Cambio mese

30 luglio, 2009 § 1 Commento

Immagine 117Il prete americano David è partito stamattina con un giorno d’anticipo sulla fine del corso di Luglio. Ieri sera non è tornato a casa, dopo la festa nella sede estiva del Goethe Institut a Charlottenburg è andato direttamente all’aeroporto di Tegel dove ha trascorso la notte in attesa del volo Air France delle sei del mattino, prima Parigi poi Pittsburgh.  Ero abituato a vederlo in casa, tanto che adesso il pianerottolo fra il bagno e la cucina sembra tristemente vuoto. Di mattina lo sentivo rumoreggiare con colpi di tosse e gargarismi, un modo per dare corpo all’anima, probabilmente. Abbiamo fatto colazione insieme l’ultima volta ieri mattina, in un bar lontano da casa due cambi di metro, fin quasi a Warschauerstrasse, che lui ricordava per uno splendido brunch domenicale di qualche giorno fa. Nei giorni feriali la cuoca turca prepara colazioni decorative, con la pazienza artigianale di  un maestro d’opera il cui risultato richiede ovviamente ore. Abbiamo avuto tempo per parlare a lungo della Pennsylvania, dei monti Appalachi e delle strane città americane che crescono rapidamente ed in pochi anni possono dissolversi, per cui succede spesso che le capitali storiche siano città poco famose. Il centro amministrativo della Pensylvania non è nè  Pittsburgh nè Philadelphia, ma Harrysburg, chi lo conosce? Negli anni della seconda guerra mondiale Pittsburgh da sola produceva tanto acciaio quanto la Germania intera, ma le acciaierie sono in crisi da trent’anni a Pittsburgh, come a Bagnoli e a Sesto San Giovanni. La Parrocchia di David è un pezzo di città spopolata lontano dal centro parecchi chilometri fra le montagne. I suoi parrocchiani lavorano perlopiù in uno scalo merci grande come un aeroporto, dove i treni partono ancora diretti a Detroit al servizio di quel che resta dell’industria dell’automobile. Mi è rimasto il biglietto da visita del Reverendo David, casomai mi venisse la voglia di andarlo a trovare al di là dei monti Appalachi, magari in autunno quando le foglie colorano il pasaggio di un marrone che sembra roccia.  Il biglietto da visita che mi ha lasciato è molto sobrio quasi funereo, stampato di nero, in alto a sinistra reca impresso lo stemma della diocesi cattolica di Pittsburgh, una spada rivolta verso l’alto e due croci di Malta, una a destra ed una sinistra, come le ali del Barone Rosso.

Col mese di Luglio se ne è andato da Berlino anche Andrea, medico salernitano specializzando in ginecologia. Prima di rientrare in Italia, a Trieste ed a Salerno, mi ha lasciato in regalo una splendida bicicletta nera con le carte in regola per le piste ciclabili berlinesi. Adesso posso pedalare fino ad Alexanderplatz e sentire nei polpacci tutto Kreuzberg, davvero un “monte della croce” in bicicletta.  Passando davanti all’Ufficio Brevetti, l’European Patent Office, penso a Luca Breccia, da quattr’anni in Olanda a fare quel mestiere.  Giro attorno e penso: chi è fuori, è fuori… mentro aspetto i nuovi arrivi di Agosto.

