La riconversione

21 settembre, 2009 § 5 commenti

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    Il mercatino di Cervia va in piazza fino a metà Settembre, quando la sera arriva presto e stende una quiete casalinga sui banchi dei venditori abitudinari che espongono per l’ultima volta libri ed altri oggetti strani, presumibilmente antichi, sotto la luce calda dei generatori elettrici.  Mi fermo a guardare, ma la voce affettuosa di un saluto mi afferra alle spalle.  Chi vedo?  Una faccia luminosa, la fronte tonda allargata nella calvizie solenne coi capelli arricciati e diritti, come il sole che sorge nei disegni dei bambini.   Mi saluta e urla forte:  “sei ancora dentro?”  Che cosa vuol dire… non sono mai stato in prigione! Quella buon’anima di Rinaldini mi sorprende davanti ai  libri della sua bancarella e vuole sapere se, anch’io come lui, sono ancora un dipendente della SFIR in cassa integrazione, in cerca di miglior vita  dopo la crisi nazionale dello zucchero.  Rinaldini lavorava come me in zuccherificio, ma in piazza a Cervia spiega che non eravamo proprio uguali, lui era un operaio, io ero un capo.

DSC00625“Presto ci chiamano di nuovo” dice dispiaciuto:  “ci chiamano sempre alla fine dell’anno. E’ già successo l’anno scorso ed anche l’anno prima”.   Il capo del personale ci convoca e dice a tutti che è pronta la riconversione: “avete bisogno di lavorare? Bene,  è finita la vacanza: è pronta la fabbrica nuova, venite a lavorare oppure state a casa per sempre, con quei due soldi di buonuscita sindacale che abbiamo concordato per voi. Di più non si può.”  Assuefatto a mesi ed anni di cassa integrazione, c’è sempre qualche operaio che abbocca e decide di entrare in mobilità volontaria, per non perdere la libertà e per ricevere subito i soldi in più di liquidazione: “tanto prima o poi un altro lavoro si trova”.   Qualcun altro decide invece di restare, vuoi per un estremo gesto di affetto verso il posto di lavoro, vuoi per un atteggiamento di sfida o soltanto per la profonda incertezza che goccia a goccia permea gli animi dei cassintegrati, anno dopo anno.

DSC00254Rinaldini vorrebbe andarsene definitivamente, ma non sa quanto gli manca alla pensione, sei, otto oppure dieci anni, davvero troppi: “dipende dalla legge sull’amianto, chissà…”.   Ha tentato una riconversione privata, ma gli è riuscita solo in parte.  I mobili e i libri vecchi non sono sufficienti per vivere: due, tre, quattro euro ogni libro, era meglio quando c’era la lira.  Fra qualche giorno lo chiameranno probabilmente in fabbrica e forse sarà l’ultimo appello, se vuole andarsene con la buonuscita sindacale davanti al contegno compiaciuto del direttore con la barba: finalmente!    Non è possibile che dopo quattro anni di cassa integrazione ce ne sia dell’altra: “non è possibile!”  Ma sembrava impossibile anche l’anno scorso e pure l’anno prima.

DSC01369Nella bancarella i libri stanno in scatole di cartone, alcune delle quali restano chiuse appoggiate per terra, altre sono aperte coi libri impilati dentro, tanto che è necessario estrarli uno alla volta per capire cosa c’è.  Vedo titoli molto vecchi: edizioni scolastiche fasciste, opere ottocentesche dimenticate come L’Angelo di Bontà di Ippolito Nievo.  Rinaldini va a sgomberare le cantine, i solai, gli appartamenti delle persone anziane che lasciano in eredità il valore dei muri con quello che c’è dentro.   E’ incredibile quanta cultura libraria sia rimasta sepolta nelle case degli italiani, all’insaputa della dittatura televisiva.   Chi sgombra viene pagato in proporzione al peso, ma qualche volta è Rinaldini che deve pagare, per esempio quando trova mobili antichi.  Non è facile stabilire il prezzo dei libri, bisogna essere davvero esperti: “i titoli del Settecento puoi provare a venderli a 30 euro: se qualcuno li compra subito, capisci che potevi chiedere di più.”

DSC01437Mi è sempre piaciuto mettere le mani  fra le carte vecchie, Rinaldini se ne accorge e mi accompagna dietro al banco dove tiene nascoste altre scatole che nascondono al loro interno decine di libri del Touring Club Italiano, fra cui, numerosissime, le prime edizioni della Guida d’Italia.  Affondo le mani nelle scatole e mi viene in mente l’ultima volta che ho incontrato Rinaldini in zuccherifico, nell’autunno del 2007. La fabbrica era ferma già da due anni ed io avevo avuto il tempo di lavorare altrove, in un cantiere di Ravenna che costruiva impianti petroliferi da spedire sul Mar Caspio.  Alla fine dell’estate ero rimasto a casa, sospinto dell’incertezza mia e del mercato, mentre i ministri italiani regalavano biscotti e vino al dittatore Kazako, per convincerlo che era opportuno proseguire con l’ENI e con Scaroni, un po’ furbetti ma, si sa, pur sempre brava gente. In quei giorni arrivò per me, inattesa, la convocazione in zuccherificio a Forlimpopoli, come se la fabbrica fosse stata di nuovo pronta per la partenza. Mi presentai bello pettinato alle otto del mattino, un lunedì di Settembre, e mi fu detto che era finita la vacanza e che dovevo ricominciare anch’io a lavorare. Bene! Cosa devo fare? Non era chiaro, potevo sistemare l’archivio, tanto per cominciare: di lì a poco sarebbero arrivati i facchini per il trasloco. La demolizione era ormai imminente e lo sgombero degli uffici era una priorità.

