Ultime spiagge

14 settembre, 2009 § 1 Commento

Dormo agitato, colpa della cena sullo stomaco: cosa ho fatto ieri sera?  Mi sveglio all’alba e ficco il naso nel terrazzo per cogliere il chiarore settembrino, l’aria nè calda nè fredda alle prime luci del giorno. Il cielo impasta velature grige, frammenti di azzurro sfumato e bagliori mattutini.  Aria incerta, potrebbe piovere, potrebbe risplendere il sole. Ho quattro ore di sonno sulle spalle e la testa pesante. Non torno a letto, sono sveglio: mi vesto e vado in spiaggia alle sette del mattino, domenica 13 Settembre. Esco a piedi sulla pista sabbiosa fra gli orti dietro casa dove gli impianti di irrigazione schizzano rilassatamente acqua in sottofondo. Un lavorante nero senegalese è già all’opera col decespugliatore in mano. Lui mi vede e io lo saluto: mi risponde felice, forse sorpreso per la mia presenza là nel mezzo così presto, come se fosse in Senegal. Continuo a camminare e in un attimo raggiungo la pineta. Mi fermo all’edicola per confermare l’abitudine domenicale del Sole24ore.  Leggo due titoli e capisco che sono tornato in Italia: “Per Tremonti la crisi ha fatto diminuire il conflitto sociale … Il governo accelera sul piano nucleare. Presto i criteri dei siti”. Quando vedo certe scritte, vorrei non saper leggere l’Italiano. Per rimettere in circolo la digestione mi serve un caffè. Ci vorrebbe il caffè di Avio, al bagno numero sessantasette. Non è lontano, solo cinque minuti a piedi passando attraverso la pineta. Quando arrivo le saracinesche sono ancora abbassate -non è più il mese di Agosto- ma Avio è già sveglio e sta armeggiando nel retrobottega, dove ha allestito una camera da letto estiva, quando non ha tempo per tornare a casa a dormire nel suo appartamento che è proprio sopra al mio, fra gli orti e i campi  sportivi di Pinarella. In spiaggia non c’è nessuno, fuori orario e fuori stagione vedo Avio sbucare dalla porta come lo Zio Tom dalla capanna, alle otto del mattino. “Hai scelto proprio la giornata giusta” dice allusivo indicando il cielo annuvolato. Cos’è giusto e cos’è sbagliato, è solo questione di gusto, Avio l’ha capito bene dopo una stagione di lavoro al mare nel bagno numero sessantasette di Pinarella.  L’estate ha dato i suoi frutti, un sacco di gente soprattutto nei fine settimana, ma quasi tutti del posto, romagnoli e bolognesi stremati dal lavoro e dai viaggi in autostrada, agognanti la spiaggia purificatrice: partite a racchettoni sulla sabbia, i gavettoni a ferragosto, il gran premio di formula uno la domenica pomeriggio.  Avio non ha visto neanche un tedesco, di quelli che affollavano la riviera in bassa stagione trent’anni fa.  Oggi gli stranieri del  “tutto compreso” vanno in altre spiagge.  In primavera un giornale locale diceva che i tedeschi snobbano Cervia, chissà perchè. I cartelli plurilingue affissi alle pareti degli stabilimenti balneari con le regole e i divieti per i turisti sono gli stessi di trent’anni fa; nella scritta tedesca vedo un vistoso errore: and am strand, che lingua è?

