e mi è parso di sentire, mescolato all’aroma del legno, l’odore di tutti gli inverni trascorsi a due passi dal muro e le corse accaldate della gente in fila al botteghino negli anni della guerra fredda, con i marchi tedeschi nel portafoglio e le mogli bionde marziali, a Berlino ovest, quando la Philarmonie era un bastione dell’occidente in terra di confine.   All’uscita dopo lo spettacolo risplendono adesso i grattaceli di Postdamer Platz  ed è naturale dirigersi a piedi verso quella piazza che per cinquant’anni non era esistita e dove invece oggi la folla riaffiora dagli ingressi della vecchia  metropolitana ripristinata.

DSC01895Quando Berlino era divisa, la Philarmonie occupava un angolo buio di Berlino-ovest in fondo a Postdamer Strasse, lontano dai quartieri benestanti di  Schoneberg e di Charlottenburg.  Ci si poteva arrivare in autobus, ma non mancavano i parcheggi per chi voleva guidare l’automobile fin là; lo spazio attorno all’auditorium era largo come la piazza d’armi di una caserma.   La luce dei fari e dei lampioni faceva riverberare in fondo alla strada la  sagoma sterile del muro di confine a zig zag, rotondo in cima, avanti e indietro fra le strade abbandonate dell’est e dell’ovest.  Oltre il muro era come se non ci fosse nulla.  Persa fra la foschia bianca delle luci al neon, in lontananza al di là del muro si impennava la torre della televisione comunista, con l’enorme palla metallica sospesa al centro di Berlino est, fuori scala nel profilo della città storica, come il mantello di una Misericordia marziana sulla testa degli  abitanti.  La torre con la palla e con l’antenna nel cielo di Berlino era stata costruita per essere vista anche dall’ovest, così vicina eppure ad una distanza siderale dai sentimenti della gente che entrava nell’auditorium per ascoltare la musica di Karajan.  Le sentinelle del’est, letteralmente ad un tiro di schioppo, erano appostate nella penombra delle torrette, pronte a sparare all’ultimo solitario disperato che dall’est avesse tentato la fuga verso l’ovest.  Gli spettatori della Philarmonie non guardavano da quella parte, ma avvertivano ugualmente qualcosa di sospeso nell’aria di piombo lì attorno.

DSC01881La divisione aveva salvato dall’occupazione sovietica il pezzo di città ad occidente di Postdamer Platz.   Della piazza restava solo un improbabile ricordo e, al suo posto, come una fortezza militare, il muro.  Negli anni successivi alla divisione, i Berlinesi dell’ovest non vollero rinunciare ad altro spazio oltre a quello che la guerra gli  aveva già sottratto e tornarono ad occupare l’area abbandonata nei pressi di Potsdamer Platz, costruendo il più possibile fin quasi a ridosso del muro, non case, ma luoghi di incontro culturale: la biblioteca, l’auditorium, la galleria d’arte contemporanea.  I tre edifici disseminati in un’area vasta vicino al confine, sconnessi dall’urbanistica della città divisa, davano continuità in occidente al centro simbolico di Berlino, che era stato sommerso dal muro, ed auspicavano la resurrezione di Potsdamer Platz, nella forma di una rivincita dell’ovest sull’est, contro chi aveva occupato quello spazio per farne una caserma.  A vent’anni dalla caduta  del muro, la rivincita dell’occidente è in pieno svolgimento e si esprime nell’architettura contemporanea che si affaccia oggi su Postdamer Platz: un intero quartiere rinasce dalla periferia verso il centro, controcorrente rispetto allo sviluppo della città storica. La forza dell’ ovest contro l’est scarica decenni di tensione come una spinta tellurica da cui scaturiscono grattacieli triangolari, prue affilate contro le ferite ancora aperte a Berlino est.  La prima volta che arrivo qui,  sei mesi  fa, mi colpisce il tessuto urbano frammentario, ancora  irrisolto vent’anni dopo la riunificazione.  C’è indifferenza per  gli edifici ancora da ricostruire, mascherati da pannelli pubblicitari a Liepziger Platz, mentre di fronte si innalzano già i grattacieli trasparenti svincolati dal passato, piovuti lì per caso come in una città di periferia del mid-west americano.

DSC01899Camminando da ovest verso il Mitte attraverso Potsdamer Platz, nel luogo dov’era l’ingresso monumentale di una capitale europea, appare una sequenza di immagini incoerenti e sconnesse della stessa città, vecchia e moderna, in dissolvimento ed in fuga verso il futuro, come una geologia sconvolta da profonde spinte invisibili.  L’area dell’auditorium si apre come un accampamento senza direzione, finchè il traffico delle automobili entra all’improvviso nell’imbuto di Potsdamer Strasse, immagine di una metropoli lunga solo poche centinaia di metri.  Poi c’è l’ottagono di Lipziger Platz, all’ingresso della città storica, in ricostruzione, con edifici nuovi volutamente dimessi, come un cortile di fronte ai grattacieli occidentali di Potsdamer Platz.  Più avanti, dove  dovrebbe cominciare Mitte, cioè il centro, la città si perde ancora fra edifici spenti e case da ricostruire, fra le luci fioche dell’edilizia popolare comunista.  La città si trasforma  all’improvviso in un fantasma del passato, come se la spinta innovatrice dell’ovest si fosse arrestata sul muro che non c’è più, a Potsdamer Platz.

DSC01902La tensione della storia recente incanala le nuove costruzioni di Potsdamer Platz sui solchi della memoria divisa. E’ difficile alzarsi su Berlino e progettare la nuova città come una cosa sola, cancellando all’improvviso distruzioni e divisioni del secolo passato.  Quando qualcuno vince, altri perdono e le città rinascono per opera dei vincitori, che ricostruiscono le strade, i palazzi, le piazze, dal loro punto di vista.  Nell’area di  Potsdamerplatz Platz il punto di vista non è più quello della città storica dei Kaiser, nè quello ipertrofico del Terzo Reich: più sommessamente, è quello dei Berlinesi dell’ovest che per trent’anni hanno riempito le sale dell’auditorium, sperando tutti insieme di tornare a casa, prima o poi, come prima della guerra, con la metropolitana di Potsdamer Platz.  Lo sconquasso urbanistico del quartiere sembra ricomporsi magicamente all’uscita dalla Philarmonie la sera tardi, quando le luci nuove dei grattacieli di Potsdamer Platz guidano i passi degli spettatori in direzione della metropolitana, così comoda all’uscita dal concerto, quando si hanno ancora in mente le melodie cantabili da sussurrare.

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