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Max Planck è stato qui

28 luglio, 2009 § 2 commenti

Immagine 102La sede storica della Humbolt Universität, davanti al Teatro dell’ Opera di Stato, abbraccia un giardino alberato richiuso all’interno ed invisibile dal viale Unten den Linden che comincia qui davanti e termina alla Porta di Brandeburgo. Sul viale si allarga il cortile anteriore dell’Università, già abbastanza grande da sembrare esso stesso un giardino monumentale, senza necessità di altro verde nascosto dietro. Una cancellata lo separa dall’Unten den Linden e lo fa sembrare una reggia, come la sede di un’ambasciata ex-sovietica. Non era così solenne l’Istituto di Fisica di Bologna, ma questo spazio della Humbolt di Berlino ha comunque per me qualcosa di familiare: è la forma dell’edificio a tre ali, è il viale davanti… più probabilmente è la statua di bronzo dedicata a Max Planck, al posto del busto del Righi sotto il quale consumavamo le attese studentesche a Bologna. Una targa di bronzo murata all’esterno spiega in breve l’importanza di Max Planck, scopritore dell’effetto quantistico: una lettera h corsiva conclude in fondo l’iscrizione come un emblema iniziatico, senza spiegazioni, che a buon diritto fa dire ai più: “non ci capisco un’acca…” Nelle università tedesche Max Planck ha lasciato molte tracce, come Garibaldi nelle piazze d’Italia, e non solo nei dipartimenti di Fisica. In Germania ci sono Planck Institut di biologia molecolare, di psicologia, di filosofia. Max Planck piaceva evidentemente anche ai comunisti, tanto che subito -nel 1949- a due anni dalla sua morte, gli hanno eretto questo monumento nella sede storica della “Humbolt” di Berlino, che era stata già assegnata al blocco orientale nella divisione fra est e ovest, all’alba della DDR. La teoria di Planck alla fine dell’Ottocento diceva che la natura del nuovo secolo sarebbe stata discontinua e poco intuitiva, ma reale tuttavia, ed ancora oggettiva in un modo che sarebbe piaciuto a Lenin. L’energia è proporzionale alla frequenza, poco importa se non ci sono tutte le frequenze, quel che conta è la costanza del rapporto h: la costante di Planck, oggettiva, universale come la rivoluzione del proletariato. Peccato che le cose siano andate diversamente. Le costanti della natura sonon idee attorno alle quali danzano le onde ed i corpuscoli della storia. Un altro fisico tedesco, evidentemente complice dell’occidente e nemico dell’Internazionale, prima della guerra aveva già parlato di “particelle” che sono anche onde e di “onde” che sono contemporaneamente particelle: “non lo puoi sapere finchè non le osservi, anzi l’osservazione determina la natura di quello che vedi, corpuscolare oppure ondulatoria”. Suvvia come è possibile? E come fa la costante di Planck ad entrare in questo principio di indeterminazione che nega l’oggettività della natura?

Immagine 106Di domenica nel cortile della Humbolt ci sono libri usati in vendita fin verso le otto. Altri mercati finiscono prima, ma qui la gente può fermarsi a guardare e a comprare più a lungo la sera, testi di storia e di scienza, romanzi, collezioni di appunti universitari. Di fronte alla statua di Planck in prima fila i libri hanno un prezzo che va dai sei ai venti euro. In seconda fila ci sono quelli da cinque euro, mentre dietro sono tutti gli altri in svendita a due Euro. Fra i libri da due soldi capita di trovare alcune annate complete della rivista Physik in der Schule, rilegate in ordine per gli scaffali di una biblioteca universitaria. La didattica di scuola comunista non interessa il grande pubblico, ma non interessa neanche l’università tedesca riunificata, che si è disfatta di un’intera biblioteca col timbro della vecchia DDR in terza pagina ed il numero di catalogo di una collezione svenduta come souvenir, per chi volesse ficcare il naso negli esperimenti didattici di civiltà sepolte, aztechi, egizi o comunisti.

Immagine 108Max Planck guarda con dignitoso distacco, ricurvo sotto il peso bronzeo dei suoi anni, ha gli occhi fissi ancora piú grandi per effetto delle lenti rotonde che porta come occhiali. Per i marxisti era lui il guardiano dell’oggettività scientifica a cui si sarebbe dovuta uniformare prima la storia, poi la meccanica quantistica: quelle onde che non sai dove vanno, oppure non sai dove sono, anzi non sai neppure se sono davvero onde.  Il principio di indeterminazione danneggiava l’ideologia comunista come le vetrine colorate di Berlino ovest, ma un muro attorno alla funzione d’onda sarebbe stato inutile, perchè la meccanica quantistica l’avrebbe superato elegantemente con l’effetto tunnel. Anzichè redimersi dall’indeterminazione, la fisica dei quanti ha contagiato la storia, mentre Max Planck resta piantato immobile, guardiano di sè stesso, nel cortile della Humbolt Universität di Berlino.

