Grande colazione

29 agosto, 2009 § 5 commenti

Immagine 361La prima volta che per colazione ho ordinato una grosses fruestuck,  ho creduto che per errore la cameriera mi avesse portato gli ingredienti crudi del ragù di carne di mezzogiorno ancora da preparare.  Fra il burro e la mortadella, nel piatto troneggiava un grumo di carne macinata con sopra un battutto fresco di cipolla.   Tutta quella roba mi aveva impressionato, tanto che quattro mesi fa ero riuscito a malapena ad assaggiarla.  Adesso mi sorprendo invece la mattina con il coltello in mano, mentre spalmo su panini ancora caldi, burro, cipolla e carne cruda delicatissima.  E’ proprio vero che ci si abitua a tutto. Giornate fin troppo calde si susseguono a Berlino alla fine dell’Estate, con un’umidità estenuante nel pomeriggio.  Di mattina il rito della colazione all’aperto vive gli ultimi momenti di gloria prima dell’autunno.  I passeri e le api che affollano l’aria, fra i piatti, i tavoli e le seggiole di legno, reclamano con più insistenza la loro parte per non perdere le ultime battute del gioco delle briciole, che solo d’estate avvicina le abitudini dei volatili a quelle degli umani.  Le api si armano di pazienza e scendono nel piatto per tagliare un pezzo di carne macinata delle dimensioni adatte al loro volo ondeggiante verso casa. I passeri, ma solo le femmine grigie ed affusolate, saltellano sul tavolo e ruotano la testolina per guardare con un occhio solo, finchè spalancano il becco con la lingua fuori, come nel nido dove sono nate.  Con tutto quel ben-di-dio nel piatto,  sono io la “mamma” delle femmine più coraggiose.    I passeri maschi non osano fare domande, saltellano a terra arruffati, in attesa, fra i piedi.

Per il mio quarantunesimo compleanno, mi fermo con Evariste per una Grosses Fruestuck al Tempio della birra, fra passeri, api e cameriere biondissime.  Seduto davanti a me, Evariste si compiace d’essere nato anche lui nel 1968,  figlio maschio di una famiglia numerosa, complicata e nobile, originaria del Camerun.  Suo padre era un principe con cinque mogli e trentadue figli.  “Musulmano?” domando io, “No, Cattolico!”  Evariste dice che suo padre era un Cattolico africano tradizionalista, non moderno come invece è lui, e che sua nonna parlava tedesco correntemente, perchè era nata prima del 1918,  quando il Camerun era una colonia della Germania.  Soltanto dopo sono arrivati i  Francesi, più superficiali e sfruttatori.  I Tedeschi hanno lasciato la loro impronta nell’organizzazione del territorio, nelle strade e nelle ferrovie del Camerun, che di conseguenza si è sviluppato più degli altri paesi africani circostanti, anche nella squadra di calcio. Evariste mangia con calma, prepara i panini lentamente come se il lavoro di coltello gli costassse una certa fatica. Lo osservo nel volto e vedo la bellezza dei suoi occhi bianchi smaltati sul viso bruno, non nero ma nocciola scuro.  L’eleganza dei gesti è segno di nobiltà o forse soltanto di civiltà: la civiltà che in Italia è passata di moda, possiamo andarla a cercare in Africa.

Immagine 358

Come regalo di compleanno, Evariste mi ha lasciato un paio di calzini bianchi avvolti in un papiro colorato con l’immagine di Ramses secondo. Non credo abbia voluto dire qualcosa di particolare, solo un pensiero.  Nella foto scattata il 24 Agosto, io e Evariste siamo al centro fra Martin e Renate, i padroni di casa.

