La riconversione

21 settembre, 2009 § 5 commenti

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    Il mercatino di Cervia va in piazza fino a metà Settembre, quando la sera arriva presto e stende una quiete casalinga sui banchi dei venditori abitudinari che espongono per l’ultima volta libri ed altri oggetti strani, presumibilmente antichi, sotto la luce calda dei generatori elettrici.  Mi fermo a guardare, ma la voce affettuosa di un saluto mi afferra alle spalle.  Chi vedo?  Una faccia luminosa, la fronte tonda allargata nella calvizie solenne coi capelli arricciati e diritti, come il sole che sorge nei disegni dei bambini.   Mi saluta e urla forte:  “sei ancora dentro?”  Che cosa vuol dire… non sono mai stato in prigione! Quella buon’anima di Rinaldini mi sorprende davanti ai  libri della sua bancarella e vuole sapere se, anch’io come lui, sono ancora un dipendente della SFIR in cassa integrazione, in cerca di miglior vita  dopo la crisi nazionale dello zucchero.  Rinaldini lavorava come me in zuccherificio, ma in piazza a Cervia spiega che non eravamo proprio uguali, lui era un operaio, io ero un capo.

DSC00625“Presto ci chiamano di nuovo” dice dispiaciuto:  “ci chiamano sempre alla fine dell’anno. E’ già successo l’anno scorso ed anche l’anno prima”.   Il capo del personale ci convoca e dice a tutti che è pronta la riconversione: “avete bisogno di lavorare? Bene,  è finita la vacanza: è pronta la fabbrica nuova, venite a lavorare oppure state a casa per sempre, con quei due soldi di buonuscita sindacale che abbiamo concordato per voi. Di più non si può.”  Assuefatto a mesi ed anni di cassa integrazione, c’è sempre qualche operaio che abbocca e decide di entrare in mobilità volontaria, per non perdere la libertà e per ricevere subito i soldi in più di liquidazione: “tanto prima o poi un altro lavoro si trova”.   Qualcun altro decide invece di restare, vuoi per un estremo gesto di affetto verso il posto di lavoro, vuoi per un atteggiamento di sfida o soltanto per la profonda incertezza che goccia a goccia permea gli animi dei cassintegrati, anno dopo anno.

DSC00254Rinaldini vorrebbe andarsene definitivamente, ma non sa quanto gli manca alla pensione, sei, otto oppure dieci anni, davvero troppi: “dipende dalla legge sull’amianto, chissà…”.   Ha tentato una riconversione privata, ma gli è riuscita solo in parte.  I mobili e i libri vecchi non sono sufficienti per vivere: due, tre, quattro euro ogni libro, era meglio quando c’era la lira.  Fra qualche giorno lo chiameranno probabilmente in fabbrica e forse sarà l’ultimo appello, se vuole andarsene con la buonuscita sindacale davanti al contegno compiaciuto del direttore con la barba: finalmente!    Non è possibile che dopo quattro anni di cassa integrazione ce ne sia dell’altra: “non è possibile!”  Ma sembrava impossibile anche l’anno scorso e pure l’anno prima.

DSC01369Nella bancarella i libri stanno in scatole di cartone, alcune delle quali restano chiuse appoggiate per terra, altre sono aperte coi libri impilati dentro, tanto che è necessario estrarli uno alla volta per capire cosa c’è.  Vedo titoli molto vecchi: edizioni scolastiche fasciste, opere ottocentesche dimenticate come L’Angelo di Bontà di Ippolito Nievo.  Rinaldini va a sgomberare le cantine, i solai, gli appartamenti delle persone anziane che lasciano in eredità il valore dei muri con quello che c’è dentro.   E’ incredibile quanta cultura libraria sia rimasta sepolta nelle case degli italiani, all’insaputa della dittatura televisiva.   Chi sgombra viene pagato in proporzione al peso, ma qualche volta è Rinaldini che deve pagare, per esempio quando trova mobili antichi.  Non è facile stabilire il prezzo dei libri, bisogna essere davvero esperti: “i titoli del Settecento puoi provare a venderli a 30 euro: se qualcuno li compra subito, capisci che potevi chiedere di più.”

