Cena a Kreuzberg (con Maràl)

13 giugno, 2009 § Lascia un commento

DSC01287Coi loro nomi neri in caratteri gotici, le stazioni della mètro stampano immagini fugaci di un passato torvo che scorre via rapidamente al di là del finestrino. Moritzplatz è effettivamente vicina, Maràl fa appena in tempo ad abbozzare una risposta a Jonny, che vorrebbe portarla via con sé in un campo dove lui e Maràl giocano la stessa partita: quando rientri a Berlino? Maràl risponde: domenica ”possiamo rivederci domenica sera, non voglio star sola, ho un appartamento con una bella cucina e potremmo trovarci là tutti insieme per mangiare”. Io non aggiungo nulla, per me non è più il tempo delle competizioni aggressive, ma non sono invecchiato invano, i miei quarant’anni parlano anche in silenzio come un capo indiano che aspetta la pioggia. Maràl lancia un’occhiata proprio a me, perché devo ancora spiegarle come si fa la carbonara. Gli spaghetti alla carbonara eccitano la fantasia del mondo intero: è la mescolanza di dolce e di affumicato, di sale e di pepe, ma io aggiungo anche il soffritto di cipolla, che non è un fritto, ma un mistero tutto italiano che sfrigola nell’olio d’oliva e fa spalancare gli occhioni a mandorla di Maràl. Rispondo con un cenno, come per dire: “non me ne sono dimenticato” mentre Maràl parla vivace con Jonny, educatamente.

La corsa nel tunnel si arresta sulla scritta gotica e nera di Moritzplatz, incorniciata dal finestrino di fronte. Siamo dove Jan aveva detto di scendere, lui dovrebbe essere ormai arrivato in bicicletta. A Moritzplatz la stazione della metropolitana è talmente grande che non si affolla neanche alle ore di punta, alle sette di sera soltanto qualcuno si affretta sulle scale e noi scegliamo a caso un’uscita fra le varie possibilità dirette ai quattro angoli della piazza, sperando di vedere in lontananza i capelli e la bicicletta di Jan.  “Ei, boys!” è la voce di Maràl che chiama, lei alle nostre spalle ha cambiato direzione, sta salendo da un’altra parte, dove una carrozzina in stoffa e lega leggera col pargolo dentro fa i gradini uno alla volta, trainata verso l’alto da una giovane mamma compiaciuta. Maràl riconosce l’esigenza e in un attimo prende e solleva l’estremità inferiore della carrozzina, la sorregge e la spinge senza fatica verso l’alto. Scene come questa si vedono spesso a Berlino, per gli abitanti della città non è solo cortesia ma è un segno di cività che mi coglie ogni volta impreparato. In Italia, mamme meno giovani suggeriscono di stare alla larga dalle loro culle, per non incorrere in atti giudiziari come “molestie” e “pedofilia”, qui invece è ancora normale darsi aiuto nei pochi istanti che bastano a sorreggere una culla e sorridere per strada ai bambini, che rispondono divertiti insieme ai loro genitori. Mi aspetto un rimprovero da Maràl per non aver colto al volo la situazione, poichè nelle tribù italiane certi gesti di solidarietà nascondono un rituale galante, appartengono di competenza al maschio anziano del gruppo. Si vede che in Asia funziona diversamente, Maràl non è contrariata, lei l’ha visto e lei l’ha fatto, adesso ha finito e sorride: da quel sorriso arriva l’eco di una civiltà matriarcale vecchia di millenni, matriarcale e nomade della steppa.

DSC01283Il cielo blu senza nuvole sovrasta l’uscita della metropolitana. Il sole della sera ritaglia di giallo le sagome dei palazzi che spuntano davanti a noi sul lato opposto della piazza, mentre saliamo gli ultimi gradini. “Dov’è Jan?” Lo riconosciamo appoggiato alla bicicletta sull’altro lato della strada. Ci ha visti ma ancora non si muove, accenna un passo lentamente per venirci incontro e con la mano indica dove andare. Camminiamo sul marciapiede in ombra, a piedi e con la bicicletta. I semafori si susseguono fra una strada e l’altra, le luci verdi e rosse degli attraversamenti pedonali rompono di tanto in tanto il ritmo blando della passeggiata nel quartiere. “Quanta strada manca?” chiede Jonny. “Non molta, ancora un po’ più avanti…”.  La passeggiata si allunga più del previsto, Jan cammina volentieri ma il suo sguardo si perde mentre noi lo seguiamo incerti. Ad un semaforo indica a sinistra una via perpendicolare, quardiamo tutti da quella parte perchè crediamo che il vietnamita sia là. “No, non è il ristorante” dice Jan “là c’era il muro, quella strada era interrotta e così anche l’altra strada, e pure l’altra, queste strade morivano tutte a sinistra contro il muro.” Il quartiere di Kreuzberg era schiacciato dal muro. Maràl guarda Jan con attenzione come se ascoltasse una lezione di storia: il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia. Fino a vent’anni fa i Berlinesi dell’Ovest non volevano abitare così vicino alle torri di guardia dell’Est, letteralmente ad un tiro di schioppo. Quante cose sono cambiate in vent’anni: vent’anni fa nessuno immaginava quanto fossero vasti i giacimenti di petrolio del Mar Caspio ed il Kazakistan non aveva ancora una capitale. Dal 1989 ad oggi, per Maràl è già una vita.

I palazzi di Kreuzberg si erano svuotati il 13 Agosto del 1961, quando Berlino si svegliò divisa con la polizia dell’Est in armi che  stendeva centodieci chilometri di cemento e di filo spinato. Alcuni palazzi vennero assorbiti dal muro, le finestre accecate in una sola notte coi mattoni ed il cemento fresco (gli abitanti disperati in fuga) mentre altri edifici furono abbattuti per fare spazio alla terra di nessuno. All’ingresso della città storica, la periferia di inizio Novecento si ribaltò all’improvviso e divenne l’immagine lugubre di un’amputazione violenta.  In quelle case di nessun valore arrivarono subito i Turchi: muratori, manovali e donne al servizio dei ricchi dell’Ovest.  Da allora non se ne sono più andati e molti dei loro figli, che da bambini giocavano a pallone contro il muro, respirano ancora l’aria latina di Kreuzberg.  Oggi condividono il quartiere con altre immigrazioni asiatiche più recenti e con i vietnamiti del nostro ristorante.   Eccolo finalmente!  E’ un posto piccolissimo, caldo umido come una giungla, con la cucina aperta ed i tavoli fitti che traboccano  nel marciapiede. Sulla lavagna nera appesa fuori leggiamo il menù, cioè un elenco di sei possibilità fast-food.  E’ scritto in tedesco, ma è una traduzione (incomprensibile) dalla lingua vietnamita.  Jan suggerisce il piatto numero quattro, dobbiamo fidarci, dentro c’è di tutto: verdura, carne, ma non è piccante.  Nonostante la confusione in cui si agita la cuoca al di là del banco, l’ordinazione arriva fulminea, accompagnata da una birra fresca, vietnamita pure quella.  C’è  solo un tavolo disponibile, è fuori, proprio sotto la lavagna dei menù. Prendiamo posto, Jan davanti a me e Jonny di fianco.  Jonny non molla, vuole Maràl  tutta per sè e le offre addirittura la cena, una ciotola verde da sei euro traboccante di foglie e di semi di soia.

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