DSC00746La chiara foschia autunnale, ancora calda a mezzogiorno, risplendeva di nuovo sugli operai in fila, come nei momenti più concitati della lavorazione dello zucchero che si svolgeva fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Ma proprio il ricordo della stagione delle barbabitole rendeva più sinistro il corpo morto della fabbrica dove mancavano già alcune macchine, prelevate con precisione chirurgica e rivendute a metà prezzo in qualche mercato asiatico, forse in India. Non c’era più il sibilo vitale dell’aria compressa in sottofondo, perchè i tubi pneumatici erano stati tagliati. Nel silenzio tamburellavano i gorgoglii dei piccioni, come nei palazzi antichi abbandonati. Il loro volo pigro imperversava ovunque negli spazi ariosi fra le grandi finestre sempre aperte. Nessuno si preoccupava più di allontanarli, nè di pulire i pavimenti. Nelle lunghe pause in cui potevo attardarmi, vista la vaghezza del mio incarico, scendevo le scale e incontravo gli operai, a frotte davanti al distributore del caffè, animali vaganti, beffardi e stralunati, sospesi nel nulla. “Lo sai che Gianni è morto?” diceva qualcuno. “E’ morto anche Frank!” replicava un altro. “Anni e anni di cassa integrazione funzionano davvero: qualcuno se ne va con l’incentivo, qualcun altro se ne va perchè muore. E alla fine non rimane più nessuno.”

DSC01433Mi era dispiaciuto per Gianni. Manovrava l’impianto di diffusione. Quando lavoravamo insieme al sistema esperto, che io testardamente mi ostinavo ad applicare in questa lavorazione antica di cent’anni, mi ascoltava e  pedissequamente faceva quello che gli dicevo. Per questo i suoi colleghi lo prendevano in giro, ma lui ci era abituato, non si offendeva e bilanciava l’incertezza del suo carattere con la voglia di parlare. Ricordava fatti e persone con una vividezza impressionante e raccontava volentieri storie sulla gente di Ravenna: lo zuccherificio di Classe, l’esperienza terribile della chiusura di quella fabbrica dove aveva cominciato a lavorare trent’anni prima. Aveva paura di trovarsi ancora senza lavoro, senza sapere cosa fare, a cinquant’anni. Ma la soluzione (la più estrema) questa volta era arrivata da sè: un ictus senza scampo dopo l’annuncio della cassa integrazione.

DSC01338Ogni giorno da un armadio diverso riesumavo i fogli sparsi di storie profanate: disegni di fabbriche dismesse mescolati ad appunti recenti, corsivi affrettati, come ossa accumulate alla rinfusa. La crisi era cominciata vent’anni fa per opera di dirigenti con nome e cognome, gli stessi che adesso cavalcano la riconversione, ma solo per i propri figli. Il lavoro in archivio era bello, anche se il freddo dell’autunno precoce, senza riscaldamento, pungeva già. Passavo parecchio tempo negli spogliatoi accanto alle stufe elettriche; qualche volta arrivava un operaio, spalancava all’improvviso la porta e chiedeva: “Non so cosa fare, cosa devo fare?”. Gli dicevo di spostare un tavolo o una scala -non perchè ce ne fosse davvero bisogno- ma per dare la parvenza di uno scopo a quelle giornate umide e inutili, dove neanche una partita a carte aveva più senso. In poche settimane ero riuscito ad organizzare il lavoro per un paio di persone fino a Natale, con lo scopo di preparare il trasloco dell’archivio. Ma nelle stesse poche settimane il capo del personale – il dottor Andrea Maccaferri- aveva capito l’unica cosa che lo interessava veramente, cioè che io non avevo intenzione di scegliere la mobilità volontaria. La mia prestazione professionale era ancora una volta fuori luogo: “chissenefrega dell’archivio, roba per vecchi pensionati che hanno tempo da perdere!” Da un giorno all’altro ero di nuovo a casa, al caldo, in cassa integrazione.

DSC00215Rinaldini se lo ricorda ancora bene, quell’autunno freddo senza niente da fare, fra le ruspe che demolivano la fabbrica. Ma adesso non è più così, ormai ci sono le riconversioni e torneremo a lavorare per davvero. “Quali riconversioni?” chiedo: “l’impianto di confezionamento è già a regime con venti operai e ce ne sono più del doppio ancora da sistemare, dove li mettiamo?” Rinaldini non sa rispondere, ma ha paura. Teme di perdere l’incentivo all’esodo e la libertà della cassa integrazione. Ma teme di più per il suo posto di lavoro. Cosa deve fare? Gli consiglio di aspettare. Non è cambiato nulla in questo gioco dissennato dove le uniche mosse vincenti sono il bluff e l’attesa. Chissà se è davvero così, ma Rinaldini vuole credermi, si rasserena e dice: “prendi su i libri che vuoi, te li regalo”. Nel mercatino di Cervia è già notte e gli ambulanti cenano per strada: una pizza tagliata a spicchi nei cartoni da asporto.

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