DSC01437Mi è sempre piaciuto mettere le mani  fra le carte vecchie, Rinaldini se ne accorge e mi accompagna dietro al banco dove tiene nascoste altre scatole che nascondono al loro interno decine di libri del Touring Club Italiano, fra cui, numerosissime, le prime edizioni della Guida d’Italia.  Affondo le mani nelle scatole e mi viene in mente l’ultima volta che ho incontrato Rinaldini in zuccherifico, nell’autunno del 2007. La fabbrica era ferma già da due anni ed io avevo avuto il tempo di lavorare altrove, in un cantiere di Ravenna che costruiva impianti petroliferi da spedire sul Mar Caspio.  Alla fine dell’estate ero rimasto a casa, sospinto dell’incertezza mia e del mercato, mentre i ministri italiani regalavano biscotti e vino al dittatore Kazako, per convincerlo che era opportuno proseguire con l’ENI e con Scaroni, un po’ furbetti ma, si sa, pur sempre brava gente. In quei giorni arrivò per me, inattesa, la convocazione in zuccherificio a Forlimpopoli, come se la fabbrica fosse stata di nuovo pronta per la partenza. Mi presentai bello pettinato alle otto del mattino, un lunedì di Settembre, e mi fu detto che era finita la vacanza e che dovevo ricominciare anch’io a lavorare. Bene! Cosa devo fare? Non era chiaro, potevo sistemare l’archivio, tanto per cominciare: di lì a poco sarebbero arrivati i facchini per il trasloco. La demolizione era ormai imminente e lo sgombero degli uffici era una priorità.

DSC00746La chiara foschia autunnale, ancora calda a mezzogiorno, risplendeva di nuovo sugli operai in fila, come nei momenti più concitati della lavorazione dello zucchero che si svolgeva fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Ma proprio il ricordo della stagione delle barbabitole rendeva più sinistro il corpo morto della fabbrica dove mancavano già alcune macchine, prelevate con precisione chirurgica e rivendute a metà prezzo in qualche mercato asiatico, forse in India. Non c’era più il sibilo vitale dell’aria compressa in sottofondo, perchè i tubi pneumatici erano stati tagliati. Nel silenzio tamburellavano i gorgoglii dei piccioni, come nei palazzi antichi abbandonati. Il loro volo pigro imperversava ovunque negli spazi ariosi fra le grandi finestre sempre aperte. Nessuno si preoccupava più di allontanarli, nè di pulire i pavimenti. Nelle lunghe pause in cui potevo attardarmi, vista la vaghezza del mio incarico, scendevo le scale e incontravo gli operai, a frotte davanti al distributore del caffè, animali vaganti, beffardi e stralunati, sospesi nel nulla. “Lo sai che Gianni è morto?” diceva qualcuno. “E’ morto anche Frank!” replicava un altro. “Anni e anni di cassa integrazione funzionano davvero: qualcuno se ne va con l’incentivo, qualcun altro se ne va perchè muore. E alla fine non rimane più nessuno.”

DSC01433Mi era dispiaciuto per Gianni. Manovrava l’impianto di diffusione. Quando lavoravamo insieme al sistema esperto, che io testardamente mi ostinavo ad applicare in questa lavorazione antica di cent’anni, mi ascoltava e  pedissequamente faceva quello che gli dicevo. Per questo i suoi colleghi lo prendevano in giro, ma lui ci era abituato, non si offendeva e bilanciava l’incertezza del suo carattere con la voglia di parlare. Ricordava fatti e persone con una vividezza impressionante e raccontava volentieri storie sulla gente di Ravenna: lo zuccherificio di Classe, l’esperienza terribile della chiusura di quella fabbrica dove aveva cominciato a lavorare trent’anni prima. Aveva paura di trovarsi ancora senza lavoro, senza sapere cosa fare, a cinquant’anni. Ma la soluzione (la più estrema) questa volta era arrivata da sè: un ictus senza scampo dopo l’annuncio della cassa integrazione.