Wenderismi

22 luglio, 2009 § 3 commenti

Davanti alla vetrina di SpandauerStrasse dov’è in mostra l’arredamento di un salotto d’epoca comunista, si avvicina una signora che pensa ad alta voce:  “non è vero…le nostre case non erano così!”.  Poi se ne va  ed entra in un grande condominio all’angolo della Karl Liebknecht Strasse.  Abita al terzo  piano nel centro di Berlino “est” , ma quando apre le  finestre non vede più il palazzo della Repubblica che era proprio lì  davanti.  Da quando è finita la DDR non sa più cosa aspettarsi: al  posto dell’architettura del governo socialista in pieno centro ormai  da  un anno c’è la voragine di un cantiere che sventra la città.     Certe cose non piacciono ai nuovi arrivati,  ma ci hanno messo comunque vent’anni per disfarsene.  Alla fine l’hanno raso al suolo con la scusa dell’amianto, come  un capannone qualunque -il Palazzo della Repubblica- anche se le cartoline che lo ritraggono ed i modellini  in scatola di montaggio sono ancora in vendita nei negozi di souvenir, simbolo confuso di un presente già remoto. Quando torno a casa la sera racconto al prete americano quello che ho visto e quello che ho ascoltato durante il giorno.  Lui fa la stessa cosa col taccuino in mano.  Poi usciamo insieme col passo spedito, entrambi assorti con lo sguardo rivolto al marciapiede fra la gente che non ci vede.  Potremmo incontrare da qualche parte Peter Falck  oppure Nick Cave prima dell’ultimo spettacolo del circo accampato qui dietro.  Allora penso, sai, questa vita spirituale non mi basta:  vorrei tornare a casa stanco la sera dopo un giorno di duro lavoro, abbracciare i bambini, sentire finalmente il peso degli anni…   ma cambio subito idea: non ho le ali di Bruno Ganz, meglio per me restare sulle nuvole di questa cassa integrazione, finchè c’è. Al ristorante ritorniamo finalmente visibili quando le cameriere  si accorgono di noi.  Sono donne già mature, bionde, biondissime, castane e rosse fra i trenta e i quarant’anni, stanche e un po’ tristi, comunque sorridenti e al lavoro.  Ce n’è una che parla un po’ di italiano e si diverte a dirmi: “come stai, tutto bene, ti è piaciuto?”   Da bambina andava in vacanza al mare  a “Rikkione” ed a “Rikkione” ha imparato le prime parole di Italiano, probabilmente con l’aiuto di un bagnino romagnolo.  Poi è stata in Italia come ragazza alla pari nella villa di Paolo Frajese (!),  ma non deve essere piaciuta al padrone di casa avvezzo a donne di altro tipo, tanto che ha interrotto subito il rapporto alla pari  per rientrare in Germania.     Forse è colpa del riscaldamento globale o forse c’è dell’altro, se  le tedesche non vanno più al mare a Riccione.  Ma se i Romagnoli trascorrono l’estate a Berlino, vuol proprio dire che il mondo s’è capovolto.

