Neues Museum

31 ottobre, 2009 § 2 commenti

DSC01860In due mesi cambiano molte cose a Berlino.   Si accendono le vetrine nuove di negozi con oggetti esclusivi in vendita e cambiano le linee dei tram, mentre le ruspe spostano e rimontano i binari per strada velocemente, come i pezzi di ferrovie giocattolo.  Fra le luci della sera riappare finalmente anche l’ultimo dei musei dell’isola, dopo  sessant’anni  di rovina.  Il Neues Museum torna ad affacciarsi sulle rive della Spree nell’Autunno 2009 come un palazzo del potere, per metà neoclassico, per metà rifatto.  Era difficile crederci due mesi fa, che sarebbe stato pronto per davvero entro il sedici di Ottobre. In Italia avremmo tollerato un’inaugurazione provvisoria con l’imbiancatura posticcia -tanto per mostrarlo alle autorità- e ci sarebbe stato altro lavoro in seguito: impianti da completare a norma di legge, intonaci da rifare per le infiltrazioni: “eh! con il fiume così vicino!” Invece il Neues Museum è già a posto, fin da subito, pronto per l’assalto quotidiano di orde di visitatori con il biglietto prenotato il giorno prima.

DSC01854Con tutto quello che c’era già a Berlino, non si sentiva affatto la necessità di un altro museo ed erano comprensibili i vecchi comunisti della DDR, che lasciarono sbriciolare senza imbarazzo  sotto il sole e sotto la pioggia il Neues Museum per quarant’anni, dopo le distruzioni della guerra.  Quattro musei nell’isola erano già abbastanza: il Pergamon, il Bode, la “nuova” galleria ed il “vecchio” museo affacciato sulla piazza del Duomo. Non si sentiva affatto il bisogno di un altro museo nella metà comunista di Berlino, quando la divisione fra est e ovest spartiva i corredi archeologici come tazzine da caffè in una famiglia di divorziati.  I tesori egizi del Neues Museum finirono a Charlottemburg, dall’altra parte del muro, e i Sovietici trovarono nelle distruzioni della guerra un pretesto per portare fino a Mosca, nel Museo Puskin, una parte considerevole dei ritrovamenti di Troia: vasellame e gioielli.  Il Neues Museum restò in rovina in mezzo all’isola, schiacciato fra gli altri musei che offrivano prospettive monumentali più appariscenti, a cominciare dal Pergamon, che dagli anni ’20 del Novecento occupava l’ultimo spazio verde del Lustgarten.

DSC01855Nell’isola dei Musei, ad occidente del castello di Berlino, c’era in origine soltanto un parco -il Lustgarten– finchè il Keiser Wilhelm nel 1820 ebbe l’idea di erigere, sul lato occidentale della piazza del castello, una grande costruzione porticata da destinare a galleria, ad imitazione di quelle già esistenti in altre capitali europee, che fu chiamata  “museo vecchio” per  distinguerla dagli altri musei nuovi eretti in seguito, nell’arco di cent’anni, in quello spazio verde del Lustgarten che scomparve poco a poco sotto il peso di edifici sfarzosi,  evocanti una classicità sempre più monumentale. Il Neues Museum fu costruito attorno al 1850, nella porzione di Lustgarten adiacente al museo vecchio.  Sul lato di un vasto cortile porticato d’ordine dorico fu agganciato l’edificio del museo nuovo, il quale offriva due diverse prospettive monumentali: una interna più ricca ed armoniosa ed un esterna, sul lato visibile oltre il fiume, più sobria e monotona, con ampie finestre di gusto rinascimentale aperte su una parete piatta.  Le distruzioni della guerra avevano cancellato la percezione del Neues Museum centrato sul vasto cortile porticato d’ordine dorico.  A confronto con la monumentalità schiacciante del Pergamon Museum proiettato sul fiume, la parete diroccata del Neues, lì accanto, appariva ancora più dimessa.  L’aggettivo “nuovo” strideva con quella realtà rovinata dalla guerra e sembrava alludere a qualcosa di poco interessante, se è vero che i musei sono tanto più belli quando più hanno a che fare con il vecchio e con l’antico.  Ma ora basta affacciarsi all’ingresso del Nueues Museum e dare un’occhiata veloce, per capire l’errore di prospettiva: il nuovo, almeno in questo caso, è più bello del vecchio.