DSC01338Ogni giorno da un armadio diverso riesumavo i fogli sparsi di storie profanate: disegni di fabbriche dismesse mescolati ad appunti recenti, corsivi affrettati, come ossa accumulate alla rinfusa. La crisi era cominciata vent’anni fa per opera di dirigenti con nome e cognome, gli stessi che adesso cavalcano la riconversione, ma solo per i propri figli. Il lavoro in archivio era bello, anche se il freddo dell’autunno precoce, senza riscaldamento, pungeva già. Passavo parecchio tempo negli spogliatoi accanto alle stufe elettriche; qualche volta arrivava un operaio, spalancava all’improvviso la porta e chiedeva: “Non so cosa fare, cosa devo fare?”. Gli dicevo di spostare un tavolo o una scala -non perchè ce ne fosse davvero bisogno- ma per dare la parvenza di uno scopo a quelle giornate umide e inutili, dove neanche una partita a carte aveva più senso. In poche settimane ero riuscito ad organizzare il lavoro per un paio di persone fino a Natale, con lo scopo di preparare il trasloco dell’archivio. Ma nelle stesse poche settimane il capo del personale – il dottor Andrea Maccaferri- aveva capito l’unica cosa che lo interessava veramente, cioè che io non avevo intenzione di scegliere la mobilità volontaria. La mia prestazione professionale era ancora una volta fuori luogo: “chissenefrega dell’archivio, roba per vecchi pensionati che hanno tempo da perdere!” Da un giorno all’altro ero di nuovo a casa, al caldo, in cassa integrazione.

DSC00215Rinaldini se lo ricorda ancora bene, quell’autunno freddo senza niente da fare, fra le ruspe che demolivano la fabbrica. Ma adesso non è più così, ormai ci sono le riconversioni e torneremo a lavorare per davvero. “Quali riconversioni?” chiedo: “l’impianto di confezionamento è già a regime con venti operai e ce ne sono più del doppio ancora da sistemare, dove li mettiamo?” Rinaldini non sa rispondere, ma ha paura. Teme di perdere l’incentivo all’esodo e la libertà della cassa integrazione. Ma teme di più per il suo posto di lavoro. Cosa deve fare? Gli consiglio di aspettare. Non è cambiato nulla in questo gioco dissennato dove le uniche mosse vincenti sono il bluff e l’attesa. Chissà se è davvero così, ma Rinaldini vuole credermi, si rasserena e dice: “prendi su i libri che vuoi, te li regalo”. Nel mercatino di Cervia è già notte e gli ambulanti cenano per strada: una pizza tagliata a spicchi nei cartoni da asporto.

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Ultime spiagge

14 settembre, 2009 § 1 Commento

Dormo agitato, colpa della cena sullo stomaco: cosa ho fatto ieri sera?  Mi sveglio all’alba e ficco il naso nel terrazzo per cogliere il chiarore settembrino, l’aria nè calda nè fredda alle prime luci del giorno. Il cielo impasta velature grige, frammenti di azzurro sfumato e bagliori mattutini.  Aria incerta, potrebbe piovere, potrebbe risplendere il sole. Ho quattro ore di sonno sulle spalle e la testa pesante. Non torno a letto, sono sveglio: mi vesto e vado in spiaggia alle sette del mattino, domenica 13 Settembre. Esco a piedi sulla pista sabbiosa fra gli orti dietro casa dove gli impianti di irrigazione schizzano rilassatamente acqua in sottofondo. Un lavorante nero senegalese è già all’opera col decespugliatore in mano. Lui mi vede e io lo saluto: mi risponde felice, forse sorpreso per la mia presenza là nel mezzo così presto, come se fosse in Senegal. Continuo a camminare e in un attimo raggiungo la pineta. Mi fermo all’edicola per confermare l’abitudine domenicale del Sole24ore.  Leggo due titoli e capisco che sono tornato in Italia: “Per Tremonti la crisi ha fatto diminuire il conflitto sociale … Il governo accelera sul piano nucleare. Presto i criteri dei siti”. Quando vedo certe scritte, vorrei non saper leggere l’Italiano. Per rimettere in circolo la digestione mi serve un caffè. Ci vorrebbe il caffè di Avio, al bagno numero sessantasette. Non è lontano, solo cinque minuti a piedi passando attraverso la pineta. Quando arrivo le saracinesche sono ancora abbassate -non è più il mese di Agosto- ma Avio è già sveglio e sta armeggiando nel retrobottega, dove ha allestito una camera da letto estiva, quando non ha tempo per tornare a casa a dormire nel suo appartamento che è proprio sopra al mio, fra gli orti e i campi  sportivi di Pinarella. In spiaggia non c’è nessuno, fuori orario e fuori stagione vedo Avio sbucare dalla porta come lo Zio Tom dalla capanna, alle otto del mattino. “Hai scelto proprio la giornata giusta” dice allusivo indicando il cielo annuvolato. Cos’è giusto e cos’è sbagliato, è solo questione di gusto, Avio l’ha capito bene dopo una stagione di lavoro al mare nel bagno numero sessantasette di Pinarella.  L’estate ha dato i suoi frutti, un sacco di gente soprattutto nei fine settimana, ma quasi tutti del posto, romagnoli e bolognesi stremati dal lavoro e dai viaggi in autostrada, agognanti la spiaggia purificatrice: partite a racchettoni sulla sabbia, i gavettoni a ferragosto, il gran premio di formula uno la domenica pomeriggio.  Avio non ha visto neanche un tedesco, di quelli che affollavano la riviera in bassa stagione trent’anni fa.  Oggi gli stranieri del  “tutto compreso” vanno in altre spiagge.  In primavera un giornale locale diceva che i tedeschi snobbano Cervia, chissà perchè. I cartelli plurilingue affissi alle pareti degli stabilimenti balneari con le regole e i divieti per i turisti sono gli stessi di trent’anni fa; nella scritta tedesca vedo un vistoso errore: and am strand, che lingua è?