Alle otto e mezzo arriva la barista che fa anche la cuoca. Per Avio è stata una fortuna trovarla, italiana garbata quarantenne sorridente, fra le giovani rumene dallo sguardo truce che affollano le liste di collocamento. In uno stabilimento balneare il bar è fondamentale: è la linea del fronte nei rapporti con il cliente che deve essere conquistato oppure respinto, se è troppo maleducato. Certe domeniche d’Agosto la gente si accalca davanti al bar e spinge per non fare la fila, grida e vorrebbe subito quello che cerca senza aspettare. Col caldo torrido dell’estate il lavoro al bar diventa una prova di resistenza, ma nelle domeniche di settembre è diverso: in spiaggia restano solo gli amici ed i parenti come alla fine di una festa. Verso mezzogiorno arriva Valerio, costruttore di condomini e fratello di Avio, con la bici da corsa fino in spiaggia.  Senza togliersi il casco e con la divisa da ciclista siede al tavolo fra la gente in costume da bagno.  Comincia a parlare come se fosse in ufficio. Nel frattempo spunta un raggio di sole, quel tanto che basta per stendersi in spiaggia senza aver freddo e recuperare un po’ del sonno che manca all’appello di questa notte. Mi stendo su un lettino del bagno numero sessantasette, chiudo gli occhi e sento addosso l’aria dolce di Settembre, come una culla. Lo stomaco è ancora sottosopra da ieri sera.   Mi addormento e penso: cosa ho fatto ieri sera?

Riaffiorano ricordi sparsi come i pezzi di un sogno. Ero stato invitato al compleanno di Cristiano,  ore 21 in villa a Santa Maria Nuova, giardino con piscina & altra gente.  Dopo l’aperitivo mi ero accomodato su uno sdraio a bordo vasca e non chiedevo altro, se non la brezza ed il riverbero dell’acqua in sottofondo, mentre parlavo con un’amica ritrovata lì quasi per caso, dopo dieci anni. Ma l’inquietudine del padrone di casa era già in agguato sul cancello con un altro programma più consono, a suo avviso, alla santificazione romagnola della festa di compleanno. Così alle dieci di sera saliamo tutti in automobile: due SUV normali, il super SUV Audi A7 di Cristiano, la Porsche dell’amico dentista e la Porsche dell’odontotecnico, tutti in fila nelle strade buie di campagna fino al luogo dei festeggiamenti, una vecchia casa da contadino trasformata in ristorante, la Cà Erbosa. Siamo in forte ritardo, ma i nostri tavoli sono pronti per la cena di compleanno, la quarta della serata. Altri tre compleanni si stanno svolgendo in contemporanea nello stesso ristorante, fra i lazzi del piano bar, dove un cantante grassoccio stempiato cinquantenne  storpia le parole delle canzoni con allusioni sexi.  Il rumore è assordante, parlo anzi grido nelle orecchie del mio vicino:”per favore passami l’acqua gassata!”. Ai camerieri mancano le nozioni più elementari di geometria e per il nostro gruppo accostano due tavoli rotondi. Io sto nel mezzo coi gomiti su due tavoli diversi, un po’ di qua e un po’ di là, come al solito. Senza che nessuno ordini alcunchè, i camerieri servono in ordine decrescente di qualità: salame, prosciutto e formaggi con piadina e bruschette come antipasto, tortelli e tagliatelle come primi piatti, poi grigliata mista di carne con patate e pomodori, pollo alla cacciatora, mascarpone con una candelina sopra per il compleanno. Davanti a noi, i nostri vicini di tavolo sono più avanti. Un tipo moro, bianco di carnagione, si toglie la camicia e comincia a ballare sulla sedia come Michael Jackson. Un paio di amiche in piena forma, con le gambe corte insaccate dentro Jeans sottovuoto, lo trascinano in danze sfrenate davanti al piano bar. Dal nostro tavolo guardiamo a bocca aperta i palpeggiamenti erotici della loro danza. Il cantante si compiace e al microfono rincara la dose vocale dei doppi sensi. A mezzanotte dividiamo la spesa della cena, sovrabbondante, rimasta in gran parte nel piatto e per il resto sullo stomaco: sono ventiquattro euro a testa. Non vedo l’ora di tornare a casa. Penso con rammarico alle bottiglie di vino in frigorifero che avrei bevuto volentieri sottovoce, solo con pochi amici attorno alla piscina, nella villa del festeggiato, senza la paura del vuoto.

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