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L’ultima professoressa

26 agosto, 2009 § Lascia un commento

Alle lezioni serali estive del Goethe di Berlino è comparsa una professoressa nuova. L’insegnante titolare se ne era andata qualche giorno fa dicendo che sarebbe arrivata una supplente. Subito ho pensato ad una giovane tedesca bionda e discinta, il sogno della mia vita. Invece è arrivata una vecchia grinzosa con la camicia nera lunga quanto un grembiule ed i capelli bianchi. In silenzio ha fissato singolarmente ognuno di noi ed io mi sono ritrovato ad essere all’improvviso Herr Aldini, scandito ad alta voce con una pronuncia secca e militare. Gli studenti abituati allo stile dolciastro del moderno intrattenimento didattico sono rimasti letteralmente tramortiti dalla raffica di esercizi della vecchia. Ai corsi del Goethe si fanno troppe chiacchiere, così abbiamo cominciato subito con la grammatica, pronomi, preposizioni e declinazioni degli aggettivi. Sollecitato dal metodo tradizionale, ho ritrovato finalmente l’identità  di studente che avevo costruito a partire dalla seconda elementare alle prese con le tabelline. Davanti all’archetipo della grande professoressa, si è risvegliato un imprinting infantile evidentemente nascosto, ma non scomparso, fra le pieghe assurde della vita successiva.

Ora che mi è difficile riconoscere l’autorità di sedicenti ingegneri direttori, presidenti ed amministratori delegati pretestuosi e finti, mi sorprende l’ultima professoressa capace ancora di ricondurmi a sè, soltanto con la parola.  Se per caso da un albero un giorno dovessi gridare “voglio una donna!”, sapete chi mandarmi per farmi scendere.

Domenica al Mauer Park

23 agosto, 2009 § Lascia un commento

Immagine 190Per ritrovare l’abitudine della messa dovevo venire a Berlino, prima con il prete della Pensylvania, adesso con l’uomo del Gabon, anche lui figlio della Chiesa cattolica apostolica romana. Evariste appartiene al movimento  dei Focolarini di Chiara Lubich, attivi in Africa più che in Italia.  All’ombra del Vaticano i Focolarini quasi non esistono a confronto coi Ci-Ellini dio-patria-e-famiglia, ma in Africa è un’altra storia, poichè i Ci-Ellini temono le zanzare e la miseria, dal Gabon stanno alla larga.  Dopo la messa  Evariste saluta tutti: preti barbuti tedeschi,  anziane signore con gli occhiali, giovani padri cattolici con un numero di figli in eccesso e le mogli ancora gravide.  Chiede gentilmente indicazioni per comperare una Bibbia stampata in tedesco: un mito evidetemente, e non solo per gli africani,  fin dai tempi di Gutemberg.

Immagine 188Per salvaguardare il buonumore di Evariste, mi sembra giusto accompagnarlo di domenica al mercato delle pulci, un grande rito primitivo berlinese che allontana il ricordo del muro nei pressi di Bernauer Strasse, con la forza della compravendita spontanea e collettiva.  Fra i banchi improvvisati dei  venditori che offrono vecchi dischi, lampadari, attrezzi per il giardinaggio, libri, rasoi  da barba, servizi-da-te e strumenti musicali, Evariste comincia le trattative: quanto costa questo, quanto costa quell’altro.  Trova una chitarra e la comprerebbe anche senza custodia, ma chiedono 180 Euro,  davvero troppo per un professore del Gabon.   Si ferma  qualche istante per suonarla, lui acquirente nero davanti alla venditrice bianca, niente di strano per il Mauer Park di Berlino: non è la spiaggia di Pinarella. Dovrebbe arrivare anche il regista, lo aspettiamo già da un po’. Carlo non sa mai quanto tempo impiega quando prende la metropolitana a Zehlendorf, la domenica più degli altri giorni  è un terno al lotto, può aspettare anche mezz’ora.  Finalmente lo vediamo scendere dal tram numero dieci. Saluta con un sorriso, ma dice d’essere stanco.  Non è facile condividere le abitudini della casa di legno dove Jorg mangia ad orari assurdi, non pranza e cena alle cinque del pomeriggio. Nel breve intervallo fra la colazione tardiva e la cena precoce, le giornate si accorciano inverosimilmente. Non c’è tempo per lavorare. Il letto poi, con quel cuscino stupido, quadrato e schiacciato, è un tormento.  La vita di Carlo a Zehlendorf sta diventando un problema, dobbiamo fare qualcosa. Intanto cominciamo a cercare un posto all’ombra. Sotto il sole del Mauer Park suda anche Evariste, abituato al caldo dell’Africa. Questa non è Berlino,  oppure Berlino è diventata un’altra cosa: una spiaggia, un paradiso primitivo, una città delle vacanze lontana anni-luce dal grigio del secolo scorso.  Fra le baracche del mercato delle pulci ci sono sedie a sdraio, c’è chi prende il sole in costume da bagno con la birra in mano. Musicisti con la chitarra e le tastiere preparano gli impianti di amplificazione per i concerti del pomeriggio, come a Marina di Ravenna.   A Berlino la spiaggia non c’era, ma adesso l’hanno inventata in fondo a Bernauer Strasse, dove  la terra di nessuno si allargava più che altrove fra il filo spinato dell’est ed il muro di cemento tutto uguale, a difesa del comunismo.  Per contrappasso oggi si canta e si balla in quella che era la striscia della morte: la frontiera invalicabile è diventata un confine metafisico, come la costa vaporosa dell’adriatico.