Alle otto e mezzo arriva la barista che fa anche la cuoca. Per Avio è stata una fortuna trovarla, italiana garbata quarantenne sorridente, fra le giovani rumene dallo sguardo truce che affollano le liste di collocamento. In uno stabilimento balneare il bar è fondamentale: è la linea del fronte nei rapporti con il cliente che deve essere conquistato oppure respinto, se è troppo maleducato. Certe domeniche d’Agosto la gente si accalca davanti al bar e spinge per non fare la fila, grida e vorrebbe subito quello che cerca senza aspettare. Col caldo torrido dell’estate il lavoro al bar diventa una prova di resistenza, ma nelle domeniche di settembre è diverso: in spiaggia restano solo gli amici ed i parenti come alla fine di una festa. Verso mezzogiorno arriva Valerio, costruttore di condomini e fratello di Avio, con la bici da corsa fino in spiaggia.  Senza togliersi il casco e con la divisa da ciclista siede al tavolo fra la gente in costume da bagno.  Comincia a parlare come se fosse in ufficio. Nel frattempo spunta un raggio di sole, quel tanto che basta per stendersi in spiaggia senza aver freddo e recuperare un po’ del sonno che manca all’appello di questa notte. Mi stendo su un lettino del bagno numero sessantasette, chiudo gli occhi e sento addosso l’aria dolce di Settembre, come una culla. Lo stomaco è ancora sottosopra da ieri sera.   Mi addormento e penso: cosa ho fatto ieri sera?

Riaffiorano ricordi sparsi come i pezzi di un sogno. Ero stato invitato al compleanno di Cristiano,  ore 21 in villa a Santa Maria Nuova, giardino con piscina & altra gente.  Dopo l’aperitivo mi ero accomodato su uno sdraio a bordo vasca e non chiedevo altro, se non la brezza ed il riverbero dell’acqua in sottofondo, mentre parlavo con un’amica ritrovata lì quasi per caso, dopo dieci anni. Ma l’inquietudine del padrone di casa era già in agguato sul cancello con un altro programma più consono, a suo avviso, alla santificazione romagnola della festa di compleanno. Così alle dieci di sera saliamo tutti in automobile: due SUV normali, il super SUV Audi A7 di Cristiano, la Porsche dell’amico dentista e la Porsche dell’odontotecnico, tutti in fila nelle strade buie di campagna fino al luogo dei festeggiamenti, una vecchia casa da contadino trasformata in ristorante, la Cà Erbosa. Siamo in forte ritardo, ma i nostri tavoli sono pronti per la cena di compleanno, la quarta della serata. Altri tre compleanni si stanno svolgendo in contemporanea nello stesso ristorante, fra i lazzi del piano bar, dove un cantante grassoccio stempiato cinquantenne  storpia le parole delle canzoni con allusioni sexi.  Il rumore è assordante, parlo anzi grido nelle orecchie del mio vicino:”per favore passami l’acqua gassata!”. Ai camerieri mancano le nozioni più elementari di geometria e per il nostro gruppo accostano due tavoli rotondi. Io sto nel mezzo coi gomiti su due tavoli diversi, un po’ di qua e un po’ di là, come al solito. Senza che nessuno ordini alcunchè, i camerieri servono in ordine decrescente di qualità: salame, prosciutto e formaggi con piadina e bruschette come antipasto, tortelli e tagliatelle come primi piatti, poi grigliata mista di carne con patate e pomodori, pollo alla cacciatora, mascarpone con una candelina sopra per il compleanno. Davanti a noi, i nostri vicini di tavolo sono più avanti. Un tipo moro, bianco di carnagione, si toglie la camicia e comincia a ballare sulla sedia come Michael Jackson. Un paio di amiche in piena forma, con le gambe corte insaccate dentro Jeans sottovuoto, lo trascinano in danze sfrenate davanti al piano bar. Dal nostro tavolo guardiamo a bocca aperta i palpeggiamenti erotici della loro danza. Il cantante si compiace e al microfono rincara la dose vocale dei doppi sensi. A mezzanotte dividiamo la spesa della cena, sovrabbondante, rimasta in gran parte nel piatto e per il resto sullo stomaco: sono ventiquattro euro a testa. Non vedo l’ora di tornare a casa. Penso con rammarico alle bottiglie di vino in frigorifero che avrei bevuto volentieri sottovoce, solo con pochi amici attorno alla piscina, nella villa del festeggiato, senza la paura del vuoto.

