La firma

18 ottobre, 2009 § 2 commenti

DSC01927Una volta al mese varco i cancelli dello zuccherificio.  Della fabbrica è rimasto solo un cumulo di macerie, ma ci sono ancora gli uffici nell’edificio d’ingresso, e le voci rarefatte di pochi impiegati superstiti addetti alla spedizione di uno zucchero prodotto altrove, in transito nei vecchi magazzini dell’ex-fabbrica.  Nonostante le rovine in primo piano, dietro, in un capannone nascosto dal cumulo di macerie, lavorano operai salariati.   Si avvicendano giorno e notte davanti a macchine stantuffanti e appiccicano etichette colorate su scatole di zucchero e sacchetti da un chilogrammo.   Il confezionamento sostituisce la produzione, durante la crisi, e dice d’essere riconversione industriale, salvezza per le anime del purgatorio sospese in bilico, in attesa del tempo che verrà.

DSC00310Chi si avvicina ai cancelli della fabbrica non intuisce là dentro l’esistenza di operai lavoranti; vede solo recinzioni divelte, tettoie scoperchiate, aree interdette; vede erbe fiorite a grappoli, alte fino al ginocchio, forare la crosta d’asfalto. Le officine ritagliano uno spazio di reimpiego nella vastità medievale delle rovine, come botteghe romane imperiali all’arrivo dei barbari. Quando torno, ogni mese, chiedo a me stesso cosa vado a fare, mentre il cumulo di macerie si avvicina.  Esco dall’automobile e salgo i pochi gradini fino alla porta vetrata, stretta, d’ingresso, da cui  passano gli operai per entrare, impiegati, dirigenti e padroni, senza toccarsi.  Il portiere si accorge subito di me ed estrae con sollecitudine dal cassetto  una busta sigillata, rapidamente, per non farmi perdere tempo.  E’ contento di vedermi e chiede se ci sono novità.

DSC01921Ci conosciamo da quindici anni, io e Casadio.  Lui era addetto al reparto filtrazione, prima che lo riconvertissero in portineria, un mestiere di privilegio affidato di solito a chi, per motivi di salute, non poteva affrontare la fatica.  Quando lo zuccherificio era una fabbrica rumorosa e sbuffante, il compito di portiere era affidato a Sansavini, un giovane cardiopatico che non avrebbe potuto svolgere altre mansione nei reparti: eravamo stati compagni di scuola alle medie e l’avevo ritrovato seduto in portineria, nello zuccherificio di Forlimpopoli, con il telefono in mano, a dirigere il traffico degli autotrasportatori e dei fornitori di passaggio, sempre in silenzio, discreto, quasi timido, fino al giorno di chiusura.  Quando i motori dello zuccherificio si fermarono per l’ultima volta, il nove novembre del 2005, la cardiopatia ebbe un sussulto.  Mentre le caldaie esalavano l’ultimo vapore, il suo cuore cessò di battere.  Con l’andirivieni di gente preoccupata, quel giorno, l’affanno in portineria era più doloroso che nei reparti di fabbrica, davvero troppo.  Ai funerali di Sansavini nella chiesa parrocchiale c’erano dipendenti, operai, impiegati e pensionati,  lavoratori di tre generazioni richiamati al cospetto dell’eternità.   Non erano solo i funerali di  un giovane stroncato da un malore; quel giorno si celebravano le esequie di un’intera tradizione industriale giunta al capolinea.

DSC00506Adesso in portineria c’è Casadio, ma non è più lo stesso, sembra un’altra persona. Quando lavorava nel reparto filtrazione, col sudore in fronte e la mani annerite dalla morchia, aveva un aspetto truce. Zittito dal clamore dei macchinari, con la tuta blu attorno alla pancia prominente, non parlava mai. Si eclissava dietro ai filtri rotativi sottovuoto, apriva e chiudeva rubinetti fra gli odori organici dei fanghi color argilla, belli da guardare mentre si staccano a brandelli dai cilindri in rotazione lenta, schizzati di continuo con sottili getti d’acqua. Casadio lavorava bene, non parlava ma aveva sempre la risposta pronta con il suggerimento opportuno, se proprio lo doveva dire. Prima o poi si sarebbe trovato a ricoprire il ruolo di caporeparto, prima o poi, al terminare della sua carriera ai filtri, e non immaginava di diventare il portiere di una fabbrica dismessa e riconvertita, piccola stella senza luce dopo l’espansione gigante.