Immagine 335Fra Berlinesi e turisti, al Mauer Park c’è davvero troppa gente. Non troviamo posto nelle sedie a sdraio, neanche nei bar nascosti dietro la prima fila di bancarelle. Per sederci, dobbiamo uscire sui marciapiedi erbosi di Prenzlaunerberg, dove i  bar e i ristoranti distendono tavoli, seggiole e dondoli, roba vecchia improvvisata con la scusa del vintage, stile Rimini anni cinquanta.  L’ispirazione per il documentario di  Carlo parte da qui. Berlino è interessante soprattutto per l’anarchia organizzata di questi spazi liberi, privi ancora di una destinazione precisa.   In modo del tutto inintenzionale la storia ha disegnato a Berlino una città-piena-di-vuoti  di cui la gente ora si impossessa piuttosto liberamente, sperimentando nuove forme di aggregazione urbana. Dbbiamo trovare il tempo per esplorare questi “non-luoghi” lungo il perimetro del muro, lo faremo con calma i prossimi giorni.  Adesso ci fermiamo in un bar all’ombra su due sedie a sdraio di legno sbilenche: basta prestare un po’ di attenzione, sono comodissime! Guardo il cielo blu e chiudo gli occhi.  Davanti sfilano giovani donne tranquille, in abiti leggeri e ciabatte vanno in spiaggia al Mauer Park di Berlino. Del mare, sento quasi l’odore.

Evariste

20 agosto, 2009 § 2 commenti

Immagine 346Quello che ho imparato finora della lingua tedesca è sufficiente per organizzare una convivenza amichevole con un professore di tedesco del Gabon, senza gli equivoci della pronuncia inglese. Evariste è arrivato a Berlino dal Gabon il 3 Agosto con l’entusiasmo di un bambino ed un piccolo regalo per i padroni di casa che lo ospitano, una sagoma smaltata a forma di Africa, montata su un supporto come un soprammobile, per mostrare in breve dov’è il Gabon e dove sono gli altri stati africani tutti ugualmente degni della nostra civile attenzione, divenuta tuttavia pregiudizio, a causa dell’apocalisse di fame e guerra che ha luogo da quelle parti.  Il Gabon è ancora un posto tranquillo, pochi abitanti, quasi una località turistica sulla costa occidentale, vicino al Camerum più intraprendente. Le città del Gabon hanno nomi francesi che vorrebbero augurare a questa terra un destino di pace e di prosperità. Libreville è la capitale, Port Gentil è la città di Evariste, seconda per numero di abitanti, un’isola sabbiosa vicina alla costa africana ma lontana cinque ore di traghetto dal porto più vicino che è Libreville. Per orientarsi in città a Berlino, Evariste avrebbe voluto una sagoma smaltata come la sua africa, con le indicazioni sommarie dei quartieri e delle linee della metropolitana, invece delle carte simboliche esatte e geometriche. I primi giorni si aggirava smarrito senza mappa, un po’ spavantato, e chiedeva informazioni ai passanti per ritrovare la fontana che lui ricordava di aver visto davanti casa, al centro della piazza. I Berlinesi sono gentili e per strada danno i suggerimenti giusti, ma da me Evariste si aspettava qualcosa in più, poichè io e lui abitiamo sotto lo stesso tetto, dal suo punto di vista condividiamo la stessa famiglia, che comporta una rete di attenzioni reciproche. La mattina del terzo giorno accompagno Evariste in stazione a Sudkreuz per fargli comperare finalmente l’abbonamento mensile a tariffa ridotta. Esce di casa con un sorriso raggiante, con indosso un camicione bianco sfrangiato, le maniche larghe ed i pantaloni eleganti. Cammina sul marcipiede e saluta ad alta voce la gente nei cortili, come avrebbe fatto Eddy Murphy se fosse stato a Berlino.