DSC01851L’architetto David Chipperfield, autore del restauro, e Michele de Lucchi, progettista dell’allestimento del Neues Museum, devono essersi divertiti parecchio nel sistemare le stanze e le vetrine.   Chi oggi avesse qualche perplessità sul senso e sull’utilità di un museo archeologico, può trovare in questo allestimento un ventaglio  di risposte pirotecniche, non sempre ineccepibili, ma comunque sorprendenti.  Le antichità preistoriche ed egiziane conservate nelle vetrine sono eccezionali e sarebbero stupefacenti anche se fossero collocate in camere anonime.  Ma le sculture di marmo colorato, le armi di bronzo, i vasi primitivi di terracotta, entrano in risonanza in questo Museo con ambienti fantasmagorici che varrebbe la pena visitare anche se fossero vuoti.  Nell’insieme, sembra d’essere dentro ad una installazione d’arte contemporanea.  Le architetture di stile classico e le pitture di imitazione antica, risalenti alla fondazione ottocentesca del museo, sono state consolidate con la cura che di solito si riserva alle rovine d’età romana e senza false integrazioni.  L’interno riflette consapevolmente il lungo intervallo di tempo della chiusura, dal dopoguerra ad oggi, nella netta distinzione fra le parti antiche classicheggianti e le parti moderne, ricostruite con poche linee sintetiche sulle proporzioni antiche.  L’enorme scalone centrale rivolto verso il fume al primo piano, ha l’effetto di una coreografia wagneriana.  Questo non è un museo, ma un museo di musei, un metamuseo che contiene al suo interno una molteplicità di pezzi ed una pluralità di scelte espositive, collezionate nelle diverse stanze come un campionario dei musei possibili.  E’ un’espressione organica delle teorie di allestimemento museale, una rivincita contro la moda degli eventi e delle mostre temporanee che smontano i musei da dentro, li svuotano ed arrecano più danni dei bombardamenti.

Guardo il Neues Museum di Berlino e penso a quello che sta accadendo al  museo archeologico di Roma, all’EUR: molti lo vorrebbero chiudere – Il museo Pigorini- perchè è un museo “superato”, i turisti lo snobbano, non porta guadagno.  Un restauro di David Chipperfield forse gioverebbe, ma è meglio aspettare…  A Roma la guerra non è ancora finita.

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Dottor Lorenz e Mister Ald

27 ottobre, 2009 § 4 commenti

Non so se sia meglio pensare e scrivere sentimenti profondi e imbarazzanti,  o se sia invece meglio  raccontare quel che passa, quando passa, tanto da sembrare stanco,  con un filo di voce avvolto alla rinfusa nel gomitolo del web.  Non so se conviene soffrire per aggiungere significato a quello che si dice, o se sia meglio lasciare correre, volare, saltare, fino a perdersi al  di là dall’orizzonte.  Quando parto per Berlino, è come se mi afferrasse una volontà estranea che mi fa cambiare l’ esistenza attraverso lo spazio: da un’identità casalinga ed introversa ad un’altra, impalpabile fino a che non ci sei dentro, come l’aria che respiri.  Insomma mi trasformo da dottor Lorenz a Mister Ald, o viceversa, come preferite. Una strana concitazione regna all’aeroporto di Forlì, preso d’assalto la Domenica mattina da massaie polacche vocianti addensate al check-in del nuovo volo su Varsavia, fra gente rancorosa addetta ai controlli di sicurezza,  come attori di un film sulle deportazioni.  Il tassista per strada spiega che suo figlio per fortuna non ha voglia di studiare, meno male: “se studia, vanno in crisi tutti, lui e la sua famiglia!”.  I manifesti alle pareti pubblicizzano gli elettricisti tuttofare degli impianti, della domotica, delle energie alternative, vera forza dell’economia di questa città artigianale a cui servono soltanto i consulenti della CNA.   Nella tribù degli autisti e degli elettricisti io sono in pentola già da un po’ di tempo  e l’acqua ha ormai raggiunto il bollore.  Se non volo via subito, mi fanno lesso.