DSC01929Casadio appare magro, seduto in portineria col maglione chiaro di fattura casalinga, mentre estrae la busta dal cassetto e me la porge dalle mani morbide, tutto d’un tratto. Non sembrano mani d’operaio, così bianche e delicate, e mi domando se mai lo siano state -d’operaio- quelle dita intelligenti che ricordavo in fabbrica, mascherate col fango e con la morchia. Con quelle dita rinnovate, Casadio estrae tre fogli dalla busta, il riepilogo dell’ultimo stipendio e due moduli aggiuntivi che devo firmare ogni mese dopo il dodici, tassativamente.  Per ora il mio contratto di lavoro non richiede altro, se non una firma al mese. Il tempo di arrivare e di dire poche parole, il tempo di prendere la penna in mano e di autografare due fogli prestampati con data e firma: ecco, sono di nuovo libero fino al prossimo stipendio!

DSC00068Mentre scrivo il mio nome, Casadio mi guarda con rispetto, ancora con stima, nonostante l’inutilità apparente della mia presenza senza incarichi, io che vago, mentre altri sono ancora al loro posto, indaffarati a girare e a rigirare carta sulla scrivania. Quella firma è una cosa seria, vale un intero stipendio, per cui ho imparato a farla bene, con cura, come un’opera d’arte: un pezzo unico del valore di milletrecentosettanta Euro.  Se col rinnovo del contratto questa somma dovesse pure aumentare, mi procurerò una penna speciale, d’avorio o d’argento, per dare al gesto della firma ancor più valore, con tutto quello che si merita in cambio.  Per esperienza, so quanto è difficile farsi pagare in Italia per un lavoro che è stato fatto, conosco gli stipendi di chi è impiegato e resto stupefatto ogni mese per tanta grazia, come Mosè nel deserto.  Dopo l’azione solenne,  restituisco i due fogli firmati e trattengo il terzo, col riepilogo dello stipendio.

Casadio racconta poi qualcosa, un fatto, una novità che di solito io conosco già, anche se trascorro il mio tempo a Berlino, perchè le informazioni oggi viaggiano veloci, con internet, i social network e tutte quelle storie.  Infine mi fermo in piedi qualche istante a guardare oltre la porta, dov’era la fabbrica, dove adesso c’è un cumulo di macerie in movimentazione per obbligo di legge, e sento di appartenere ancora a quella cosa là, anche se non c’è più, come se l’anima della manifattura fosse rimasta nell’aria e nel suolo, in attesa d’essere ricostruita.

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§ 2 risposte a La firma

  • paola§ ha detto:

    Quando tocchi il discorso del tuo lavoro o della stra-nominata cassa integrazione o della “presunta” riconversione dai il meglio di te, dalle foto (sono da archivio storico…l’ultima è stupenda!) al testo…Purtroppo si vive, si tocca dappettutto, anche qui, questa triste situazione, ma comunque sai descrivere i luoghi e soprattutto le persone e le loro storie in un modo, che si capisce quanto ci stai male! Se avrai l’aumento non occorrerà comprare una penna speciale, continua solo a fare la tua firma come “una cosa seria”, per rispetto di Casadio (che è contento di rivederti), di Sansavini e di tutti i tuoi colleghi!
    E’ tempo di partire Lorenzo…..Berlino ti aspetta…Ti farà bene e vedrai con altri occhi anche questa “esperienza”, anche se non positiva (non lo possono essere tutte!) della vita!
    Continua a scrivere però…non ti mandiamo là solo per studiare (?!?) e far festini!!!!!!

  • Chiara ha detto:

    Condivido quanto sopra sulla qualità impressionante delle tue cose non appena tocchi le questioni di lavoro che ti stanno a cuore. Curiosamente, su Berlino mi sei parso un po’ “stanco”, per es. rispetto al Texas. Forse ormai l’Europa la conosci troppo… Quando torni su? Sai che forse ci vengo per l’ultimo dell’anno?

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