Treptower Park

16 agosto, 2009 § Lascia un commento

Immagine 217Carlo vorrebbe fare un documentario su Berlino. Non gli mancano le idee, ma non è gli è facile riconoscere quelle giuste. Berlino è una città iper-rappresentata, con un immaginario cinematografico traboccante. E’ difficile scrivere qualcosa che sia al tempo stesso nuovo e significativo, ma Carlo non si spaventa e pensa ossessivamente ad un documentario su Berlino, come ha già fatto per Atene e per Lisbona. Per cominciare gli bastano due pagine che raccontino, con suoni e con parole, una storia, oppure la città protagonista di se stessa senza discorsi umani fuorvianti. Un lavoro interessante potrebbe riguardare gli spazi vuoti che danno a Berlino un’identità frammentaria e rimescolata, con molte periferie confuse fra molti centri. Cominciamo a guardare insieme questi spazi vuoti una mattina d’agosto col tempo grigio e le nuvole già autunnali in cielo a Treptower Park. Carlo non è mai stato qui, dove i sovietici hanno costruito due quinte monumentali di marmo e di alberi, per una lunghezza di mezzo chilometro circa dentro al parco, memoriale della “guerra di liberazione dal Bernazismo”.

Immagine 208Sono le nove e mezza quando usciamo dalla stazione della metropolitana incerti sulla direzione. Carlo ha dormito male a causa di un cuscino morbido, un maledetto cuscino largo e schiacciato, tedesco. Vorremmo un caffè, ma i bar lungo il fiume sono chiusi mentre le baracche sull’altro lato della stazione esalano un rancido fritto che piace solo ai ferrovieri baffuti in pausa fra un lavoro e l’altro. Gli operai si svegliano col bratwurst, il caffè in quelle baracche servirebbe soltanto per sciacquare lo stomaco, così andiamo a cercare un bar più serio un po’ più in là, in un ex palazzone dell’est dall’altra parte della strada. Idee confuse si intrecciano senza una direzione precisa, fuori e dentro di noi, ma a Berlino ci sentiamo entrambi a casa. Per Carlo è come Catania, città provvisoria su un suolo magmatico. La storia del Novecento ha agito su Berlino con la violenza di un vulcano che si è affrettato a distruggere i sogni di grandezza di tre imperi. A me invece Berlino ricorda, chissà perchè, Ferrara. Forse per l’umidità palpabile dei giardini fioriti, che spuntano ad ogni angolo di strada, per i cimiteri sparsi sulle ultime tracce del muro, per la vastità di un piano urbanistico mozzato dalla storia. Il disordine razionale di Berlino ha l’effetto di una macchia di inchiostro da cui emergono desideri e paure da esorcizzare, come un laboratorio di psicologia sperimentale

Immagine 209Per il caffè ci fermiamo più del necessario. Guardiamo il cielo grigio traditore dell’estate, ma almeno non piove. Camminiamo pigri fino al fiume e seguiamo la riva, dove le barche all’ormeggio dormono ancora: battelli turistici, case sull’acqua con le aiuole sulla prua, simili alle case vere sull’altra riva del fiume. Carlo maledice la borsa con la telecamera. Era troppo assonnato quando ha deciso di portarla con sè questa mattina, ma ormai ce l’ha, tanto vale utilizzarla. In meno di un quarto d’ora arriviamo all’ingresso del memoriale, dalla parte del fiume. E’ un arco solenne, non enorme ma imponente come le porte trionfali della Divina Commedia che annunciano mondi ultraterreni. Il monumento ai caduti sovietici comincia come un film, con la colonna sonora degli alberi frondosi ripiegati a piangere sotto le raffiche di vento leggero.