Lo spazio oltre il muro

20 luglio, 2009 § 1 Commento

Immagine 032Il mio convivente prete americano della Pensylvania è molto felice quando di domenica mattina gli dico che voglio andare a messa con lui.  A NeuTempelhof ci sono due chiese oltre al Tempio della Birra che non è una chiesa ma un ristorante dove le grandi colazioni tedesche strabordano fuori dal piatto.  Le due chiese di NeuTempelhof sono vicine: da una parte quella protestante evangelica rotonda sembra un silo, dall’altra la cristiana cattolica è un monumento di cemento armato calato nel verde  di NeuTempelhof alla fine degli anni cinquanta del Novecento per opera di Hofbauer, alla lettera il “costruttore di cortili”, un istante prima che i Sovietici erigessero il muro poco più in là. Il ristorante fra le due chiese sembra fatto apposta per accogliere i fedeli di entrambe le confessioni nel rito ecumenico della colazione domenicale, ma il prete americano prima della messa preferisce  stare leggero, niente würstel, niente pane con la cipolla, solo caffè e cornetto. Gli faccio compagnia sulla Manfred Von Richtofen Strasse a piedi fino a Platz der Luftbrüke, dove il caffè lo servono buono all’istante in un bar pasticceria self service, che rievoca nel nome e nelle decorazioni alle pareti il ponte aereo che salvò Berlino ovest dall’occupazione sovietica nel 1949.

Vista da qui la storia del dopoguerra cambia prospettiva. La divisione di Berlino non fu una punizione inflitta ai tedeschi sconfitti, ma divenne subito il palcoscenico di una nuova guerra muro contro muro.   Francesi e inglesi se ne erano andati da Berlino dopo il 1945 ed i Sovietici vedevano già una divisione definitiva del mondo fra paesi comunisti e capitalisti, dove l’intera città di Berlino sarebbe dovuta appartenere ai primi, bandiere rosse, falce e martello.  Ma nella spartizione del mondo la città simbolo della vittoria sul nazismo pesava più di tutto il resto e doveva essere spartita, come un mondo in miniatura, fra gli eserciti vincitori. Il prete della Pensylvania ammette che il ponte aereo, fra il 1948 e il 1949, fu una vera occupazione militare americana.  Il primo atto della guerra fredda si manifestò come una sfida tecnologica degli Stati Uniti che dimostravano così la loro superiorità nei cieli, contro l’ovvia strategia dei russi radicati a terra fin dai tempi di Kutuzov e del “generale inverno”. A Berlino l’alleanza atlantica dimostrava di dominare i cieli di giorno e di notte, con il  caldo e con il freddo, in ogni stagione.  I Sovietici gurdavano increduli Berlino ovest rinascere dalla distruzione nonostante le frontiere bloccate, con agli aerei americani che trasportavano di tutto, perfino le turbine delle centrali elettriche che tornavano a funzionare, fra il 1948 e il 1949.  La guerra fredda era cominciata nei cieli ed era naturale che proseguisse nello spazio. David sorseggia il caffè lentamente seduto davanti a me, si sporca le dita col cioccolato di un cornetto farcito e cerca un tovagliolo di carta.  Nei quotidiani sull’espositore i titoli parlano dell’Apollo 11  e dei primi quarant’anni dell’uomo sulla luna.  Proprio oggi è l’anniversario.  Di ritorno al tavolo sento che dice: “una bella messa in scena”.  Gli chiedo se anche lui è fra quelli che non credono allo sbarco sulla luna: no, lui ci crede,  ma crede anche che sarebbe stato facile fingerlo. Vent’anni dopo il ponte aereo di Berlino, vent’anni prima della caduta del muro di Berlino, lo sbarco dell’uomo sulla luna è il gesto più clamoroso di una guerra di propaganda che l’occidente aveva già cominciato a vincere qui a Berlino nel 1949.  La porta del comunismo in Germania è rimasta socchiusa per quarant’anni, col piede degli Americani in mezzo e con il muro, unica chiusura possibile fino al crollo definitivo, nell’89.