A Berlino mi coglie impreparato il sorriso dell’autista, la cordialità del bigliettaio, l’efficienza rilassata dell’aria che respiro contro l’ipertrofica tensione del luogo di partenza. Sono in anticipo. Per perdere tempo mi attardo davanti ai bar, ma la staffetta di autobus e di metropolitana è velocissima, tanto che in mezz’ora arrivo a Tempelhof quando in casa non c’ è ancora nessuno. Me l’avevano detto i padroni di casa,  che avrebbero trascorso la mattina al Müritznationalpark: vanno là tutti gli anni in questa stagione, per osservare i cervi e i trampolieri in amore.  Li devo aspettare fino alle tre fuori dalla porta, non ho molta fame, ma vado a sedermi lo stesso al Biertemple, per una schnitzel wiener art con patatine fritte. Foglie gialle e rosse colorano i marciapiedi e nei cespugli brillano bacche delle stesse tinte.  Quando entro in casa alle tre del pomeriggio, ho già addosso il calore di un autunno più bello dell’estate, interessante, forse, soltanto perchè nuovo.

Quella parte della mia personalità che io libero a Berlino, sente d’essere di nuovo a casa nella stanza mansardata con il letto, il tavolino, la televisione all’angolo e la finestra sul giardino invaso dai colori dell’autunno.  Quando di notte mi sveglio e vedo attorno a me la stanza berlinese, sento d’essere al sicuro, concentrato, senza i clamori inutili di Forlimpopoli, dove le pareti aperte ai quattro venti disperdono i pensieri e i buoni sentimenti.

La firma

18 ottobre, 2009 § 2 commenti

DSC01927Una volta al mese varco i cancelli dello zuccherificio.  Della fabbrica è rimasto solo un cumulo di macerie, ma ci sono ancora gli uffici nell’edificio d’ingresso, e le voci rarefatte di pochi impiegati superstiti addetti alla spedizione di uno zucchero prodotto altrove, in transito nei vecchi magazzini dell’ex-fabbrica.  Nonostante le rovine in primo piano, dietro, in un capannone nascosto dal cumulo di macerie, lavorano operai salariati.   Si avvicendano giorno e notte davanti a macchine stantuffanti e appiccicano etichette colorate su scatole di zucchero e sacchetti da un chilogrammo.   Il confezionamento sostituisce la produzione, durante la crisi, e dice d’essere riconversione industriale, salvezza per le anime del purgatorio sospese in bilico, in attesa del tempo che verrà.

DSC00310Chi si avvicina ai cancelli della fabbrica non intuisce là dentro l’esistenza di operai lavoranti; vede solo recinzioni divelte, tettoie scoperchiate, aree interdette; vede erbe fiorite a grappoli, alte fino al ginocchio, forare la crosta d’asfalto. Le officine ritagliano uno spazio di reimpiego nella vastità medievale delle rovine, come botteghe romane imperiali all’arrivo dei barbari. Quando torno, ogni mese, chiedo a me stesso cosa vado a fare, mentre il cumulo di macerie si avvicina.  Esco dall’automobile e salgo i pochi gradini fino alla porta vetrata, stretta, d’ingresso, da cui  passano gli operai per entrare, impiegati, dirigenti e padroni, senza toccarsi.  Il portiere si accorge subito di me ed estrae con sollecitudine dal cassetto  una busta sigillata, rapidamente, per non farmi perdere tempo.  E’ contento di vedermi e chiede se ci sono novità.

DSC01921Ci conosciamo da quindici anni, io e Casadio.  Lui era addetto al reparto filtrazione, prima che lo riconvertissero in portineria, un mestiere di privilegio affidato di solito a chi, per motivi di salute, non poteva affrontare la fatica.  Quando lo zuccherificio era una fabbrica rumorosa e sbuffante, il compito di portiere era affidato a Sansavini, un giovane cardiopatico che non avrebbe potuto svolgere altre mansione nei reparti: eravamo stati compagni di scuola alle medie e l’avevo ritrovato seduto in portineria, nello zuccherificio di Forlimpopoli, con il telefono in mano, a dirigere il traffico degli autotrasportatori e dei fornitori di passaggio, sempre in silenzio, discreto, quasi timido, fino al giorno di chiusura.  Quando i motori dello zuccherificio si fermarono per l’ultima volta, il nove novembre del 2005, la cardiopatia ebbe un sussulto.  Mentre le caldaie esalavano l’ultimo vapore, il suo cuore cessò di battere.  Con l’andirivieni di gente preoccupata, quel giorno, l’affanno in portineria era più doloroso che nei reparti di fabbrica, davvero troppo.  Ai funerali di Sansavini nella chiesa parrocchiale c’erano dipendenti, operai, impiegati e pensionati,  lavoratori di tre generazioni richiamati al cospetto dell’eternità.   Non erano solo i funerali di  un giovane stroncato da un malore; quel giorno si celebravano le esequie di un’intera tradizione industriale giunta al capolinea.