Immagine 219 La prima inquadratura è dedicata alla grande madre Russia, una statua di donna robusta e addolorata che indica la via della storia in direzione del soldato vincitore del nazismo, mezzo chilometro più in là. A metà, due statue colossali armate ed inginocchiate aprono un sipario immaginario, fra due quinte di marmo rosso inclinate come ali. Il marmo è quello del palazzo della cancelleria di Hitler, smontato pezzo per pezzo dopo la guerra e riutilizzato in gran parte proprio qui nel mausoleo dei comunisti, per il sarcasmo della storia. Nello spazio antistante, la narrazione prende corpo in grandi parallelepipedi scolpiti a bassorilievo con le scene della guerra, come i pezzi di una moderna colonna traiana. Militari e civili col colbacco e gli stivali, sono raffigurati in atti di eroismo e di sottomissione alla patria. Sembrerebbe un romanzo di Tolstoj, se non fossero le armi, i fucili e le bombe a mano scolpite meticolosamente nei dettagli tecnici ad indicare che stiamo parlando di un’altra storia, più recente e più spietata.

Tedesco per stranieri, tre mesi dopo

11 agosto, 2009 § 7 commenti

A proposito della difficoltà della lingua tedesca, il prete americano David si divertiva a raccontare una barzelletta su un teologo gesuita tedesco, che scrive  talmente complicato, che i suoi studenti (tedeschi madrelingua) lo leggono solo se viene pubblicato in traduzione inglese, per dire che la lingua inglese agisce su quella tedesca con una forza semplificatrice che leviga e smussa le idee più complesse.

Se l’Inglese e il Tedesco fossero un’invenzione di Bill Gates, sarebbero rispettivamente la versione Home Edition e Professional dello stesso sistema operativo “Windows Germanics“. L’ufficio marketing di Microsoft si farebbe in quattro per vendere il Tedesco a tutti quelli che parlano di scienza e di filosofia, mentre l’Inglese, take it easy, andrebbe agli altri che parlano d’affari e non perdono tempo col capello spaccato in quattro. Il successo della lingua inglese non ha bisogno di spiegazioni: è una lingua vivace, consumata quotidianamente dalla forza dissipativa della natura umana. Per chi parla già Tedesco è piuttosto semplice imparare l’Inglese, basta assecondare la corrente. E’ più difficile il contrario. Gli americani che cercano di parlare Tedesco, devono fare uno sforzo penoso, come i Salmoni che risalgono i fiumi dell’Alaska. Molti americani studiano Tedesco per ritrovare la lingua dei loro progenitori, come avrebbero fatto gli italiani col latino, se il latino fosse diventato la lingua di una nazione leader nella scienza e nella tecnica, anzichè il codice segreto della teocrazia vaticana.

La prima preoccupazione degli insegnanti del Goethe è che i loro allievi  comincino a parlare Tedesco, non importa come, l’importante è assaporare subito i suoni della nuova lingua e affinare l’orecchio. All’inizio non ne ero proprio convinto: questo metodo didattico che fa della lingua una frittata, qualche parola buttata là tanto per dire: “parlo Tedesco!” ma con una pronuncia da film comico. Avrei studiato più volentieri prima le regole, per pronunciare subito correttamente poche frasi, com’era nei primi corsi d’inglese su audiocassetta trent’anni fa: where is the book? The book is on the table! Ma adesso dicono che il processo di apprendimento di una lingua deve ripercorre le tappe infantili di un bambino che impara a parlare per la prima volta, con tutte le approssimazioni di un bambino che sbaglia e si corregge e storpia le parole. Non è stato facile, ma anch’io sono riuscito ad avventurarmi in discorsi tedeschi formidabili senza capo ne coda, cadendo di tanto in tanto nella lingua inglese, alla ricerca vana di un sostegno in quel present continuous che risolve odeggiando ogni sintassi sospesa, contro l’assolutezza avverbiale della lingua tedesca: ich moechte lieber!