DD(Bundes)R

17 luglio, 2009 § Lascia un commento

A Berlino la stazione di Friedrichstrasse è piena di gente accaldata che sale di corsa sul treno. Le porte si richiudono contro i passeggeri stipati dentro, sembra quasi d’essere a Roma. Una coppia tedesca anziana, ex berlinesi dell’Ovest, sopporta con disagio. La signora si lamenta col marito e dice: “Deutsche Demokratische Bundes Republik!”, che strano incrocio, questo abbraccio fra l’est e l’ovest.

Garten Fest

14 luglio, 2009 § 1 Commento

Immagine 042Da una settimana sapevo della festa di “Sonnabend” coi vicini di casa nel giardino. “Sonnabend” è un modo per dire sabato, come se il sabato fosse una parte della domenica, una vigilia già festiva. Dalla mia finestra ho visto tagliare l’erba, sistemare i tavoli di legno e le sedie di plastica, finchè verso le tre del pomeriggio qualcuno è apparso nel giardino, prima una famiglia intera, poi i bambini di un’altra famiglia tutti in fila sorridenti con i vassoi e le torte colorate  in mano, con le bottiglie di succo di mela e le caraffe di te, senza che nessuno avesse aperto loro una porta d’ingresso.  In pochi minuti il giardino si è popolato di gente attraverso una siepe chiusa solo in apparenza. Così sono sceso ad esplorare il mistero, all’avvio della festa, sotto i buoni auspici del padrone Martin recitante un proclama augurale: oltre la siepe è apparsa una via, come un sentiero di campagna d’altri tempi stretto fra le recinzioni verdi dei giardini di  case uguali a due piani, fra gli alberi di Tempelhof, un passaggio frondoso per gli incontri segreti e per i bambini del quartiere che giocano a nascondersi nei cortili, di corsa su e giù fra le siepi fin quando fa buio.

Immagine 043Si chiama NeuTempelhof ed è una città-giardino quella che vedo dalla mia finestra, nata fra le due guerre e preservata miracolosamente intatta, senza l’intraprendenza distruttiva  dei costruttori cementizi: l’hanno salvata i disagi inflitti a Berlino, la vicinanza dell’aeroporto di Tempelhof e poco più in là la concretezza del muro durato trent’anni. La festa fra vicini di casa è un momento per ricordare l’origine di questo giardino e per goderne insieme la freschezza. Martin mi presenta a tutti come l’Italiano del Goethe ma non basta: i vicini vogliono sapere qual’è la mia città, perchè l’Italia è grande e non è la stessa dappertutto, allora: da dove vengo?   Dico Ravenna, tanto per dire, ma suona strano il nome di Ravenna. Nord Italia indubbiamente: niente Sicilia, niente mafia, niente camorra, soltanto Berlusconi. Per rinnegare le eventuali tracce residue dalle mie origini bizantine mi soccorre un tipo sessantenne coi capelli colorati di marrone scuro, il quale associa il nome di Ravenna a quello di Teodorico e chiede insistentemente a quale razza di Goti appartenesse Teodorico, Ostrogoti o Visigoti, come se Ravenna fosse stata soltanto barbara. Lo assecondo senza complicare la mia posizione e mi incammino con lui nel giardino sulle tracce di presunte origini ostrogote che ci accomunano.