DSC00506Adesso in portineria c’è Casadio, ma non è più lo stesso, sembra un’altra persona. Quando lavorava nel reparto filtrazione, col sudore in fronte e la mani annerite dalla morchia, aveva un aspetto truce. Zittito dal clamore dei macchinari, con la tuta blu attorno alla pancia prominente, non parlava mai. Si eclissava dietro ai filtri rotativi sottovuoto, apriva e chiudeva rubinetti fra gli odori organici dei fanghi color argilla, belli da guardare mentre si staccano a brandelli dai cilindri in rotazione lenta, schizzati di continuo con sottili getti d’acqua. Casadio lavorava bene, non parlava ma aveva sempre la risposta pronta con il suggerimento opportuno, se proprio lo doveva dire. Prima o poi si sarebbe trovato a ricoprire il ruolo di caporeparto, prima o poi, al terminare della sua carriera ai filtri, e non immaginava di diventare il portiere di una fabbrica dismessa e riconvertita, piccola stella senza luce dopo l’espansione gigante.

DSC01929Casadio appare magro, seduto in portineria col maglione chiaro di fattura casalinga, mentre estrae la busta dal cassetto e me la porge dalle mani morbide, tutto d’un tratto. Non sembrano mani d’operaio, così bianche e delicate, e mi domando se mai lo siano state -d’operaio- quelle dita intelligenti che ricordavo in fabbrica, mascherate col fango e con la morchia. Con quelle dita rinnovate, Casadio estrae tre fogli dalla busta, il riepilogo dell’ultimo stipendio e due moduli aggiuntivi che devo firmare ogni mese dopo il dodici, tassativamente.  Per ora il mio contratto di lavoro non richiede altro, se non una firma al mese. Il tempo di arrivare e di dire poche parole, il tempo di prendere la penna in mano e di autografare due fogli prestampati con data e firma: ecco, sono di nuovo libero fino al prossimo stipendio!

DSC00068Mentre scrivo il mio nome, Casadio mi guarda con rispetto, ancora con stima, nonostante l’inutilità apparente della mia presenza senza incarichi, io che vago, mentre altri sono ancora al loro posto, indaffarati a girare e a rigirare carta sulla scrivania. Quella firma è una cosa seria, vale un intero stipendio, per cui ho imparato a farla bene, con cura, come un’opera d’arte: un pezzo unico del valore di milletrecentosettanta Euro.  Se col rinnovo del contratto questa somma dovesse pure aumentare, mi procurerò una penna speciale, d’avorio o d’argento, per dare al gesto della firma ancor più valore, con tutto quello che si merita in cambio.  Per esperienza, so quanto è difficile farsi pagare in Italia per un lavoro che è stato fatto, conosco gli stipendi di chi è impiegato e resto stupefatto ogni mese per tanta grazia, come Mosè nel deserto.  Dopo l’azione solenne,  restituisco i due fogli firmati e trattengo il terzo, col riepilogo dello stipendio.

Casadio racconta poi qualcosa, un fatto, una novità che di solito io conosco già, anche se trascorro il mio tempo a Berlino, perchè le informazioni oggi viaggiano veloci, con internet, i social network e tutte quelle storie.  Infine mi fermo in piedi qualche istante a guardare oltre la porta, dov’era la fabbrica, dove adesso c’è un cumulo di macerie in movimentazione per obbligo di legge, e sento di appartenere ancora a quella cosa là, anche se non c’è più, come se l’anima della manifattura fosse rimasta nell’aria e nel suolo, in attesa d’essere ricostruita.