La professoressa guarda con la faccia strana, dice di sì, non è proprio corretto al cento per cento quello che dico, ma la comunicazione funziona. A cosa allude quando parla così, non lo so, ma non  ho ancora pensato di invitarla a cena. L’ultimo tema che ho scritto le è piaciuto davvero molto, era dai tempi  del liceo che non ricevevo un giudizio come questo: eine sehr schöne Hausaufgabe! E’ un racconto sul nuovo inquilino che vive con me. Se pensate che sia da Gesuita trascrivere un pezzo del tema in tedesco qui di seguito, potete aspettare la traduzione in inglese. Intanto basta la  foto!

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Seit dem 3. August, in dem Haus, in dem ich wohne, gibt es einen neuen Hausbewohner, der kommt aus Gabon. Er ist Deutsch lehrer, an einer Schule in Port Gentil. Er hat ein Stipendium erhalten, um die deutsche Sprache in Berlin beim Goethe Institut zu verbessern. Er ist gesprächig und sehr nett.  In der Küche teilen wir denselben Kühlschrank: kaum angekommen hat er mir gesagt, dass er den Kühlschrank mit Obst voll gefüllt hatte. Deshalb hat er der Kühlschrank geöffnet, um den Inhalt zu zeigen: überall waren Bananen! Danach habe ich mich gefragt, ob er aus Gabon Diese Bananen mitgebracht hatte, in dem Koffer versteckt! Am nächsten Tag habe ich ihn zum Bahnof mitgenommen, damit er die monatliche Fahrkarte kauft.  Am Anfang findet er die Ubahnlineen zu kompliziert. Die Stadt Berlin erschreckte  ihn. Wenn er einem Stadtplan gehabt hätte, er würde sich nie verlieren, aber er wollte keinen Stadplan benutzen. Nach dem dritten Tag wird er entspannt, weil er gelern hatte, um die wichtigsten Richtungen zu erkennen. … Mit ihm sprache ich Deutsche ohne Sorgen. Er ist geduldig. Ich habe einen Freund gefunden, der auch ein kostenloser Privatlehrer ist.

Il produttore esecutivo

9 agosto, 2009 § 3 commenti

Immagine 185A Berlino è arrivato l’amico Carlo, il documentarista catanese vincitore della Vela d’Argento al festival di Bellaria. Quel premio l’avevo ritirato io con le mie mani dalla giuria, un sabato di giugno, perchè lui era dovuto ripartire con il volo di ritorno la sera della cerimonia conclusiva, nel pieno della festa, quando sul palco sfilavano uno dopo l’altro gli artisti del sottobosco cinematografico italiano e gli amministratori locali di sinistra, un po’ spaventati dal sorriso di Berlusconi e dalle imminenti elezioni comunali. Carlo trascorre il mese di Agosto a Berlino, anzi a Zehlendorf a casa dell’amico Jorg, piuttosto lontano dal centro della città, al limite dell’area urbana berlinese verso Potsdam e verso i laghi Wannsee, dove fino a vent’anni fa arrivava il muro.  Jorg dice d’essere un produttore esecutivo professionista, ma io non so che cosa voglia dire, per cui lo osservo e ascolto cercando di capire il senso di quell’esecutivo che qualifica il produttore. In genere i produttori sono gente ricca anzi ricchissima e spostano le pedine del  cinema a loro piacimento, attori, registi, direttori della fotografia…  Invece Jorg non sembra ricco nella sua casa di legno di Zehlendorf, nascosto in un giardino selvatico con gli alberi da frutto disseminati fra l’erba incolta.

Immagine 186Arrivando in bicicletta dopo una traversata esplorativa di dodici chilometri da Potsdamer Platz a Zehlendorf, mi fermo davanti ad una casa a due piani bifamiliare, trascurata negli infissi e nel giardino, diversa delle altre più curate dei vicini. Carlo mi viene incontro per aprire il cancello, ma non trova la chiave. Deve fare molti tentativi per avere successo e gli servono i chiarimenti del padrone di casa, che è nascosto oltre il garage da qualche parte dietro. Finalmente il cancello si apre.  Seguo Carlo nel cortile in un passaggio stretto fra la casa, il garage ed i bidoni della spazzatura, finchè sbuchiamo in un orto retrostante piuttoso grande, erboso e con gli alberi da frutto sparpagliati, una specie paradiso terrestre pieno di  insetti. Alle sei del pomeriggio Jorg è nel giardino indaffarato con il barbecue.  Nel piatto ci sono spiedini di verdura e bratwurst già pronti per la brace, mentre un cilindro di metallo riempito di carta e di carbone funziona da ciminiera portatile che affumica l’aria e le persone in giardino. E’ un’idea americana: la carta ed il carbone insieme in un cilindro!  Jorge dice di aver sposato una donna americana: lui si sarebbe trasferito volentieri negli Stati Uniti per vivere e per lavorare dall’altra parte dell’Oceano, ma sua moglie se ne è andata senza di lui, lasciandogli, oltre alla ciminiera portatile, una figlia ed una casa da pagare, quell’incredibile residenza di legno nel giardino dei nonni polacchi, che vivevano a Zehlendorf in una casa di mattoni, prima della seconda guerra.