Personaggi in cerca d’autore

8 settembre, 2009 § 3 commenti

Immagine 295L’aeroporto di Tegel è quasi in centro a Berlino, ci arrivo in  tre quarti d’ora dalla casa di Tempelhof  e dall’altro aeroporto Zentral Flughafen che è chiuso già da un anno.  Anche Tegel dovrebbe chiudere entro breve, sostituito dal moderno Hub di Schoenefeld, nella lontana periferia  sud-est dell’ex Berlino comunista.  Per adesso gli aerei si alzano ancora in volo da Tegel sulle case di Wedding e di Pankow, con la pancia metallica rigonfia di passeggeri e di bagagli sui tetti e sulle strade come ai tempi del ponte aereo. Gli abitanti del  quartiere sollevano il naso per guardarli ingigantire mentre sibilano oscurando il sole, prima di atterrare.   Gli aerei che sessant’anni fa hanno salvato Berlino Ovest dall’occupazione sovietica disturbano la gente meno che altrove. In città mi colpisce il manifesto elettorale di un candidato che si fa fotografare su un aereo accanto al finestrino. Un manifesto come questo in Italia farebbe pensare ai voli di stato per uso privato, ai cantanti ed alle ballerine che rallegrano le feste imperiali in Sardegna.  Invece a Berlino è l’immagine giusta per un messaggio elettorale scritto a chiare lettere: “sicurezza e libertà”.

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Io e il regista Carlo arriviamo insieme all’aeroporto di Tegel in buon anticipo sul volo Windjet diretto a Forlì.  A Forlì io sono praticamente a casa, pronto a raccogliere gli ultimi spasimi dell’estate romagnola, mentre Carlo deve proseguire con la coincidenza per Catania, dove lo aspetta un periodo di fuoco: corsi di regia, lezioni all’università e la ricerca di nuovo lavoro per l’ordinaria sopravvivenza. Arriviamo all’aeroporto sovraccarichi di bagagli. E’ incredibile quanta carta -libri, giornali e depliant- si possano accumulare in appena due mesi, ma il limite di venti chilogrammi delle compagnie aeree low cost impone un esercizio di pulizia mentale, come il gioco dei dieci libri che salveresti dal diluvio universale. Ho fatto pulizia per un giorno intero riempiendo sacchi della spazzatura, ho anche scelto di indossare le scarpe più pesanti per alleggerire il più possibile la valigia. Ma il peso, così, a braccio, continua a superare abbondantemente il limite perentorio dei venti chili, tanto che mi sarei aspettato uno stop, con conseguente pagamento di soprattassa. Invece al check-in la bilancia è spenta, WindJet ringrazia i clienti e strizza l’occhio per le ferie d’agosto.

Carlo è finalmente contento della sua vacanza. Ha trascorso gli ultimi dieci giorni in un appartamento di Charlottemburg, prima in compagnia della sorella e del cognato, poi da solo. Nell’ultimo fine settimana si è lasciato coinvolgere da una intraprendente vicina di casa, una signora tedesca che ha conosciuto al tavolino di un bar. Con lei è stato all’ inaugurazione di mostre d’arte, al ristorante ed anche in discoteca a Charlottenburg, un posto indimenticabile, quasi commovente per lo stile retrò, franco e senza malizia. In attesa dell’aereo Carlo preferisce ricordare, senza pensare al putiferio che lo aspetta a Catania.