Si  fa avanti un altro  tipo  con la faccia  simpatica,  dice di  chiamarsi  Heike  e  fa il fotografo  di  professione. Racconta che è stato in Italia in autostop ed è arrivato fino in Sicilia a bordo di un camion sui viadotti della Salerno-Reggio Calabria, un’esperienza ai confini della realtà. Là ha conosciuto una famiglia di autotrasportatori di Caltanissetta che viaggiano ogni settimana fra l’Italia e la Germania, portano verdura all’andata ed altra merce al ritorno: quattromila chilometri in quattro giorni, tutte le settimane, ogni giorno dell’anno. Chiedo ad Heike qualcosa in più sul suo lavoro di fotografo: ha un negozio oppure è un free lance dei matrimoni? Di certo i matrimoni non macano, ma Heike fa anche altri progetti più interessanti, ad esempio fa il reporter nei seminari internazionali di una fondazione, dove i ministri del governo tedesco incontrano altri ministri e parlano e mangiano tutti insieme nelle località più belle del Mediterraneo. Heike vuole mostrarmi le sue foto, ormai anche noi abbiamo mangiato abbastanza, fra tante torte di panna e cioccolato ci resta ben poco da aggiungere. Raccolti piatti e vassoi, mi lascio guidare da Heike oltre la siepe, nel passaggio segreto fra gli alberi, all’ombra del verde avanti avanti fino al retro della sua casa, dove un cancellino aperto schiude un passaggio privato nel cortile, accanto ad una tenda da campeggio per i giochi dei bambini. I figli di Heike sono in casa. Il più grande ha  dieci anni, magro, vispo, un po’ imbronciato, mi viene incontro per offrire una caramella rosa fragola. La casa è piccola e accogliente, il soggiorno al piano terra è illuminato dalla porta e dalle finestre sul giardino retrostante. Mi siedo al tavolo mentre Heike prende i libri dei suoi reportage più prestigiosi. Arrivano le foto, le guardo finalmente: hanno un tocco espressivo da backstage cinematografico, sono belle ma un po’ ripetitive. C’è dell’arte nel lavoro di Heike, ma anche del mestiere, d’altronde Heike è figlio d’arte: anche suo padre era fotografo, un artista famoso che ha lasciato immagini toccanti della città di Bonn negli anni del dopoguerra. Heike non esita a mostrarmi i lavori di suo padre: ci sono cumuli di macerie e facce smunte come in “Annozero” di Rossellini, poi donne grasse vestite di rosso sull’erba per un pic-nic, il maggiolino della Wolkswagen, bambini in bicicletta e soldati americani. La raccolta si intitola Miracolo economico, 1952-67. Heike dice che c’è poco di miracoloso. Dopo la guerra, per la ricostruzione hanno lavorato tutti, duramente, come matti.

Artifici

10 luglio, 2009 § 2 commenti

Finalmente il mio convivente prete americano ha un volto: mi è apparso stamattina sulla porta del bagno con il sorriso  spalancato e la facciona burrosa; oltre al volto ha ovviamente anche un nome (David Poeking) ed un’età (quarantaquattro anni).  E’ prete cattolico a Pittsburg con un incarico rilevante in diocesi, poichè si occupa della formazione dei giovani sacerdoti della Pensylvania. E’ vicino al Vescovo ed ha rapporti pure con l’arcivescovo di Washington DC, che è già pronto per il prossimo conclave.  D’altro canto io ho una certa familiarità coi preti cattolici, per rispetto e per abitudine davanti ad essi tendo a mettermi in ascolto con un atteggiamento da atto di dolore. A cena dietro casa al Biertemple, con lo stesso passo con cui andavo alla mensa universitaria, io prendo un’insalata greca, lui funghi fritti; io birra chiara, lui  scura.  Mi guarda intensamente per costruire fra di noi un silenzio espressivo e fissa le mie dita prive di anelli per dire: “non sei sposato”.  Poi domanda cosa fanno i miei genitori, se  ho fratelli oppure sorelle.  “Dovrai occuparti di tua madre, prima o poi”, rispondo che per ora è ancora lei che si occupa di me, forza dell’abitudine. Di ritorno verso casa il cielo si squarcia coi fuochi d’artificio din una festa all’ex aeroporto di Tempelhof.  In televisione scorrono le immagini di chiusura del summit col gran Silvio maggiordomo in tenuta da sparata.   Se il mondo è diviso fra “pallidi” ed “abbronzati”, mettiamo pure  Obama vicino a  Geddafi: la noia del cabaret italiano mi perseguita anche a Berlino.

Immagine 029

I giornali tedeschi cercano ancora spiegazioni logiche al perchè dell’Italia e al perchè di Berlusconi.

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