La verità in mutande

9 ottobre, 2009 § 1 Commento

DSC01759I ministri ed il “Premier” sono soliti apparire in TV con un dipinto solenne sullo sfondo, che ispira riconoscenza per il potere meritevole del ruolo che riveste, vista la bellezza circostante.  Nel quadro c’è una donna accanto ad un vecchio, un’immagine dipinta dal Tiepolo che deve essere piaciuta a Silvio Berlusconi, se l’ha scelta come sfondo telegenico per se stesso e per i suoi ministri parlanti in TV.  Quel quadro decorava  il soffitto di una residenza nobile di Vicenza con l’immagine allegorica del “Tempo che scopre la Verità”.    Il Tiepolo si addice alla vittoria, ma non funziona con la guerra, così negli ultimi giorni il “Premier” non ha voluto mettersi in posa davanti al tempo ed alla verità.  Mentre lanciava anatemi rancorosi più del solito, lo sfondo evocava opportunamente altre scene raffiguranti cavalli e scudi di una battaglia storica. Senza aspettare i comunicati di regime i quali, all’occorrenza, mettono il Tiepolo in sottofondo come quinta ingannevole, chiunque può vedere il quadro originale  a Vicenza, nell’orario di apertura della pinacoteca cittadina. “Il Tempo che scopre la Verità” occupa la penultima sala di un museo poco noto, dove i visitatori possono avvalersi della guida dei volontari di Italia Nostra, se lo desiderano.

DSC01754Nei musei di solito mi piace guardare da solo, ma a Vicenza è difficile dire di no al Signor Gasperi, a disposizione dei pochi visitatori che scelgono di vedere la pinacoteca, dopo aver affollato in massa il Teatro Olimpico sul lato opposto della piazza.  Con discrezione il signor Gasperi racconta sempre le stesse storie, ogni volta con nuovo fervore: “La Repubblica Veneta esprimeva la migliore civiltà in Italia. Se non fosse arrivato Napoleone, forse oggi avremmo ancora un Doge!”  E ancora: “I Savoia hanno occupato l’Italia, centocinquant’anni fa, con i risultati che adesso vediamo.”  Parla italiano il signor Gasperi -un italiano perfetto- ma conosce altrettanto bene il dialetto veneto, che contrariamente agli altri dialetti italiani, non era un gergo popolare bensì la lingua di un’elite raffinatissima, che costruiva navi ineguagliabili e governava le acque dei fiumi per preservare l’equilibrio della laguna attraverso i secoli, un miracolo ancora sotto gli occhi di tutti.

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Dalle  finestre del museo appare la città di Vicenza, raggomitolata attorno alle piazze del centro storico. Il classicismo antico di Andrea Palladio non ha sventrato l’anima della città, ancora medievale nel respiro dei portici e delle strade ricurve, dove le facciate gotiche di gusto veneziano si contendono lo sguardo dei passanti.  Con la magia dei rivestimenti marmorei, Palladio ha teatralizzato lo spazio urbano, senza mutarne il ritmo e le proporzioni originali. Un classicismo di facciata, solo per gli occhi, senza il peso oppressivo del potere imperiale antico o recente. Dicono che Andrea Palladio non fosse ricco. Anche la piccola casa che la tradizione cittadina gli assegna, quasi certamente non era sua.  Lui viveva probabilmente in affitto, senza marmi, in una casa di legno, intonaco e stucco: materiali poveri che gli permisero di giocare con la classicità al massimo livello, nel Teatro Olimpico di Vicenza. Dopo Palladio la storia procede ed il signor Gasperi parla di Goethe che raggiunge Vicenza nel Settembre del 1786, all’inizio del viaggio in Italia. Il genio tedesco rimane stupefatto dalla bellezza dell’architettura classica, ma anche da una razza di donne more coi capelli ricci, che in Germania non aveva mai visto. A Vicenza Goethe avrebbe voluto visitare il famoso orto botanico ed ha una brutta sorpresa nel trovarlo coltivato con l’insalata, dopo che era morto il vescovo patrocinatore dell’impresa. Anche in questo caso il tempo scopre la verità: ai Vicentini non importava nulla della scienza botanica, era meglio un piatto di verdure.

Ecco finalmente la penultima sala, dove i quadri del Tiepolo attirano su di sè lo sguardo dei visitatori. Il tempo e la verità si inseguono in un abbraccio allegorico davvero affascinante.  Pare che Berlusconi avesse chiesto il prezzo di quel quadro, ma i vicentini hanno spiegato gentilmente che l’originale  non era in vendita. Gli hanno offerto la possibilità di riprodurlo e di servirsi liberamente della copia, che adesso vediamo nelle dirette televisive da Palazzo Chigi, con una piccola significativa variante. La verità a Palazzo Chigi non è più nuda ma è coperta con un drappo. I Vicentini si sono indignati:  se le allegorie significano qualcosa, quel drappo parla in modo esplicito.  Ma per recuperare il senso complessiovo dell’opera del Tiepolo bisogna aspettare l’azione del “Tempo”. Arriverà come un vecchio con la falce, un giorno, ed allora non ci saranno più mutande per nessuno.