Immagine 187Per la brace ci vuole un po’ di tempo e Jorg mi accompagna volentieri subito dentro, nella casa di legno, per mostrarmi le soluzioni più stravaganti dell’ex moglie americana che ha architettato il tutto.  Mi pare d’entrare nella capanna dei bambini tirata su dietro casa nell’orto dei genitori. Ma è come se la capanna di legno per i giochi nel cortile avesse assunto le fattezze di una villa d’autore, con accorgimenti stravaganti ecologisti e vintage. Al piano terra c’è un unico grande ambiente:sala da una parte, cucina dall’altra.  In mezzo la scala per il piano superiore. Le vetrate di quattro porte uguali, tutte sullo stesso lato, diaframmano lo spazio sul giardino, così che pare d’essere proiettati all’aperto, anche quando si resta chiusi in casa. Jorg indica orgogliosamente i pezzi di recupero installati in casa e prelevati gratuitamente fra le macerie delle demolizioni berlinesi. Ad esempio i caloriferi sono oggetti vintage provenienti da non-so-quale-palazzo della città storica andato distrutto e rimontati con cura negli angoli della casa di legno. Anche le piastrelle posate al centro, fra le assi dei due pavimenti di sala e cucina, sono pezzi di recupero che assortiscono variamente il selciato, come pietre medievali. Le lastre di marmo rosso che ricoprono il camino sono pezzi di recupero che assomigliano ai rivestimenti del palazzo della cancelleria di Hitler, ma ogni riferimento almeno in questo caso è puramente casuale. Jorg racconta d’essersi ispirato alla casa di Albert Einstein che abitava poco lontano da qui, vicino a Potsdam, in una località di nome Caputh. Einstein ha trascorso gli ultimi anni della sua vita negli Stati Uniti, ed è scomparso nel 1955, qualche anno prima che il muro isolasse l’est dall’occidente, il 13  Agosto 1961.  Per Jorg è il primo ricordo distinto della sua vita: aveva tre anni nel 1961 e quella mattina sua madre tornò a casa senza spesa.  D’abitudine andava a fare la spesa nel settore sovietico, dove le cose costavano meno, ma da quel giorno non le fu più possibile.  Per un colpo di fortuna i nonni polacchi avevano scelto Zalendorf e non un altro posto un po’ più in là, nel  Brandeburgo divenuto all’improvviso sovietico.   Tagliato fuori come in un’isola, a Berlino Ovest, Jorg da bambino non poteva raggiungere in bicicletta la casa di Alber Einstein sul lago, ma aveva la possibilità di viaggiare lontano in occidente e di vedere per esempio l’Italia.  Ma la casa di Albert Einstein gli mancava ed è andato a cercarla subito nel 1990, non appena hanno aperto le frontiere.  Gli è rimasta evidentemente impressa nel cuore e l’ha copiata nella sua capanna di legno nel cortile, qualche anno dopo.

Ancora non ho capito cosa fa un “produttore esecutivo”, ma pensando a Jorg, un “produttore esecutivo” può anche rifiutare un posto di lavoro sicuro nella scuola di cinema di Postdamer Platz per seguire la produzione di un film in Africa o per finanziare le idee di Wim Wenders.   E’ una testa della razza di Werner Herzog, con idee sempre eccessive.  E’ quello che serve all’amico regista Carlo, niente di normale, sempre una scommessa.

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