Immagine 305Abbiamo percorso Berlino a piedi lungo le fessure delle vecchie divisioni dove emergono i distretti contemporanei, come frammenti di crosta terrestre alla deriva. Siamo entrati negli spazi più interessanti di Berlino, dove un tempo arrivavano i binari delle stazioni ferroviarie e degli scali merci, guardacaso prescelti, proprio loro, come terra di confine nella divisione fra est ed ovest.  Siamo entrambi sicuri di aver colto l’anima di Berlino un venerdì pomeriggio d’agosto, camminando a piedi fra Ostbanhof e Warschauerstrasse.  Pensavamo di essere in centro e percorrevamo l’unica strada possibile, mentre si infittiva la sensazione d’essere invece in una remota periferia, fra campi incolti e grandi capannoni.  Davanti a noi emergeva chiaramente il ponte di Warschauerstrasse,  con le automobili in marcia ed il passo spedito delle ragazze sospese sulla città incolta sottostante, dov’era un grande scalo merci smantellato.  In fondo, la nostra strada terminava in una rotonda a pochi passi dal ponte, da cui era comunque possibile proseguire a piedi attraverso un sentiero, vicino ad un casello abbandonato della ferrovia.  Appollaiati sul tetto, alcuni giovani con la birra in mano prendevano il sole. Un ferroviere dal locomotore in manovra sull’unico binario superstite faceva sentire il suo fischio.  Fra le sterpaglie noi proseguivamo con maggiore incertezza, ormai a due passi dalla stazione della metropolitana che in questo tratto è alla luce del sole.  Con un balzo tornavamo all’improvvisto fra gli abitanti del venerdì pomeriggio, da un bordo del marciapiede della metropolitana, accolti da un tipo augurante bonario schoene Wochenende, con la birra in mano, ai margini della società.

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Carlo è ormai convinto dell’inutilità di un documentario su Berlino. Con tutto quello che è stato già detto su questa città, nessun produttore si entusiasma più. Per Carlo è arrivato ormai il momento di girare un film vero, un lungometraggio, dove la multiforme personalità di Berlino fa da sfondo ai mutevoli  stati d’animo del protagonista: un fisico quarantenne in fuga dall’Italia, espulso prima dall’Università, poi dal mercato del lavoro. Chiedo: “come ti è venuta in mente un’idea così?” Mi risponde che da parecchio tempo pensa alla storia di un “fisico quantistico” a cui non è permesso di fare ricerca, ed allora comincia ad applicare la meccanica quantistica alla vita quotidiana: il principio di indeterminazione nelle strade in città e con gli amici. Il comportamento del “fisico quantistico”, anzichè apparire stravagante, suggerisce un nuovo stile di pensiero, vincente, negli anni ambigui della crisi.  Mi sembra una trama interessante, è giusto che il regista la sviluppi, non lo accuserò di plagio…

Un anno di …project!

2 settembre, 2009 § 6 commenti

Sembra una vita, invece è solo un anno fa che raccontavo per la prima volta la città di Houston in una domenica downtown texana, metafisica, calda da morire. Ad un anno di distanza mi trovo oggi a parlare di Berlino, organismo vitale pullulante agli antipodi dell’astrazione cristallina da cui ero partito quasi per caso il 2 Settembre 2008. Nel mezzo sono cambiate altre cose: la crisi al posto dello sviluppo, Barack al posto di George doppio W,  Berlusconi ’09 al posto di Berlusconi ’08.

Per scrivere cose interessanti ci vuole tempo, denaro e lucidità, oppure una cassa integrazione straordinaria di cui non si vede la fine, come quella in cui navigo a vista ancora oggi per il quarto anno consecutivo. Si può stare fermi per raccontare quello che gira attorno e girare per raccontare quello che succede dentro, ma si può anche attendere il mondo sulla porta di casa, tanto prima o poi qualcuno passa e ti porta via. In un anno ho contato quasi seimila visite a questo sito. Fra uragani, società di outplacement e corsi di tedesco, spero di avere fornito un lieto diversivo alla noia delle chiacchiere in ufficio per chi mi legge dopo il caffè fra una scartoffia e l’altra. Cercherò di continuare, come in principio… ma è difficile fare previsioni sul futuro in generale, figuriamoci sul futuro di un sito come questo: potrebbe vivere a lungo, ma potrebbe anche terminare brevemente i suoi giorni, coi tempi che corrono!

Dove sono?

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