Bagni d’Autunno

4 ottobre, 2009 § 2 commenti

DSC01723In autunno il sole sembra inutile alla maggior parte dei bagnini che preferiscono chiudere la spiaggia, dopo le corse forsennate di Luglio e di Agosto. Nonostante l’aria cristallina azzurra e la brezza tiepida sul mare calmo, la costa si spopola; assomiglia di nuovo a quello che era cent’anni fa, prima della storia balneare: persone fuori moda, gente anziana, donne grasse col costume intero risvoltato sopra al seno, stendono teli variopinti come toppe colorate sulla tessitura sabbiosa e guardano da sedute. D’Autunno scompare la passerella nervosa di femmine rinsecchite al sole, finiscono le voci rauche – quelle che sanno il fatto loro e devono ribadirlo di continuo con la sigaretta in bocca. Le cantilene dei dialoghi smarriti sulla riva, in Autunno, consolano come la risacca.

Avio raccoglie gli ombrelloni senza fretta: prima le cinque file a riva, poi le file laterali, infine tutti i pali piantati nella sabbia, quelli che sorreggono l’asta infilata con il tavolino rotondo di cemento per appoggiare le borse di plastica, il giornale e l’orologio quando al mare vai a fare il bagno. Dopo averli estratti con vigore uno ad uno dalla sabbia, come denti, il bagnino li carica a coppie su una carriola, quei pezzi prodigiosi e al tempo stesso banali, tubi di plastica riempiti col cemento . Un cane, un po’ lupo un po’ no, scorazza liberamente attorno: “Chissà da dove viene…”, ma non c’è tempo per fare domande, Avio è indaffarato e il cane diventa subito un amico: ”Yoghi! Corri, prendi la pallina!” In bocca al lupo bastardo, che ha le gambe tese in una frenata sdrucciolevole, la palla da tennis torna subito fra i piedi di chi l’ha lanciata.

Scompaiono all’improvviso gli ombrelloni e restano solo i lettini blu di plastica e di alluminio, attorno al campo da gioco per le partite a racchettoni. Gli edifici bassi dei bar e delle cabine colorate in fila anarchica fra il mare e la pineta, serrano di nuovo il passaggio uno dopo l’altro con le chiusure di metallo ondulato, baracche indegne della ricchezza estiva. Ricurvi sulla sabbia, a riva, sciamano i cercatori d’oro con i metal detector, professionisti solitari e muti a cui nessuno osa domandare mentre scavano i corredi sepolti lì, per sbaglio, dalla recentissima dinastia delle vacanze. Di tanto in tanto arrivano cercatori d’oro più giovani, rumorosi in gruppo o a coppie, maschio e femmina, si divertono ma non trovano nulla.

Dalla sabbia spuntano i germogli della flora endemica, come barba incolta dopo mesi di rasatura. Sull’acqua calma galleggiano infiniti gabbiani, rincuorati finalmente dall’assenza umana. La radio accesa al bagno numero sessantasette rimbomba con una canzone di Luciano Ligabue. Avio parla ad un collega, due bagni più in là; grida per farsi capire ed altrettanto forte giunge la risposta, un urlo che toglierebbe il fiato a chiunque, ma non ai bagnini di Pinarella. Il lavoro di gola non li stanca e continuano a parlare, cento metri l’uno dall’altro, come se fossero seduti allo stesso tavolo.

Se chiedete ad Avio quando ha intenzione di chiudere, lui risponde: “per i Morti!” Lo dice un po’ per scherzo un po’ per sfida, ma il sole d’Ottobre svela effettivamente una nuova stagione balneare dopo l’estate appena trascorsa. Se è vero che navi coreane per la prima volta nel 2009 hanno raggiunto il porto di Amsterdam seguendo la rotta polare senza ghiacci, nell’alto Adriatico potremo continuare con i bagni fino a Novembre, fin quando le nebbie occulteranno la linea di costa. Dopo i vivi, prima o poi, arrivano i morti. Basta aspettare, chi ha fretta?

Dove sono?

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